Angela Burlando. Ex vice questore.

Dott.ssa Angela Burlando. Ai tempi del G8 vicequestore.

Angela Burlando durante il G8 di Genova ricopriva la carica di vice questore. La sua ricostruzione fornisce elementi utili a comprendere cosa successe, in primis, all’interno delle forze di polizia.

Cosa ricorda del clima fra voi addetti ai lavori nei giorni precedenti al summit?

C’era una preoccupazione che aumentava costantemente, perché gli articoli che comparivano sui giornali determinavano ovviamente una certa apprensione. Si diceva che avrebbero lanciato sangue infetto, che ci sarebbero stati dei pericoli e quindi c’era tutta una situazione, contenuta, nel senso che il poliziotto è abituato a vivere il pericolo quindi sa che fa parte del suo quotidiano, ma comunque un’occasione particolarmente preoccupante.

A prescindere dai giornali, voi poliziotti eravate a conoscenza di concrete minacce alla sicurezza della città?

Avevamo fatto una serie di corsi per funzionari e addetti all’ordine pubblico. C’era un attivarsi di iniziative che precludevano problemi, quindi era chiaro che si tentava di dare risposte ai problemi che c’erano.

Alla luce di quello che è poi successo quanto sono serviti questi corsi?

Non sono stati negativi perché hanno permesso di valutare la situazione nei suoi aspetti reali. Tutto quello che è accaduto dopo è stato in gran parte conseguenza dell’inefficienza e della mancanza di coordinamento. Quindi non potrei dire che è derivato dalla non conoscenza dei fatti, semmai è derivato dalla situazione di mancanza di collaborazione e coordinamento.

Di che cosa si occupò in quei giorni?

Come tutti i funzionari ero coinvolta nel valutare le situazioni, però devo dire che fu svolta una valutazione a monte, diciamo di elité. Perché un dirigente di commissariato non è considerato un dirigente DIGOS. Purtroppo esistono anche delle gerarchie di ufficio. In quei giorni comunque ero sul territorio, ho chiesto di lavorare perché ritenevo giusto come funzionario di rendermi utile in una situazione di quel genere, contrariamente a quello che ci avevano proposto in un primo momento. L’obbiettivo iniziale del questore Colucci era forse quello di valorizzare i funzionari che venivano da fuori e far si che noi gli accompagnassimo. Poi, forte della mia doppia veste, soprattutto quella di sindacalista, avevo protestato dicendo che non potevamo fare i cani per i ciechi, noi siamo funzionari, se ci mandate sul territorio, ci mandate con diritti e doveri e rischi equiparati oppure ve li fate voi. Di lì poi è nata qualche problematica. Perché ovviamente, i funzionari che venivano da fuori, che rimanevano poi soli, se non avevano accompagnatori, rischiavano di commettere degli errori sulle strade, sul modo di comunicare, sul modo di gestire l’ordine pubblico.

Genova e ordine pubblico cosa insegna la sua esperienza?

Io ho sempre ritenuto che quando si porta avanti un discorso di ordine pubblico in una città, si debba conoscere lo spirito della città: il modo di affrontare i problemi, il modo di gestire. Genova è sempre stata, direi dagli anni sessanta fino al duemila a maggior ragione, una città in cui l’ordine pubblico costituiva un problema. Quindi lo abbiamo sempre gestito con grande consapevolezza, con grande rispetto delle diversità e cercando, se possibile, il dialogo. Cosa che non sempre è stata facile. Non c’è stato mai l’urto dell’ordine pubblico, perché Genova è molto sindacalizzata, molto garantista, molto libera, una città difficile e dignitosa e chiaramente non si potevano commettere errori. Poi c’era stato un bel percorso che era partito dagli anni settanta sino al 1981 con l’approvazione della legge di riforma della polizia, quindi un percorso congiunto tra lavoratori della polizia e operai. E in quel periodo appunto si erano ricongiunte le idee, c’erano valutazioni comuni, c’era il desiderio di una polizia al servizio del cittadino, l’obbiettivo che si voleva raggiungere: non una polizia al servizio del Governo, bensì una polizia al servizio del cittadino. E questo aveva creato un rapporto molto solido, rapporto che è stato purtroppo interrotto dal G8.

In che modo hanno influito gli eventi del G8 in questo rapporto di fiducia?

In maniera traumatica perché mi ricordo che come sindacalista finito il macello che era stato il G8 avevo ritenuto di partecipare ad una delle prime riunione successive che si erano tenute a Caricamento e in una libreria di Via S. Luca. E mi ricordo che qualcuno, forse proprio a Caricamento a Palazzo S. Giorgio, qualcuno, tra l’altro dei DS, partito per cui simpatizzavo già allora, mi aveva detto (mentre cercavo di spiegare quali erano i problemi dei poliziotti, quali erano stati disagi, difficoltà ed errori) di non fare cappuccetto rosso nel bosco. Quindi si era proprio interrotto questo rapporto di fiducia che noi avevamo alimentato. Era stato vissuto dagli operai come un tradimento perché il poliziotto che era amico tuo, con cui tu avevi fatto sciopero, a quel punto lì ti tradiva. Tornava ad essere il nemico.

