Enrico Zucca. Giudice.

Il Pm Enrico Zucca è uno dei giudici del tribunale di Genova che si è occupato del processo Diaz e che ha indagato sulle responsabilità dei poliziotti che fecero l’irruzione e che la ordinarono. Grazie al suo lavoro di inquirente è stata accertata una verità molto differente da quella raccontata dalle forze dell’ordine a caldo nella conferenza stampa immediatamente dopo il blitz e negli anni a seguire. Il depistaggio in atto è stato riscontrato, come le calunnie, gli abusi, i falsi oltre che ovviamente le violenze di quella notte in cui i poliziotti vollero far sfoggio di fronte al mondo della loro sagacia investigativa e si resero invece protagonisti di una pagina fra le più umilianti per la democrazia italiana.

Il processo Diaz ha il merito di aver circoscritto e mandato a sentenza i dirigenti e i manovali di quella notte, ma durante il G8 tante e diverse divise si sono macchiate indebitamente del sangue dei manifestanti e allora perché a suo parere il grosso delle sentenze riguardano appartenenti alla polizia e non sono stati processati e condannati appartenenti ad altri corpi (Carabinieri, Finanza e polizia penitenziaria)?

Lei mi domanda come mai i poliziotti sono stati rinviati a giudizio e non appartenenti ad altre forze dell’ordine. Non è così: nel senso che purtroppo, dell’enorme quantità di denunce ricevute dai cittadini, la maggioranza erano contro persone ignote, certo contro persone in divisa, ma non sapendo chi fosse il responsabile. E in tantissimi casi, sembra un po’ incredibile, ma non siamo riusciti ad identificare le persone appartenenti alle varie forze dell’ordine che in ipotesi si sono rese o si erano rese responsabili di abusi.Poi, il grosso problema è che a fronte delle centinaia di denunce che ha ricevuto l’ufficio di procura, noi abbiamo potuto, come dire, seguire dei filoni di inchiesta principali per i fatti più eclatanti, che ci hanno assorbito. Abbiamo iniziato con 6 magistrati, in un ufficio di 25, quindi un enorme dispendio di energie e di persone, infatti un terzo dell’ufficio che si doveva occupare di questi fatti è una percentuale rilevante. E quindi istruire i processi che hanno riguardando gli abusi della caserma di Bolzaneto o l’irruzione alla Diaz, ha comportato, anche per la vastità delle persone coinvolte, tempo ed energia. Quindi non potevamo seguire tutti. Abbiamo ovviamente concentrato la nostra attenzione, sebbene purtroppo c’è una serie di denunce che sono rimaste nel cassetto, ma non per nostra volontà, ma perché non si può seguire tutti. Insomma si denunciano migliaia di furti, ma poi non è detto che si possano fare le indagini proprio per tutti. Si comincia dal procedimento in cui si ha un elemento di più per arrivare ad identificare i responsabili.

Quindi di fatto avete avuto energie e risorse per concentrarvi su alcuni filoni dovendo tralasciare degli altri. Ma perché, ripeto, solo i poliziotti sono stati mandati a giudizio?

Non è vero che altri appartenenti alle forze dell’ordine non sono stati incriminati. A Bolzaneto fra gran parte dei condannati vi sono anche dei carabinieri che erano stati assolti in primo grado e sono stati riconosciuti responsabili nella sentenza di secondo grado. E’ vero per altro che ci sono stati degli episodi in cui erano coinvolti anche appartenenti all’arma dei carabinieri, in percentuale minore, devo dire onestamente, rispetto alla polizia, però non abbiamo avuto il tempo e purtroppo la possibilità di iniziare un’indagine.

Purtroppo è una verità scomoda che non si vuole accettare, ma forse non dico che è più quello che non si è indagato, rispetto a quello che si è indagato, perché questa è un’affermazione troppo sbilanciata, però è vero che moltissime denunce non hanno avuto seguito e questo è un fatto. Purtroppo la vastità degli abusi commessi dai rappresentanti delle forze dell’ordine è impressionante. Bisogna dirlo perché si sappia, speriamo che non accada più.

Lei pensa che nel contesto delle varie promozioni che hanno ottenuto i vertici condannati si sia creata una base affinché questo non possa più accadere?

E’ una questione complessa. Se noi la guardiamo dal punto di vista dei principi e se vogliamo anche degli organi internazionali degli Stati, diciamo che è una situazione che lo Stato non dovrebbe consentire. Questo perché la Corte Europea dei diritti dell’uomo, ha stabilito da tempo un principio per cui se qualche responsabile rappresentante dello Stato viene accusato di crimini che contemplano la violazione dei diritti umani protetti dalla convenzione e gran parte dei fatti che riguardano l’uso indiscriminato e irragionevole della forza nei confronti di persone, chiunque sia indagato o mandato a giudizio, dice la Corte Europea, deve, deve, non può, deve essere sospeso. E qualora sia condannato, deve, ripeto deve essere rimosso. Questo lo dice un organismo internazionale le cui sentenze e la cui giurisprudenza noi ci siamo impegnati a rispettare. Quindi dal punto di vista del diritto e del valore a cui ci dovremmo conformare agli obblighi dello Stato, lo Stato dovrebbe comportarsi così. Non sarà il primo obbligo a cui lo Stato non ottempera però è così. La situazione attuale, la situazione che si verifica normalmente, è una situazione che viene stigmatizzata come non consentita dalle corti internazionali. Questo è il metro di lettura di questo comportamento. Certo non è facile applicare questo principio in un contesto di un paese che ha un sistema giudiziario che per arrivare all’accertamento definitivo della responsabilità di un individuo ci mette dieci dodici anni. Quindi se in altri paesi la sospensione dal servizio e l’accertamento della responsabilità può volore dire aspettare due anni o anche meno, da noi significa dire aspettare  dieci o dodici anni e chiaramente questo è un grosso problema.

