Carlo Bachschmidt. Consulente tecnico ai processi Diaz, Bolzaneto e dei 25.

Caproni. Di Luca Marcenaro

Carlo Bachschmidt durante i processi del G8 è stato nominato dagli avvocati come consulente tecnico per seguire i processi Diaz, Bolzaneto e dei 25. La sua testimonianza ci riporta alcune riflessioni molto pertinenti e documentate, soprattutto per quel che riguarda le condanne abnormi nel processo contro i manifestanti.

Nei giorni del G8 che ruolo avevi?

Ho partecipato all’organizzazione del Genova Social Forum ed ero una delle tante persone che hanno seguito e costruito questo percorso. Stavo prevalentemente a piazzale Kennedy dove c’era l’Infopoint e al Mediacenter.

E all’interno dei processi?

Consulente tecnico nominato dagli avvocati per seguire i processi Diaz, Bolzaneto e dei 25, come anche altre persone che hanno lavorato a questo ufficio durante dieci anni di processi. L’ufficio era il punto di rifermento per tutti gli avvocati in quanto si raccoglievano tutti gli atti processuali e il materiale necessario per ricostruire i fatti in relazione ai processi.

Come è stato acquisito il materiale di cui parli?

In parte è stato messo a disposizione delle parti dalla Procura. Materiale cartaceo e in più il materiale video fotografico. Altro materiale è quello raccolto da noi nell’arco dei primi tre anni ed era quello che ci interessava da portare poi a dibattimento.

Nel processo contro i manifestanti l’indagine era a carico di chi?

L’indagine era contro ignoti che in questo caso significa contro un numero molto alto di manifestanti non individuati. Tale indagine ha tutt’ora (perché un reato come devastazione e saccheggio non va in prescrizione in dieci anni) un archivio molto più interessante e ricco di quello che abbiamo ricevuto.

Cioè?

Noi abbiamo ricevuto il materiale relativo alle 25 persone che sono andate poi a processo, ma il resto del materiale non abbiamo potuto visionarlo. Dunque non abbiamo potuto aver visione di un materiale molto più ampio che è evidentemente materiale che contestualizza meglio il G8 di Genova, perché abbiamo ad esempio tantissime immagini dagli elicotteri di altri operatori e non solo della televisione, quindi non sappiamo se quelle circostanze avrebbero potuto essere ricostruite visivamente meglio di quello che abbiamo fatto, perché appunto, questo materiale non abbiamo potuto visionarlo.

Quindi avreste potuto difendere meglio gli imputati ricostruendo in maniera migliore il contesto in cui si sono sviluppati gli scontri?

Sui risultati ottenuti siamo soddisfatti per quanto riguarda le 15 persone difese nel corteo delle tute bianche di Via Tolemaide. Quel corteo ha avuto materiale a sufficienza per poter essere descritto e riscostruito al meglio.

Quali sono, se ci sono, le difficoltà che hai riscontrato in questi anni?

In questi anni è stato difficile poter portare fuori dalle aule del tribunale i risultati che sono emersi durante i processi. Quello dei 25 che insieme a quello della Diaz è stato il processo più difficile da seguire, non ha avuto molto spazio dal punto di vista mediatico, anzi quasi non hanno parlato (se non il giorno della sentenza) di come si stava ricostruendo un altro G8 rispetto ad esempio all’accusa che per i 25 era quella di devastazione e saccheggio, per venticinque persone che stavano appunto in situazioni diverse, in quartieri diversi e in giornate diverse. Accusa che noi abbiamo dovuto ridimensionare ricostruendo tutto un altro G8 con l’ausilio dei video, delle fotografie e della ricerca di testimoni che abbiamo portato in dibattimento.

Lamenti il disinteresse della stampa?