E invece le varie verità giudiziarie accertate dai Tribunali sono riuscite a rinsaldare almeno in parte questo legame?

La cosa peggiore che è stata commessa dopo il G8 è stata quella di non avere saputo distinguere l’errore del singolo dalla colpa del singolo. L’errore dalla responsabilità. Perché si può sbagliare, puoi essere nervoso, puoi picchiare, sbagliando, e non è giusto, però comunque ci possono essere momenti particolari. Ma comunque se c’è una responsabilità grave quella responsabilità va accertata. Non è stata possibile favorire l’accertamento delle verità. Perché c’è stato un percorso che andava in direzioni opposte: mentre il Ministero tutelava a spada tratta i funzionari che secondo me potevano essere considerati o meno responsabili di fatti più o meno gravi, ma comunque dovevano essere analizzati proprio nei contenuti delle loro azioni, dall’altro lato la magistratura portava avanti un’inchiesta, mentre il Ministero degli Interni li promuoveva. Per cui mentre erano sotto accusa venivano promossi.

Risultato che oggi noi abbiamo una polizia che dovrebbe essere al servizio del cittadino, che ha nei posti chiave molte persone che sono pregiudicate. Piaccia o meno questa è una verità, cruda, ma è così.

E mi dispiace dirlo, perché mi ritengo ancora idealmente appartenente alla polizia di stato. Come sindacato, subito dopo il G8 avevamo chiesto a mio parere una cosa molto importante, avevamo detto: per evitare problemi di questo tipo nell’ordine pubblico, con persone che reagiscono allo stress e si lasciano afferrare dalla paura o da altri motivi tutt’altro che nobili, sarebbe bene che quando si manda in ordine pubblico il poliziotto avesse un numero stampigliato sulla divisa e anche sul casco. Non è mai stato accettato.

Per quale motivo questa proposta?

Perché se io poliziotto so che posso essere individuabile, chiaramente prima di esagerare nella mia difesa ci penso. Nel codice ci sono tre articoli che definiscono bene quali sono le possibilità di difesa personale, ci sono dei limiti, è l’uso della forza, non della violenza, cioè io vengo aggredita con una certa forza e ho diritto, anche come cittadino, ma a maggior come poliziotto, di difendermi con un uso della forza che non può essere mai superiore. Invece si è esagerato. E questo è quello che ha creato una disistima generalizzata per la struttura della polizia. E’ questo non è giusto perché molti poliziotti a Genova hanno lavorato bene, sono state persone serie, e hanno pagato anche dei prezzi e hanno subito anche delle aggressioni perché poi ci sono state anche delle vittime. Quindi il numero di riconoscimento avrebbe potuto evitare.

Quanti erano i poliziotti in forza in quei giorni a Genova?

Troppi, ora non ricordo il numero ma erano tantissimi. Quello che io ho vissuto male, ma potrebbe essere una sensazione del tutto mia, è stato lo spirito con cui molti sono arrivati a Genova: c’era questo bisogno di difendersi e molti erano dichiaratamente pronti ad aggredire. Girava una frase: “ Questa volta si faranno male”. Cioè: questa volta noi andremo sul duro, era evidentemente un ordine che a me non è stato dato.

Allora i corsi formativi sono serviti a dare questo messaggio?

No, i corsi formativi davano un messaggio di difesa, era un buon messaggio perché diceva se vi aggrediscono dovete comportarvi bene etc etc. La voce che girava però era un’altra. Evidentemente o è stata falsata da qualcuno, oppure è stata esagerata anche questa. Poi sa, le persone erano tante, diciamo che uno dei problemi che abbiamo avuto è stato il fatto di definire polizia come un’unica parola, tutte forze che erano diverse.

Ma delle quali nessuna si è risparmiata…

Allora diciamo subito. La polizia di stato era una polizia che era sindacalizzata, aveva attraversato un suo percorso accanto agli operai e aveva vissuto una sua liberalizzazione nel senso che si era sindacalizzata e democratizzata. I carabinieri sono forze armate. La guardia di finanza non è specializzata in ordine pubblico, ha altre specializzazioni. Se lei va allo stadio i baschi verdi li trova, non nei posti chiave, nei posti peggiori, ma li trova in tribuna, dove c’è meno bisogno di affrontare delle difficoltà. La GDF in certi momenti è andata a ruota libera, non c’era coordinamento, non era possibile, come non è tutt’ora possibile oggi, avere la centrale unica. Ed era difficilissimo comunicare perché avevano cambiato da poco tutto un sistema di comunicazione e non c’era stato, come succede sempre in Italia, il tempo per verificare. Per cui facilmente non riuscivi a comunicare più. Allora o telefonavi, o nel caos poi veniva fuori tutta una discrepanza un non collegamento. Io credo che Piazza Alimonda sia stata anche questo. Anche proprio una mancanza di comunicazione. Poi c’erano anche delle tensioni interne alle varie forze di polizia. Era il periodo in cui tra polizia e carabinieri c’era in corso un conflitto accentuato dal fatto che i carabinieri erano diventati quarta forza armata.

