Due gocce di felicità. Di Massimiliano Crociatelli

Marca male. Intendo, lo sappiamo tutti, i tempi non sono rosei: la crisi economica tanto sbandierata, che poi è anche crisi di identità e di valori, la precarietà, la disoccupazione, l’incertezza del futuro. Parlo a titolo personale, ma so di includere moltissimi miei coetanei, quando non anche quarantenni e cinquantenni rimasti senza lavoro e ormai fuori dal mercato, con una famiglia sulle spalle e una casa da finire di pagare quando saranno vecchi: una laurea che è un foglio con scritto sopra “deridimi”, visto che sembra andare di moda trattare chi ha compiuto l’intero ciclo di studi come un imbecille e guardare con sospetto chi si affanna a proseguire in un master o in un dottorato, come fosse uno che non ha voglia di lavorare e si è rifugiato in università; una pila di contratti a termine alle spalle, rinnovati ogni tre, sei o dodici mesi, quando il contratto c’era e non ci si rivolgeva al lavoro nero. A corredo, nel curriculum personale del giovane moderno, non può mancare qualche esperienza di stage gratuito, un periodo di studio all’estero, qualche lingua straniera più o meno acquisita.

Lo scenario politico avvilente, quello economico tragico e quello del lavoro decisamente poco promettente, non lasciano spazio all’ottimismo. Tuttavia, penso di aver capito cosa intendesse un insegnante che si ostinava a ripetere che il popolo italiano è storicamente afflitto da “familismo”. Nonostante i problemi eternamente insoluti, le disgrazie e la corruzione politica, spiegava questo professore, l’italiano tende ad occuparsi di quanto riguarda la propria famiglia, nonostante la situazione richieda invece una coscienza collettiva forte. Causa e rimedio dei problemi in una sola parola: pensando a salvaguardare quel che riguarda le proprie proprietà e i propri cari, l’italiano trova la propria soddisfazione nel tentativo di costruire barriere, e così facendo non contrasta i problemi a livello collettivo, ma anzi arriva quasi a legittimarli.

Ecco, ultimamente mi capita di sentirmi colpevole di questo: sono vittima anche io di un paese malfunzionante, lavoro anche io con contratti svilenti e stipendi insignificanti e mi trovo stritolato in questo meccanismo che mi fa pentire di aver studiato per raggiungere una laurea. Ma nonostante obiettivamente nulla funzioni, mi trovo a rifugiarmi in ciò che so essere sicuro, mi sorprendo a consolarmi sapendo che in fin dei conti con tre lavori raggiungo uno stipendio normale e mi rincuoro sapendo che questa è la normalità per tanta altra gente, senza soffermarmi più di tanto sul fatto che non dovrebbe essere così.

Eppure, perché si sa che scuse per auto-assolversi ce ne sono sempre, finisco per vedere le cose in maniera diversa: sento di avere un pensiero critico, di capire quante cose andrebbero cambiate e semplicemente mi limito a trovare il modo per sopravvivere in un mondo in cui le regole sono queste; comprendo i limiti e i difetti, non mi lascio facilmente ingannare da un’informazione discutibile, ma generalmente più che osteggiare ciò che non sarei in grado di combattere, gli volto le spalle, lasciando che come una malattia passi secondo il suo decorso. Insomma, potrei essere forse accusato anche io di “familismo”, o di egoismo, o ancora di menefreghismo; ma almeno posso dichiarare di essere consapevole di molte cose che non vanno, e questo è un punto non da poco nell’Italia di oggi.

Pronto ad appoggiare qualcosa che possa migliorare la qualità della nostra vita, rifiuto di inserirmi direttamente nel meccanismo di cui Gaber diceva “la politica è schifosa, e fa male alla pelle!”.

Una storia, forse araba, forse brasiliana sintetizza il mio pensiero. Mi permetto di inserirla integralmente, sfruttando lo spazio illimitato concesso dal web.

Un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava. Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò un una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, un’orchestrina che suonava dolci melodie. E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il saggio parlava con tutti e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto. Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e tornare dopo due ore. “Nel frattempo voglio chiederti un favore – concluse il saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui verso due gocce d’olio – mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio.”

Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.

“Allora – gli domandò questi – hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il maestro dei giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?”

Il ragazzo, vergognandosi un po’, confessò di non aver visto niente. La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il Saggio gli aveva affidato.

“Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo – disse il Saggio – non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.”

Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte era disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.

“Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato?” domandò il saggio. Guardando il cucchiaino,il ragazzo si accorse di averle versate.

“Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti – concluse il più Saggio dei saggi – il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza mai dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”

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4 risposte a Due gocce di felicità. Di Massimiliano Crociatelli

  1. tamara scrive:

    ciao Fabry,
    leggendoti ho pensato al libro di ilvo diamanti: sillabario dei tempi tristi. e’ molto bello, nient’affatto consolatorio ma almeno, mentre leggi, pensi ah allora non sono completamente matto/a! Sono fotografie in bianco e nero di quest’Italia, come dice de gregori, metà giardino e metà galera…

  2. tamara scrive:

    ciao Fabry,
    leggendoti ho pensato al libro di ilvo diamanti: sillabario dei tempi tristi. e’ molto bello, nient’affatto consolatorio ma almeno, mentre leggi, pensi ah allora non sono completamente matto/a! Sono fotografie in bianco e nero di quest’Italia, come dice de gregori, metà giardino e metà galera…

    • ilsecolo21 scrive:

      Metà giardino e metà galera, putroppo sembra che in Italia la gente sia intrappolata in una bolla di sapone gigantesca, che per quanto possa essere protettiva, relega la coscienza collettiva alla quale l’articolo si riferisce, ad uno stadio embrionale e ad un livello infantile. Felici e contenti di non influire sulle nostre vite con l’incisività che la nostra condizione amorfa, di precarietà costante, richiederebbe, tristi e snervati, da un contesto che lascia poco alla speranza, ma senza mai dimenticare una frase emblematica di Gaetano Salvemini del 1938: “Un fatto solo è sicuro, che fra i fattori dell’avvenire esiste anche la nostra volontà, la nostra azione, la nostra testardaggine. Ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso […] Solo chi s’arrende ai fatti compiuti non vi troverà nulla, perché non vi avrà messo nulla […] La maggioranza è stata e sempre sarà indifferente e passiva e tirerà a campare. E’la minoranza che fa la storia, perché essa sola agisce.

  3. ilsecolo21 scrive:

    Metà giardino e metà galera, putroppo sembra che in Italia la gente sia intrappolata in una bolla di sapone gigantesca, che per quanto possa essere protettiva, relega la coscienza collettiva alla quale l’articolo si riferisce, ad uno stadio embrionale e ad un livello infantile. Felici e contenti di non influire sulle nostre vite con l’incisività che la nostra condizione amorfa, di precarietà costante, richiederebbe, tristi e snervati, da un contesto che lascia poco alla speranza, ma senza mai dimenticare una frase emblematica di Gaetano Salvemini del 1938: “Un fatto solo è sicuro, che fra i fattori dell’avvenire esiste anche la nostra volontà, la nostra azione, la nostra testardaggine. Ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso […] Solo chi s’arrende ai fatti compiuti non vi troverà nulla, perché non vi avrà messo nulla […] La maggioranza è stata e sempre sarà indifferente e passiva e tirerà a campare. E’la minoranza che fa la storia, perché essa sola agisce.

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