E’ mancata una comunicazione costante sui risultati processuali che dal 2004 al 2010 sono stati ottenuti. In media solo in occasione della sentenza sono stati fatti dei servizi che però, rispetto ad altri processi ben noti di cronaca, hanno avuto molto meno attenzione. Per il G8 che non è una questione solo di cronaca, ma è una questione di politica non c’è stato nessuno spazio, se non occasionale e singolarmente, singoli giornalisti, singole redazioni che hanno deciso di ritagliare uno spazio e cercare di capire attraverso i processi che cosa emergeva rispetto ai fatti del G8. A parte i locali di Genova, carta stampata e telegiornali hanno dato rilievo solamente ai casi più eclatanti come le sentenze o Fournier e la macelleria messicana: momenti topici però la descrizione di cosa sono stati questi processi e il valore di questi processi purtroppo non è uscita, se non attraverso il lavoro degli avvocati e di coloro che gli hanno seguiti in questi anni.

Nel processo ai manifestanti si stava costruendo un G8 diverso da quello che era realmente stato, cosa vuoi dire?

Intendo che l’accusa ha portato a processo 25 persone per il medesimo reato di devastazione e saccheggio che è stato dato per concorso. Noi sappiamo che fra questi venticinque ci sono persone che si trovavano in situazioni diverse, in giornate diverse e che il concorso è stato messo in piedi perché c’era la consapevolezza che quell’azione, quella circostanza era in qualche modo una situazione in cui veniva messo in pericolo l’ordine pubblico, dunque ad esempio, il corteo delle tute bianche si stava avvicinando alla zona di Brignole, seppur in modo pacifico e non violento come hanno sempre ribadito, però con la consapevolezza che nel frattempo c’erano i danneggiamenti del blocco nero e dunque l’accusa diceva in questo senso loro hanno approfittato di una situazione in cui l’ordine pubblico era già messo in pericolo e dunque hanno agito in modo consapevole rispetto alle loro intenzioni.

E invece?

In realtà nel merito del corteo delle tute bianche è stato ricostrito qualcosa che non emergeva dalla ricostruzione dell’accusa e cioè che quel corteo è stato fermato dalla carica illegittima dei carabinieri così come è stato evidenziato dalle sentenze di primo e secondo grado e che quei manifestanti che hanno reagito, soprattutto nella prima mezzora, hanno reagito in modo legittimo, tanto è vero che tutte le imputazioni che avevano per quella prima mezzora di carica sono cadute per legittima difesa di un corteo autorizzato.

Su che basi sono stati condannati in appello i dieci manifestanti?

Sulla base del concorso riscontrato tramite frammenti di video e foto. Per alcuni magari è evidente che hanno rotto una vetrina, c’è la foto, c’è il video e su quello non mi sembra ci sia molto da discutere, bisogna solo capire di che tipo di reato si tratti. Il problema sta invece nella presenza di alcune persone che stavano nella situazione in cui si rompeva la vetrina, ma queste persone sono state fotografate che non facevano nulla. Dunque il fatto di essere presenti in una situazione di danneggiamento ha implicato che questi concorressero in qualche modo al danneggiamento stesso, una corresponsabilità diciamo collettiva. Loro erano lì e sono rimasti lì, secondo l’accusa hanno condiviso quel tipo di situazione.

Tu che ne pensi?

Io so solo che il tentativo che è stato fatto per entrare nel merito del blocco nero, era quello di capire se effettivamente questa messa in pericolo dell’ordine pubblico ci sia stata, considerando un dato interessante e cioé che la reazione delle forze di polizia ai danneggiamenti che ci sono stati soprattutto nel venerdì mattina ha uno scarto di mezzora. Cioè dai primi danneggiamenti di piazza Paolo da Novi da dove è iniziato il G8 nostro, quello dei manifestanti, la polizia arriva sempre con uno scarto di trenta minuti. E questi trenta minuti se li porta dietro sino alle 14.00. I manifestanti alle due oltrepassando il tunnel di corso Torino e portandosi nella parte nord della città, si sono trovati una situazione completamente disimpegnata da qualsiasi carica della polizia, perché oltre la ferrovia di Brignole, nessuna forza dell’ordine è intervenuta, apparte un contingente dei carabinieri che è stato inviato, verso le tre di pomeriggio per raggiungere questi manifestanti presso il carcere di Marassi, ed è arrivato così in ritardo che quando sono arrivati presso il carcere i manifestanti non solo non erano lì ma erano già arrivati in Piazza Manin. Questo significa che queste persone hanno potuto agire tranquillamente e che l’hanno fatto perché le forze dell’ordine non le hanno mai raggiunte. Allora tecnicamente si può ragionare su questo dato. Se le forze dell’ordine non si sono tempestivamente adoperate per fermare il cosiddetto blocco nero, probabilmente questo blocco nero non era così pericoloso per l’ordine pubblico.

