La videosorveglianza a Genova. Intervista a Maria Pia Verdona direttrice Città Sicura del Comune di Genova.

Attenzione quest'area è sottoposta a videosorveglianza.

Uno degli aspetti più evidenti della nostra quotidianità è la proliferazione dei sistemi di videosorveglianza. In questi tempi di insicurezze, vere e percepite, paure epocali e angoscie esistenziali la videosorveglianza ricorda un pò  l’epopea positivista alla base della nostra civiltà, quando sul cominciare dell’ottocento ci si preoccupava di garantire ai cittadini, grazie alla tecnologia e al suo sviluppo, il dissolversi delle umane incertitudini.

A Genova sono presenti, numerate per difetto, come rivela il Secolo XIX, 5346 telecamere, fra pubbliche, la minoranza, e private, la stragrande maggioranza. In media esiste una telecamera ogni 120 genovesi. Come è visto in Comune lo sviluppo di questo fenomeno? Sarebbe necessario un controllo pubblico sulla videosorveglianza privata?  Che conseguenze può portare la deregulation in questo settore?
Quante sono le telecamere pubbliche all’interno del Comune di Genova?

Per la sicurezza stradale ce ne sono 38. Per i municipi 30 più 30 ancora da sistemare. Più quelle della polizia di stato che sono 97.

Qual’è stata la spesa per l’acquisto delle telecamere per i municipi e quanto costerà la manutenzione annuale?

Nella gara era prevista la garanzia per due anni, quindi la manutenzione è inclusa. La cifra comunque è stata inferiore ai 200 mila euro. Per la manutenzione annuale futura si prevede di spendere circa il 10% del valore dell’impianto.

Quali sono le ditte che gestiscono il servizio e perché si è deciso di comprare proprio 60 telecamere?

Le telecamere sono state acquistate nel 2009 in seguito a due gare gestite dall’Ufficio sistemi informativi del Comune, una per le prime 30 telecamere e una per le seconde 30. La Telecom si è aggiudicata entrambe le gare. Il numero delle telecamere è stato deciso in funzione dei bisogni segnalati a livello territoriale anche da parte dei Municipi.

In  che maniera riscontrate l’efficacia e produttività dei dispositivi di sorveglianza?

Qui a Genova è ancora presto per parlare di produttività, le telecamere sono state installate nel maggio del 2009. A livello europeo si sta discutendo su come riuscire a individuare un sistema di misurazione dell’efficacia dei sistemi di videosorveglianza. Infatti è estremamente difficile misurarne la produttività, si tratta di un argomento di grosso dibattito, anche considerando che non è detto che tutti i crimini vengano denunciati e questo influisce sulla misurazione. Stiamo cercando di definire degli indicatori d’impatto delle politiche sulla sicurezza urbana e probabilmente potranno essere individuati anche degli indicatori che misurino l’impatto dei sistemi di videosorveglianza.

Che contributo forniscono le telecamere in termini di sicurezza?

Aiutano molto nella percezione della sicurezza. In alcuni casi possono essere un deterrente a delinquere, ma ripeto, per una valutazione complessiva bisogna aspettare ancora un po’ di tempo.

E’ previsto un incremento?

Probabilmente si, verrà deciso in base alle esigenze e riscontri stabiliti rispetto al sistema attuale.

Esiste un piano generale per la videosorveglianza?

Non esiste una piano generale della città di Genova per quanto riguarda la videosorveglianza. A livello comunale, trattandosi di un progetto innovativo, si cerca di pianificare passo dopo passo cercando di sviluppare il sistema in funzione dell’analisi dei bisogni. Lavoriamo molto sull’integrazione con i dispositivi della Polizia di Stato.

E’ necessaria a suo parere una regia comunale dei sistemi di videosorveglianza?

Un sistema unico sarebbe auspicabile a livello di sinergia fra i diversi dispositivi.

Quanto dura l’immagazzinamento delle immagini?

72 ore poi le immagini vengono sovra registrate con le nuove immagini.

Nel caso un cittadino avesse bisogno di accedere alla registrazione delle sue immagini quale sarebbe la procedura?

Per quanto riguarda le telecamere del Comune, il cittadino puo’ fare una domanda  presso la polizia municipale e in base alla normativa che regola la tutela della privacy il titolare del dato procederà. Anche se nessuno ha mai fatto domanda. Quest’aspetto non è ancora regolamentato, in Inghilterra ad esempio si può andare in qualunque momento e avere le immagini.

Quali sono le differenze fra la videosorveglianza in Europa ed in Italia?

A livello europeo esiste una tradizione molto più consolidata che in Italia nel campo della videosorveglianza, inoltre questi sistemi sono quasi interamente finanziati per la realizzazione e la gestione dallo Stato. In Italia invece, i sistemi di video sorveglianza si sono sviluppati molto nell’ambito privato, a tutela del bene privato, mentre i primi sistemi di video sorveglianza pubblici, legati alla sicurezza personale,  sono stati realizzati dalle forze dell’ordine. In particolare a Genova un impulso è stato dato in occasione del G8. Un ulteriore elemento di differenziazione tra i sistemi di videosorveglianza di alcuni altri paesi europei deriva dall’unicità del sistema e non da una differenziazione a seconda delle forze dell’ordine o dell’istituzione.

