Primo marzo: tutti alla Commenda contro il razzismo

Nei giorni che ci separano dal primo marzo, le voci e le parole degli immigrati ci raccontano la necessità di un segnale forte di discontinuità con le pratiche istituzionali e legislative che regolano l’immigrazione. Appuntamento alle 18.oo presso la Commenda.

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Appello del comitato primo Marzo 2010 – GENOVA

Il primo Marzo 2010 è stata proclamata una giornata di mobilitazione e sciopero contro il razzismo e lo sfruttamento degli stranieri, in Italia così come in altri paesi europei.

L’idea è nata in Francia, con il nome di “ journée sans immigrés – 24h sans nou “ e con l’intento di svelare, al di là di ogni possibile pregiudizio, il ruolo determinante che gli “stranieri” hanno nella vita economica e sociale di un qualunque paese dell’Europa Occidentale.

A novembre 2009, anche in Italia, a Milano, nasce il comitato nazionale italiano per il 1 Marzo, su iniziativa di quattro donne: Stefania Ragusa, Daimarely Quintero, Nelly Diop, Cristina Seynabou Sebastiani.

Da allora, l’iniziativa si è diffusa in altri Paesi europei come la Spagna, la Grecia e il Belgio.

La frase che riassume l’idea del primo marzo forse è solo provocatoria, ma proviamo a pensare per un momento a cosa accadrebbe se un giorno tutti gli immigrati incrociassero le braccia.

In tutta Italia si stanno moltiplicando le iniziative e il primo Marzo ormai è già cominciato: dalle tavole rotonde ai pranzi di raccolta fondi e agli incontri con le comunità di stranieri che da anni sono presenti in Italia. Da Palermo a Bolzano, da Roma a Monza, da Milano a Genova, da Sassari a Torino; sono ormai decine le città italiane coinvolte nell’iniziativa e in ognuna di esse si moltiplicano gli incontri di preparazione per quella giornata.

Il calendario delle singole iniziative si può trovare sul sito www.primomarzo2010.it, dove è presente anche l’elenco delle associazioni che hanno già aderito, la descrizione delle diverse forme di appoggio decise da alcuni sindacati, la mappa dei comitati locali che continuano a formarsi e tutti i dati utili per contribuire alla realizzazione dell’iniziativa.

Lo scorso 7 Febbraio, quasi 20.000 migranti hanno manifestato a Brescia cercando di richiamare l’attenzione di tutti sul fenomeno migratorio e su questi nuovi italiani.

Nelle prime settimane del 2010, anche a Genova sì è costituito un comitato locale per promuovere la manifestazione “ primo marzo 2010 – sciopero degli stranieri, una giornata senza di noi”.

Del comitato fanno parte migranti e italiani, associazioni e coordinamenti: persone attive da anni sul territorio di  Genova e della sua provincia, semplici cittadini, donne e uomini spinti a manifestare dal clima di razzismo ed esclusione che si respira oggi in Italia.

Al centro della giornata sarà la condizione dei migranti in Italia ed Europa.

In Italia i migranti producono ormai una parte consistente del PIL (9%), sempre più numerosi sono i figli di stranieri nelle scuole e negli asili e le città, sia grandi che piccole, sono ormai multi-etniche (una completa analisi della presenza degli stranieri in Italia si trova sul sito www.ibandalarga.it scaricando il documento “Mandiamoli a casa, i luoghi comuni. Razzismo e pregiudizi: istruzioni per l’uso”).

In Italia, purtroppo, la condizione del migrante è pesantemente condizionata dalla legge Bossi-Fini e dal “pacchetto sicurezza”, introdotto nell’agosto del 2009, che istituitisce il reato di immigrazione clandestina.

Il razzismo che attraversa la società italiana si nutre ogni giorno di un diffuso e più grave razzismo istituzionale, che costringe i migranti al ricatto del legame tra permesso di soggiorno e lavoro. Un razzismo che contamina oggi tutti i servizi e gli spazi pubblici, oltre che gli uffici stranieri delle questure italiane, fino ai CIE (Centro di identificazione ed espulsione), luoghi dove non esiste alcun diritto e dove i migranti possono rimanere rinchiusi fino a sei mesi per il solo fatto di non avere un permesso di soggiorno valido.

Oggi, è sempre più chiaro a tutti che la legge Bossi-Fini produce clandestinità, mettendo a rischio ogni diritto fino a minare anche il diritto alla salute dei nuovi italiani.