Perchè questo scarto?

I cittadini hanno avvisato subito le forze dell’ordine, abbiamo migliaia di telefonate che lo testimoniano. Le valutazioni sul perché non siano intervenute lasciamole stare, però il dato è che sono intervenuti molto dopo. E questo era un dato sul quale si cercava di ragionare per vedere se effettivamente si potesse imputare del reato di devastazione e saccheggio.

Alla luce delle verità accertate nei processi a tuo parere sono rimasti dei punti oscuri sui quali si sarebbe dovuto indagare meglio?

Penso che tutti coloro che hanno lavorato ai processi, avvocati, Procura, e tutti coloro che hanno in qualche forma contribuito alla ricostruzione dei fatti abbiano lavorato al meglio, sia contro sia a favore di, perché hanno in qualche modo portato tutti quei documenti che potevano essere utili e necessari per capire cosa successe a Genova. Ma questi soggetti non sono ovviamente coloro che possono o devono restituire quello che è successo a Genova. Perché i processi hanno indagato e verificato solo le responsabilità penali sui singoli fatti. Diciamo che i processi sono stati l’occasione per poter ritornare su Genova e cercare, fuori dalle aule giudiziarie, di far pressione per capire perché sono successi quei fatti. Quindi i protagonisti di chi può ancora oggi dirci che cosa successe non sono certo né gli avvocati, né la Procura né i giudici stessi. Il problema è sempre politico, non tecnico giuridico. Non si può paragonare la verità giuridica con quella politica. Sono due cose diverse. Non ci sono state riserve sul voler indagare rispetto ai fatti, perché laddove non è stato fatto dalla procura rispetto ai 25 sono intervenuti gli avvocati che hanno portato come dicevo prima un’altra ricostruzione su cosa è successo in Via Tolemaide, dunque lo spazio per poter capire e ricostruire c’è stato. Il problema è tutto politico e quindi al di fuori della aule.

Cosa intendi?

Il G8 è qualcosa di scomodo da ricordare e contiene in sé elementi problematici che appartengono a tutti: appartiene al movimento come alla politica istituzionale che ad esempio non si è mai espressa sulle condanne delle forze dell’ordine, se non a loro difesa. Ecco questo è un problema politico perché dopo la sentenza in appello qualcosa bisogna restituire all’opinione pubblica. Sono passati dieci anni, ci stiamo avvicinando al decennale, si ricorderanno quei giorni, noi abbiamo decine di funzionari condannati in appello, ovviamente bisogna aspettare la Cassazione, ma la ricostruzione dei fatti è quella, in Cassazione probabilmente non può essere rivista, politicamente, non sulla condanna del singolo funzionario, ma una valutazione a distanza di dieci anni, grazie alla ricostruzione che è emersa dai processi, secondo me è necessario farla. E la politica istitizionale non l’ha mai fatta, se non occasionalmente nel momento in cui la sentenza ha dichiarato la responsabilità penale, su quella, si sono difesi i singoli poliziotti. Si è sempre fatta una spaccatura fra buoni e cattivi, ma non tra i manifestanti, tra i poliziotti, vedi il caso Diaz. Parte del movimento in questi anni ha cercato di porre questa questione, con forza anche se effettivamente non ci è riuscita a livello mediatico perché non sostenuta da quell’interesse che era necessario.