Genova rientra all’interno del progetto “ Cittadini, città e videosorveglianza” lanciato nel 2009 dal Forum europeo Sicurezza urbana con la finalità di confrontare i sistemi di videosorveglianza attivati nei rispettivi paesi, acquisire le best pratices e definire all’interno di una Carta condivisa le indicazioni finalizzate alla regolamentazione dell’utilizzo di questi sistemi nel rispetto della privacy . Nel maggio del 2010 a Parigi sarà steso il documento finale.

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4 risposte a La videosorveglianza a Genova. Intervista a Maria Pia Verdona direttrice Città Sicura del Comune di Genova.

  1. il mio commento e’ abito al CEP ci sono due telecamere pero guardo in internet, ma non li vedo si vede che non funzionano come mai? grazie

  2. John Blacksad scrive:

    “Come è visto in Comune lo sviluppo di questo fenomeno? Sarebbe necessario un controllo pubblico sulla videosorveglianza privata? Che conseguenze può portare la deregulation in questo settore?”

    tutte domande a cui la funzionaria evita accuratamente di rispondere.
    C’è un’impersonalità nelle sue frasi e nelle sue risposte che è quasi malata:
    trascende la (a volte) necessaria neutralità del funzionario pubblico e privato
    per diventare freddezza e indifferenza totale nei confronti delle conseguenze
    e dei possibili sbocchi totalitari della videosorveglianza.
    Non è neppure un personaggio tragico come potevano e possono essere i burocrati
    addetti alle deportazioni perchè non ha un minimo di coscienza di se:
    le sue risposte possono essere date da un robot o da un generatore automatico
    molto sofisticato, tanta è la scarsità di umanità che esce fuori da qui.

    • ilsecolo21 scrive:

      Buongiorno e grazie del suo intervento. Il problema principale secondo me sta nella non problematizzazione dell’utilizzo dei sistemi di video sorveglianza. Non si sa che risultati concreti abbiano, si sa solo che le si acquista perché a livello di tessuto sociale è passato il loro utilizzo come necessario, anzi l’assessore alla Città Sicura Scidone mi disse che se dovessero esaudire tutte le richieste, altro che l’attuale numero, le avremmo anche dentro i palazzi. Il discorso è che invece di procedere verso un’analisi della loro effettiva necessità sulla base di riscontri empirici si prosegue nel loro acquisto e nell’investire in questi sistemi pro sicurezza, o meglio pro percezione della sicurezza, invece che investire in quel che crea davvero la benedetta sicurezza e cioè un tessuto sociale sano, forte e coeso, che attua quella vigilanza umanissima e di primo livello che caratterizza le piccole comunità. Nella grande città questo si è perso e per gli amministratori è più semplice comprare e investire qui che nella progettazione sociale, intesa come le azioni che potrebbero avvicinare i cittadini fra loro a colmare questa inseparabile distanza a base dell’attuale modello di vita, individualisti e terrorizzati del prossimo. Non credo nei possibili sbocchi totalitari della videosorveglianza, se non come un’immagine fantascientifica credo invece più concretamente che l’abuso attuale di questi sistemi minino la volontà delle persone di fidarsi del prossimo piuttosto che schivarlo per timore.

  3. ilsecolo21 scrive:

    Buongiorno e grazie del suo intervento. Il problema principale secondo me sta nella non problematizzazione dell’utilizzo dei sistemi di video sorveglianza. Non si sa che risultati concreti abbiano, si sa solo che le si acquista perché a livello di tessuto sociale è passato il loro utilizzo come necessario, anzi l’assessore alla Città Sicura Scidone mi disse che se dovessero esaudire tutte le richieste, altro che l’attuale numero, le avremmo anche dentro i palazzi. Il discorso è che invece di procedere verso un’analisi della loro effettiva necessità sulla base di riscontri empirici si prosegue nel loro acquisto e nell’investire in questi sistemi pro sicurezza, o meglio pro percezione della sicurezza, invece che investire in quel che crea davvero la benedetta sicurezza e cioè un tessuto sociale sano, forte e coeso, che attua quella vigilanza umanissima e di primo livello che caratterizza le piccole comunità. Nella grande città questo si è perso e per gli amministratori è più semplice comprare e investire qui che nella progettazione sociale, intesa come le azioni che potrebbero avvicinare i cittadini fra loro a colmare questa inseparabile distanza a base dell’attuale modello di vita, individualisti e terrorizzati del prossimo. Non credo nei possibili sbocchi totalitari della videosorveglianza, se non come un’immagine fantascientifica credo invece più concretamente che l’abuso attuale di questi sistemi minino la volontà delle persone di fidarsi del prossimo piuttosto che schivarlo per timore.

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