Italia, un paese in difficoltà.

Italia un paese in difficoltà. Necessaria pausa di riflessione, sospiro di maniera e susseguente interrogativo ai piedi del vecchio frassino. Che direzione ha intrapreso il nostro paese? La classe dirigente è conscia della portata delle attuali scelte nel delineare un futuro sempre più prossimo? Che possibilità ha il cittadino medio di influire sul proprio destino?

All’interno del complesso scenario internazionale l’Italia, ripensando alle parole del Ministro dell’economia:” Si è lasciata alle spalle la parte più buia della crisi”. Secondo Tremonti infatti, rispetto agli altri paesi, la fase più acuta è stata superata con un minor coinvolgimento del sistema bancario nazionale. L’ottimismo indotto da una tale constatazione dovrebbe condurre l’italiano medio a salvare il salvabile soprattutto in termini psicologici.

Nello stesso tempo le piccole e medie imprese, che in Italia costituiscono quasi il 90% del PIL nazionale, vivono una situazione di forte sofferenza: le banche non concedono il credito, le attività si bloccano e i debiti si accumulano. Gli imprenditori nostrani devono licenziare e considerando che a differenza dei grandi comparti industriali questo settore non dispone di ammortizzatori sociali, rischiano di doversi aggrappare agli strozzini e compiono voli pindarici per far quadrare il bilancio aziendale. Nel frattempo, le loro politiche industriali sono spesso ancorate ad un modello obsoleto di mercato e le probabilità di non venire schiacciati dalla concorrenza rampante dei paesi emergenti si assottiglia proporzionalmente per ogni giorno non speso negli investimenti d’innovazione.

Per il futuro intanto nessuna linea d’indirizzo che fuori dai Palazzi delle Decisioni spieghi all’italiano medio come far fronte al continuo e inesorabile deterioramento delle proprie condizioni di vita economiche e sociali. E mentre i summit internazionali constatano la sudditanza della politica nazionale alle leggi dell’economia transanazionale, le rate dei mutui lievitano nel calderone in ebollizione della finanza creativa. E le responsabilità?

L’Italia è in crisi. E mentre i mezzi di comunicazione di massa si trastullano nel rappresentare quotidianamente la farsa della realtà che descrivono, ci confrontiamo con un ceto politico inadatto e distante dalla vita reale del paese, un mondo del lavoro paralizzato dalla congiuntura economica mondiale e ridisegnato dalla dilagante precarietà d’impiego, un sistema scolastico allo sbando, riformato da ogni Ministro dell’istruzione di turno senza mai ottenere quel vitale scatto di innovazione che porterebbe gli studenti italiani al necessario livello di formazione per affrontare le difficili sfide della competizione globale, giovani esasperati dopo anni di sacrifici, soli con le loro famiglie e la loro intima speranza. Intolleranza, populismo, semplice e gretta prassi politica trasversale mono colore, ci si emoziona per l’estremo centro, anestetizzati al germe della discriminazione, niente rimane nel discorso pubblico della sobrietà con la quale i padri della Costituzione dettero un ordinamento repubblicano ad uno stato che si affacciava da vinto nel mondo internazionale. La Democrazia tiene formalmente ma è svuotata nell’agire.

Nel corso della storia dei popoli e delle loro nazioni, si sono alternati periodi di speranza a momenti di profonda disillusione e scoramento, attimi di sconfinata fiducia nell’avvenire a scampoli di crudo diniego dello stato presente delle cose. In questo momento la barra della rotta sembra girare inequivocabilmente su se stessa: se i nostri genitori hanno avuto il privilegio di sperare in un mondo migliore ed il rammarico di vedere frustrati i propri ideali, la nostra generazione attinge a modelli passati inattuali, impraticabili, si confronta con l’evoluzione fluida di un nuovo contesto socio politico con strumenti inadeguati per nuove sfide epocali. E l’Italia che esce dal turbine è un paese diverso, incomprensibile, violato nelle sue più intime peculiarità. La gente ha perso il gusto di camminare per strada, incontrarsi, discutere e fare forza comune contro le avversità del momento; si vive la propria di vita e ne rimane d’avanzo, la fiducia nel prossimo è un geroglifico astruso in archivi polverosi inaccessibili al pubblico, la paura è percepita e reale, l’insicurezza diffusa è da esorcizzare con ronde, videosorveglianza e retorica delle istituzioni.

L’Italia paga nel 2009 l’incompetenza della sua classe politica che già Pasolini definiva la meno preparata in Europa alle sfide del mondo moderno: perché in questo paese le scelte politiche non sono mai di ampio respiro e basate sugli effetti di lungo periodo? Perché si è storicamente sempre preferito il guadagno immediato a scapito di una prospettiva di sviluppo diluita nel tempo, perché fuori dalla logica dell’emergenza nessuno è in grado di proporre modelli alternativi basati su approcci di sistema?

Il cittadino italiano medio è stato descritto dal Grande Imbonitore come uno studente delle scuole medie e lo scaltro stratega di Arcore ha proprio colto nel segno: è dal punto di vista culturale che la sconfitta è più evidente, le derive autoritarie contemporanee si stanno sviluppando proprio perché considerate il male minore, l’indignazione, naturale in paesi dove l’opinione pubblica ha un certo grado d’indipendenza dalla retorica ufficiale, non si sviluppa in questo paese, dove ogni piccola opposizione, fuori dalla quella permessa, è inserita nel magma di un pervasivo ovattamento culturale: il conflitto di interessi del Presidente del Consiglio, racconta un’Italia all’avanguardia dal punto di vista della manipolazione dell’elettorato, un’Italia che sarà studiata come nuovo modello di controllo sociale unito alla pratica di governo e alla giustificazione elettorale.

Italia 2010, attenzione, la democratura è servita.

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