Ti stai parlando della politica come grande latitante rispetto a un messaggio istituzionale di riflessione?

Sto parlando di una riflessione politica a dieci di distanza sulla responsabilità del perché è successo quello che abbiamo capito dalle sentenze di primo e secondo grado. E questa restituzione la deve fare il movimento perché non c’è nessun altro che aiuti l’opinione pubblica a rimarginare, come dicono alcuni, questa ferita che è ancora aperta. La ferita sarà molto aperta finché la politica non entra nel merito del perché è successo quello che abbiamo capito che è successo attraverso i processi. Questa è la responsabilità sulla quale molti di noi verranno qui a Luglio a chiedere conto.

Quali sono i punti sui quali si sarebbe potuto fare più chiarezza?

Sui carabinieri non sappiamo nulla, perché sarebbe stato interessante capire anche la formazione e preparazione dei carabinieri sul G8. Non abbiamo nulla.

Sui carabinieri sappiamo che quelli che in Piazza Alimonda erano anche in Somalia…

Sappiamo solo che c’erano questi CCIR, cioè questi reparti che hanno avuto una formazione diversa dagli altri, che sono un po’ come il VII reparto mobile di Roma, cioè impegnati e impiegati nei momenti, come dicono loro, di contrasto deciso dei manifestanti più facinorosi. Però non abbiamo gli elementi che ci possono permettere di capire meglio come è funzionata questa gestione e formazione all’interno delle forze dei carabinieri, così come abbiamo potuto conoscerla all’interno delle forze di polizia. E comunque ci sono tanti elementi che non abbiamo potuto…

Non abbiamo potuto?

Il tema di tutti coloro che vogliono capire cosa è successo, è se questi eventi siano stati occasionali per mancato coordinamento tra le forze dell’ordine, oppure siano stati pensati e gestiti in modo consapevole e responsabile. Parlo soprattutto dell’evento per me più interessante che è stato appunto la carica di Via Tolemaide, che ha determinato i fatti di venerdì pomeriggio sino all’uccisione di Carlo Giuliani. Quello è stato l’evento scatenante della reazione dei diecimila del corteo dello tute bianche che ha portato al disastro della situazione in quella zona. La carica illegittima avviene alle 15.00 meno qualche minuto e Carlo Giuliani muore alle 17.25.

Davvero questa carica ha un significato che non è stato trasmesso per quel che vale all’opinione pubblica?

Il pomeriggio del venerdì viene compromesso da questa carica che è stata assolutamente inaspettata e che dai documenti che sono emersi, la polizia stessa ha evidenziato attraverso le comunicazioni radio direttamente nella centrale operativa, quanto quella carica fosse inaspettata. Dunque se le registrazioni audio valgono qualcosa noi possiamo solo rilevare che questo mancato coordinamento fra polizia e carabinieri quanto meno c’è stato in quella circostanza. Adesso siccome abbiamo fatto anche emergere nel processo che quei carabinieri erano gli unici (tra i carabinieri del G8 che abbiamo potuto trovare nelle foto e nei video) che avevano le mazze di ferro, siamo rimasti colpiti dal fatto che quell’unico battaglione che aveva le mazze di ferro pronte all’uso sia intervenuto proprio in quella circostanza: proprio quei carabinieri che erano destinati a contrastare il cosidetto blocco nero nella parte nord della città, cioé piazza Giusti e il carcere di Marassi.

E invece che successe?