Quindi, visti i tempi della giustizia, non si può confidare, anche per il futuro, che lo Stato italiano si adegui alla Corte europea dei diritti dell’uomo?

Certamente è probabile che se in qualche modo si innesta un circuito virtuoso, se un rappresentante dello Stato mandato a giudizio viene sospeso, anche l’accertamento giudiziario di conseguenza sarebbe per forza di cose più rapido: i giudici e il sistema si attrezzerebbero in modo tale da poter accertare più celermente la responsabilità, avendo ovviamente presente che in ragione di quell’incriminazione c’è una persona che è sospesa dal servizio. Questo però non lo possiamo dire perché non si è mai verificato, perché la normalità dei casi vede la situazione per cui il rappresentante dello Stato anche accusato di gravi reati, continua ad esercitare pienamente le proprie funzioni.

E viene anche promosso..

Certo è il messaggio contrario rispetto a quello che sarebbe non dico giusto, ma doveroso secondo le regole del diritto.

Gran parte dell’opinione pubblica italiana ricorda Genova per i black block ed associa il G8 alla distruzione della città. Vuole aggiungere altri elementi per far comprendere cosa successe?

E’ assolutamente vero che nel 2001 a Genova ci sono state delle manifestazioni e degli episodi di violenza criminali così come accendendo la televisione e leggendo i giornali apprendiamo che ogni anno in occasioni di vertici internazionali o di manifestazioni varie in altre nazioni si verificano episodi di questo genere, anche più cruenti, insomma. Se gruppi consistenti di persone sfogano ed esercitano la loro violenza distruggendo cose e mettendo anche a rischio talvolta, l’incolumità fisica di persone e in particolare di rappresentanti delle forze dell’ordine, ecco questo è un fenomeno di dissenso violento che tutte le società democratiche si trovano a dover affrontare. Certamente quello che distingue una società democratica da una società non democratica è che la repressione del dissenso violento avviene secondo le forme della legge. Quindi con un uso proporzionato anche degli strumenti di coazione. Questo è ciò che distingue una democrazia da uno Stato autoritario. Perché lo Stato autoritario spara sulla folla o comunque non consente le manifestazioni, e reprime i violenti utilizzando metodi inaccettabili, tortura compresa. Come stabilisce nuovamente la Corte europea dei diritti dell’uomo, non è giustificabile la violazione dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine neppure in presenza di pericoli, non solo per l’ordine pubblico, ma anche per la vita della nazione. La Corte europea dice che neppure contro il terrorismo possono applicarsi metodi inaccettabili.

Secondo lei quanto è indicativo il fatto che la gola profonda che racconta gli abusi, arrivi sempre ad abusi avvenuti. In tali contesti non esiste la possibilità di interrompere questi meccanismi mentre si stanno compiendo. L’unica possibilità insomma è svelarli una volta commessi?

Comunque l’importante è che si riesca a ristabilire prima o poi la corretta regola e che ci si riconosca nei valori fondanti appunto delle società democratiche che sono appunto società imperfette, ma che sono finora la forma migliore di convivenza che l’umanità ha escogitato.

Lei ha detto all’inizio che avete avuto delle difficoltà ad identificare la persona dietro la divisa. Questo è avvenuto per tutte le forze dell’ordine?

Ho detto che a volte c’è stata la difficoltà di identificazione, noi abbiamo avuto difficoltà di identificazione soprattutto di appartenenti alla polizia di stato. Abbiamo fatto un processo, quello Diaz, in cui abbiamo dovuto constatare che non siamo riusciti nemmeno, e la polizia di Stato non è riuscita nemmeno a identificare un firmatario di un verbale di un atto pubblico di arresto. Quindi la situazione è a dir poco paradossale. Ho detto semplicemente che in occasione di appartenenti ad altre forze dell’ordine, dato che riguardavano fatti, tra virgolette, minori, rispetto ai principali sui cui abbiamo indagato, purtroppo le denunce non hanno avuto seguito. Ma non è stata una scelta.

Lei pensa che a dieci anni dal 2001 sia possibile prevedere un rinvio a giudizio per i carabinieri che hanno attaccato il corte in Via Tolemaide, per la guardia di finanza a punta Vagno e per i Gom a Bolzaneto?

I processi si fanno con le prove, quindi quello che non si prova non fa parte del processo. Il processo grazie al cielo ha le sue regole che sono regole di civiltà democratica che vanno rispettati, quindi non si accerta la responsabilità di nessuno senza che ci siano prove oltre il ragionevole dubbio. Quindi a volte non si persegue una determinata azione o persona perché non ci sono elementi sufficienti per provare la responsabilità. Dico soltanto, ed è l’altra amara considerazione, che il tempo passa e il trascorrere del tempo fa maturare i termini di prescrizione per la gran parte dei reati che si possono ipotizzare. Quindi a distanza di dieci anni ben poco si può fare perché comunque la prescrizione impedisce l’accertamento definitivo. Altra situazione che viene stigmatizzata come inaccettabile dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha sempre stabilito che in relazione all’accertamento di questo tipo di reati, cioè reati commessi in relazione ai diritti protetti dalla convenzione, non deve applicarsi la prescrizione che è un esito inaccettabile. Questo è un altro grosso problema perché la gran parte, oserei dire, tutti, i nostri processi finiranno in questo modo e questo è un risultato che non solo non appaga, ma che lo sappiamo già adesso, la Corte Europea dei diritti dell’uomo, dice che è inaccettabile.

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