Mentre continua la pratica disumana dei respingimenti in mare e verso la Libia, il cosiddetto “patto d’integrazione” con il permesso di soggiorno a punti non è che l’ultima trovata per mettere i migranti sotto ricatto, negando ogni prospettiva di accesso stabile e permanente a tutti i diritti di cittadinanza e favorendo di fatto l’economia sommersa e lo sfruttamento del lavoro nero degli stranieri da parte di italiani. La discriminazione  impedisce l’integrazione e genera attriti sia tra i diversi gruppi etnici, sia tra stranieri ed italiani. A volte queste tensioni sfociano in gravi episodi di violenza come quelli che sono oggetto di cronaca in questi giorni.

Sappiamo che con la crisi economica, che si fa sentire così forte anche a Genova, i migranti sono ancora una volta i più colpiti: in migliaia rischiano di perdere il permesso di soggiorno e altrettanti, che il permesso non lo hanno, diventano agli occhi della legge criminali e sono condannati al lavoro nero.

Ogni anno, migliaia di ragazzi cresciuti e nati in Italia, compiuti i 18 anni, devono sottostare a una legge che non riconosce loro alcun diritto di cittadinanza. Nel frattempo c’è anche chi propone classi separate per gli studenti di origine straniera e, anziché promuovere la conoscenza e l’arricchimento reciproco, alimenta la diffidenza e l’odio.

Per questo, non solo a Rosarno o a Milano, ma in tutta Italia, il razzismo esiste di fatto come pratica istituzionale e sociale che produce sfruttamento e contro la quale non si può più tacere.

Il primo Marzo è il giorno che abbiamo scelto per rendere visibile a tutti la necessità di un radicale cambiamento nelle politiche dell’immigrazione del nostro Paese.

Vogliamo farlo attraverso iniziative di sensibilizzazione e di lotta e grazie alla partecipazione di italiani e migranti, di operatori sociali, insegnanti, amministratori pubblici, lavoratori, disoccupati e precari che già con le loro pratiche e lotte quotidiane sono impegnati nella costruzione di una società diversa, dove nessuno sia ricattabile e discriminato solo perché straniero.

Invitiamo tutti ad essere protagonisti di una giornata di mobilitazione in cui manifestare il nostro dissenso nei confronti di provvedimenti normativi che autorizzano e favoriscono pregiudizio, paura ed intolleranza. Facciamo appello a tutte le realtà associative, ai lavoratori e agli studenti perché si uniscano a questa giornata contribuendo al lavoro del comitato e partecipando a tutte le iniziative che caratterizzeranno il  primo Marzo. Facciamo inoltre appello ai sindacati affinché si uniscano a questo percorso a partire dall’offrire tutela a tutti coloro, migranti e italiani, che il primo marzo decideranno di astenersi dal lavoro aderendo all’appello nazionale.

Il primo marzo sarà certamente una giornata di astensione dal lavoro negli ambiti in cui le organizzazioni sindacali sono in grado di tutelare gli aderenti, ma accanto alla formula “tradizionale” di sciopero troveranno spazio altre importanti iniziative: lo sciopero dei consumi, lo sciopero delle rimesse, lo sciopero bianco, lo sciopero di solidarietà. Le modalità di partecipazione all’evento sono variegate come variegata è  l’Italia multiculturale e multietnica del 2010.

Rivendichiamo, pubblicamente e senza ambiguità:

–  che sia riconosciuta la cittadinanza italiana per tutti coloro che nascono sul suolo di questo Paese e che venga profondamente modificata la legge cui devono sottostare gli stranieri che hanno deciso di trasferirsi in Italia per crearsi alternativa di vita (riduzione dei costi delle domande per i permessi di soggiorno, introduzione di costi legati al numero di familiari per cui occorre rinnovare il permesso,  possibilità di richiedere rinnovi in luoghi più adatti e vicini da raggiungere per i nuovi cittadini, l’utilizzo dei mediatori culturali negli sportelli ad essi dedicati, ecc)

–  che sia riconosciuto un permesso di soggiorno temporaneo (sufficientemente lungo) a chi, pur essendo senza lavoro, lo stia attivamente cercando

–  che, attraverso l’abolizione del Pacchetto Sicurezza e della Legge Bossi-Fini e la chiusura dei CPT-CIE, si creino le condizioni per una società meticcia, dove le differenze siano considerate una risorsa e non siano più fonte di diffidenza e paura. Il reato di clandestinità introdotto dal pacchetto sicurezza crea persone non persone, individui senza diritti che abitano nel nostro Paese ma non sono altro che fantasmi.