La centrale operativa da l’ordine di andare immediatamente in quella zona e questo contingente, inspiegabilmente, ci mette 20 minuti per fare un tragitto (dalla questura in Piazza Giusti) che un altro contingente inviato successivamente compie in 8 minuti. Viene inviato all’incrocio di Corso Torino con Via Tolemaide, percorre questo percorso lentissimamente fino all’incrocio con il corteo delle tute bianche e da lì nasce questa carica inspiegabile. I carabinieri invece di procedere sotto il tunnel della ferrovia verso piazza Giusti, si fermano e caricano il corteo. Le sentenze hanno già evidenziato quanto quella situazione fosse assolutamente gestibile in altro modo: quel corteo stava arrivando tranquillo ed ha dimostrato di voler raggiungere un’altra meta senza certo volersi scontrare con le forze dell’ordine che in quel momento stavano transitando. Il corteo era assolutamente fermo, non hanno tirato nulla ed erano disponibili a lasciar passare questo contingente sotto il tunnel. Tra l’altro in un processo contro i manifestanti non è che si può più di tanto indagare su una questione che se non è lo stesso capitano dei carabinieri a descrivertela e spiegartela nella sua deposizione non hai altre opportunità di poterla comprendere.

Resta comunque evidente che quella carica è un elemento che pesa moltissimo sulla ricostruzione e valutazione di quel che è successo. Un capitano dei carabinieri con 200 uomini e senza probabilmente ricevere l’ordine dal dirigente di polizia, che in quel momento era intenzionata ad attraversare il tunnel per andare in Piazza Giusti, ha deciso di caricare 10000 persone. Secondo me è molto significativo che questo capitano Antonio Bruno con 200 uomini del III battaglione Lombardia carichi un corteo di 10.000 persone.

Ma questa non è nemmeno l’unica occasione esatto?

Una cosa analoga è successa il giorno dopo, quando a seguito di due ore di lancio di lacrimogeni, al fine di contrastare qualche decina di manifestanti, le forze dell’ordine hanno deciso di caricare il corteo di 300.000 persone a punta Vagno, di fatto spezzandolo in due e di fatto (come dimostrano i video) di massacrare persone assolutamente inermi e inoffensive, stiamo parlando di donne di bambini di ragazzi di persone che nulla avevano a che vedere con gli scontri di piazza. Il fatto di aver distrutto, spezzato in due un corteo di 300.000 persone è un dato politico rilevantissimo perché non è mai successo in Italia che una manifestazione autorizzata di 300.000 persone venisse spezzata in due e di fatto distrutta. Questa carica non è mai stata rimessa in gioco fra le cose che sono successe al G8 perché i processi non comprendevano tra le varie questioni da approfondire anche questa circostanza. Di fatto però nella ricostruzione generale di che cosa è successo in quei giorni sappiamo bene che lì c’è stata un carica che ha distrutto un corteo di 300.000 persone, che queste persone sono state caricate e che ci sono state decine e decine di feriti e che i feriti, come al solito, sono state persone assolutamente inermi che non c’entrano nulla con eventuali scontri, ecco questo dato è uno dei dati del G8 e su questo non è rilevante, dal punto di vista della ricostruzione dei fatti, andare a cercare le responsabilità dei singoli poliziotti. Io vorrei che qualcuno mi spiegasse, politicamente come si è creata quella circostanza per cui è stato normale caricare un corteo di 300.000 persone. E’ un dato gravissimo e non è un dato di cattiva organizzazione e coordinamento fra le forze dell’ordine.

Perché?

Se le forze dell’ordine sono state mal coordinate significa che la politica non era sufficientemente presente in quei giorni per poter gestire un controvertice molto partecipato. E in quel momento storico era evidente a tutti con mesi e mesi di lavoro che sarebbe stato un appuntamento al quale avrebbero partecipato migliaia e migliaia di persone, non genovesi, non italiane, ma da tutte Europa e da tutto il mondo.

Da chi è stata eseguita questa carica di punta Vagno?

Polizia e Guardia di Finanza.

Quindi gli unici che hanno preso condanne sono stati i poliziotti, carabinieri e finanza nulla?

Probabilmente qualche carabiniere nel processo di Bolzaneto. Non hanno preso condanne, perché non sono stati accertati i fatti.

E perchè?

Non sono stati accertati i fatti perché sono stati aperti dei fascicoli su alcune circostanze che non comprendevano i fatti di punta Vagno. Non è che sono stati assolti, non ci sono state occasioni processuali per capire se effettivamente hanno commesso un reato.

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