–  che sia dichiarata guerra al lavoro nero e senza diritti, rafforzando i controlli dell’ispettorato del lavoro ed estendendo, come è già avvenuto in alcune realtà pilota in Italia, il campo di applicazione dell’articolo 18 della Legge 40. Quest’ultima applicazione, infatti, consentirebbe ai lavoratori sfruttati e con rapporti di lavoro irregolari di denunciare i propri datori di lavoro senza che la denuncia li trasformi in soggetti da espellere ma anzi da proteggere concedendo loro il permesso di soggiorno alla stessa stregua delle prostitute che denunciano lo sfruttatore

–  che sia attivamente promossa la regolamentazione della stampa e dell’informazione affinché non venga più utilizzato un linguaggio chiaramente razzista, perché parole come clandestino non abbiano più “diritto di cittadinanza” sui nostri giornali.

–  che si completi in tempi certi e brevi il percorso per il riconoscimento ai cittadini stranieri, almeno del diritto al voto amministrativo. Essendo l’Italia una Repubblica fondata sul lavoro, chiunque vive e lavora deve avere diritto di partecipare attivamente alla vita politica del Paese eleggendo i propri rappresentanti.

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6 risposte a Primo marzo: tutti alla Commenda contro il razzismo

  1. Nicolo' scrive:

    Io ci sarò, ma a Milano, c’è bisogno davvero di un segno forte di discontinuità, anche da parte di quegli italiani che non tollerano più questo stato di cose

  2. Nicolo' scrive:

    Io ci sarò, ma a Milano, c’è bisogno davvero di un segno forte di discontinuità, anche da parte di quegli italiani che non tollerano più questo stato di cose

    • ilsecolo21 scrive:

      Ovviamente gli italiani sensibili alla questione dovrebbero dare un forte segnale, purtroppo sembra che la maggioranza non comprenda quando sono strettamente connesse le proprie condizioni lavorative a quelle degli immigrati.
      E’ gioco facile dire che gli immigrati sono la causa di tutti i mali.
      Finché sarà tollerata la condizione in nero, degli stranieri non si potranno fare passi avanti per lottare contro l’economia sommersa.
      In quest’Italia l’unica emanicipazione può avvenire congiunta fra precari, disoccupati e immigrati.

      • ilsecolo21 scrive:

        Lanciare l’idea di uno sciopero degli immigrati è una cosa giusta ma è evidente che possa avere solo un significato simbolico. E’ vero che la grande mobilitazione degli immigrati negli Stati Uniti è stata una tappa fondamentale come tutte le mobilitazioni storiche dei subalterni dal XIX secolo, ossia momenti per infine “alzare la testa”, ed è importante che in Italia dopo più di 35 anni di immigrazione straniera gli immigrati comincino a tentare di emanciparsi.
        Ma è anche evidente che purtroppo non si possa parlare di vero e proprio sciopero.
        Sappiamo tutti che la maggioranza degli immigrati vive ancora schiacciata in condizioni di quasi neo-schiavitù, ma c’è anche una questione da precisare: l’emancipazione degli immigrati non potrà mai avvenire se non è anche emancipazione di tutti gli italiani che subiscono il dominio violento nel mondo delle economie sommerse.

        A parte le bestialità di qualche intellettualino che pretende che gli immigrati facciano la rivoluzione al posto degli italiani.

        Sebbene sia sin troppo ovvio che la condizione dello straniero è senza comune misura la peggiore (ancor più se clandestino ma non dimentichiamo che l’incertezza dello stato di diritto -che in Italia è peggiore che altrove- rende vulnerabile anche qualsiasi regolare) non va dimenticato che la schiavizzazione dell’immigrato permette anche quella di circa sette milioni di italiani che oscillano fra precariato e nero totale (con corollario di molestie o violenze sessuali x le donne e anche bambini), allora è evidente che ciò che ancora si stenta a costruire è una mobilitazione collettiva di immigrati e italiani vittime delle economie sommerse gonfiate sempre più dal trionfo liberista

        Non possiamo ignorare che questa situazione s’è aggravata per l’assenza di risposte efficaci da parte della sinistra e dei sindacati che solo tardivamente e marginalmente si interessano ai precari e agli immigrati mentre lasciano al caritatevolismo cattolico se non alle associazioni ambigue … l’elemosina o l’aiuto estremo (quasi sempre per una piccala minoranza e spesso solo per i cattolici).

        Sappiamo che circa 850.000 immigrati sono iscritti ai diversi sindacati, una cifra enorme rispetto agli italiani sindacalizzati, ma sappiamo anche che a questa affiliazione sulla carta corrisponde una partecipazione assai scarsa, sebbene qualche sindacato abbia cercato di promuoverla.

        E’ forse ora che i sindacati si impegnino di più per promuovere seriamente in ogni pratica quotidiana la partecipazione degli immigrati e l’aggregazione di tutti i lavoratori schiacciati negli impieghi precari, semi-neri e neri
        forse l’unica possibilità è rilanciare quotidianamente l’aggregazione a livello territoriale prima che sui luoghi di lavoro (dove assai spesso è impossibile) : perché non rifare in ogni quartiere una sorta di camera del lavoro territoriale ? (magari evitando divisioni fra sigle).

        Salvatore Palidda

  3. ilsecolo21 scrive:

    Ovviamente gli italiani sensibili alla questione dovrebbero dare un forte segnale, purtroppo sembra che la maggioranza non comprenda quando sono strettamente connesse le proprie condizioni lavorative a quelle degli immigrati.
    E’ gioco facile dire che gli immigrati sono la causa di tutti i mali.
    Finché sarà tollerata la condizione in nero, degli stranieri non si potranno fare passi avanti per lottare contro l’economia sommersa.
    In quest’Italia l’unica emanicipazione può avvenire congiunta fra precari, disoccupati e immigrati.

  4. ilsecolo21 scrive:

    Lanciare l’idea di uno sciopero degli immigrati è una cosa giusta ma è evidente che possa avere solo un significato simbolico. E’ vero che la grande mobilitazione degli immigrati negli Stati Uniti è stata una tappa fondamentale come tutte le mobilitazioni storiche dei subalterni dal XIX secolo, ossia momenti per infine “alzare la testa”, ed è importante che in Italia dopo più di 35 anni di immigrazione straniera gli immigrati comincino a tentare di emanciparsi.
    Ma è anche evidente che purtroppo non si possa parlare di vero e proprio sciopero.
    Sappiamo tutti che la maggioranza degli immigrati vive ancora schiacciata in condizioni di quasi neo-schiavitù, ma c’è anche una questione da precisare: l’emancipazione degli immigrati non potrà mai avvenire se non è anche emancipazione di tutti gli italiani che subiscono il dominio violento nel mondo delle economie sommerse.

    A parte le bestialità di qualche intellettualino che pretende che gli immigrati facciano la rivoluzione al posto degli italiani.

    Sebbene sia sin troppo ovvio che la condizione dello straniero è senza comune misura la peggiore (ancor più se clandestino ma non dimentichiamo che l’incertezza dello stato di diritto -che in Italia è peggiore che altrove- rende vulnerabile anche qualsiasi regolare) non va dimenticato che la schiavizzazione dell’immigrato permette anche quella di circa sette milioni di italiani che oscillano fra precariato e nero totale (con corollario di molestie o violenze sessuali x le donne e anche bambini), allora è evidente che ciò che ancora si stenta a costruire è una mobilitazione collettiva di immigrati e italiani vittime delle economie sommerse gonfiate sempre più dal trionfo liberista

    Non possiamo ignorare che questa situazione s’è aggravata per l’assenza di risposte efficaci da parte della sinistra e dei sindacati che solo tardivamente e marginalmente si interessano ai precari e agli immigrati mentre lasciano al caritatevolismo cattolico se non alle associazioni ambigue … l’elemosina o l’aiuto estremo (quasi sempre per una piccala minoranza e spesso solo per i cattolici).

    Sappiamo che circa 850.000 immigrati sono iscritti ai diversi sindacati, una cifra enorme rispetto agli italiani sindacalizzati, ma sappiamo anche che a questa affiliazione sulla carta corrisponde una partecipazione assai scarsa, sebbene qualche sindacato abbia cercato di promuoverla.

    E’ forse ora che i sindacati si impegnino di più per promuovere seriamente in ogni pratica quotidiana la partecipazione degli immigrati e l’aggregazione di tutti i lavoratori schiacciati negli impieghi precari, semi-neri e neri
    forse l’unica possibilità è rilanciare quotidianamente l’aggregazione a livello territoriale prima che sui luoghi di lavoro (dove assai spesso è impossibile) : perché non rifare in ogni quartiere una sorta di camera del lavoro territoriale ? (magari evitando divisioni fra sigle).

    Salvatore Palidda

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