Come mai dei dirigenti dei carabinieri operativi in piazza Alimonda, nessuno di loro è stato rinviato a giudizio, diversamente da quanto è successo, anche se con molte difficoltà, a un De Gennaro ?

Perché l’ordine pubblico era diretto dal questore. Il responsabile era Colucci. Quindi era lui che doveva dare gli imput. Ci poteva essere il coordinamento però era il responsabile: ad esempio alla Diaz i carabinieri sono stati lasciati fuori, è stata la stessa polizia che non gli ha inclusi. Per fortuna loro perché è andata bene per loro.

E’ stato accertato che l’attacco dei carabinieri al corteo di Via Tolemaide era arbitrario. Una volta accertato ciò nel processo ai manifestanti, come mai non è seguita anche un’incriminazione su questa base?

Evidentemente non c’erano prove sufficienti per valutarlo. Ci sono stati diversi tentativi e non sono stati validi per il rinvio a giudizio.

Black Block. Se ne sono dette di tutti i colori

Io penso che ancora oggi sia un grosso punto di domanda. Perché erano un po’ un oggetto misterioso. Se ne era parlato molto. So che alcuni dirigenti DIGOS erano convinti di sapere tutto e credo che non lo sapessero. E poi forse qualcuno può essere sembrato un black block e non lo era, oppure è stata una forma di controllare la folla. Io non escludo niente, c’era un caos tale per cui non escludo niente.

C’è un momento in particolare fissato nella sua memoria nel quale si rese conto che l’ordine pubblico era completamente sfuggito di controllo?

C’è stato un momento particolare per me in cui mi sono resa conto. Io non ho mai amato la definizione del poliziotto come servitore dello Stato. Non mi piace perché non puoi essere un servitore dello Stato, devi essere un funzionario che usa il cervello che ubbidisce esclusivamente a quella che è la legge. Lo Stato ti può dare degli imput che non sono giusti e per conto mio non li devi e non li puoi condividere, per quanto difficile sia. Dicevo c’è stato un momento in cui ho capito cosa voleva dire essere servitore dello Stato. Perché ti sentivi impossibilitato a rispondere ai problemi nella maniera in cui desideravi. Di fronte al caos, di fronte a una folla, alla mancanza di spazi, poi diventi un qualcosa che non è più quello che credevi di essere.

Lei con i suoi occhi è stata testimone di atti di violenza da parte delle forze dell’ordine?

Due episodi mi sono rimasti molto impressi. Uno insieme a Don Gallo. Il primo eravamo in corso Buenos Aires. Era arrivato un mezzo della polizia sul quale c’erano dei poliziotti feriti, li avevano lanciato forse delle pietre dalla parte della stazione. Come si è fermato il mezzo i poliziotti sono scesi e si sono abbandonati per terra, proprio doloranti. Quindi era un momento in cui non era la polizia che picchiava, era la polizia che subiva. E un giornalista inglese si è avvicinato subito per fotografare. L’autista, che era l’unica che stava in forze, gli ha dato una spinta e l’ha mandato via con violenza ed è stata una cosa della quale il giornalista si è stupito perché diceva di fare il suo lavoro e l’altro continuava a spingerlo. Ed è stato sbagliato, perché il giornalista voleva riprendere i poliziotti in un momento di difficoltà. E avrebbe potuto indicare come anche la polizia avesse subito degli attacchi che non erano giusti perché non è che tutti avevano ragione e tutti avevano torto, assolutamente, perché il torto e la ragione non sono mai completamente divisi. Comunque l’altro episodio, quello con Don Gallo, è accaduto a due ragazzi, un francese e un italiano che scendevano in macchina dal tunnel di Brignole in Corso Buenos Aires, dove hanno intercettato una camionetta della polizia, che non era del reparto mobile di Genova, ma veniva da fuori. E li hanno alzato il dito. Quelli della camionetta anziché fermarli, identificarli e denunciarli, sono scesi, hanno preso il manganello e lo hanno manganellato. Questo ragazzo è stato ferito ad un occhio. Io l’ho preso, l’ho messo su di una ambulanza li vicino, i poliziotti spariti nel nulla in mezzo alla folla, e poi ho saputo a distanza di tempo, che abbia avuto dei grossi problemi e forse ha perso un occhio, anche perché non era andato al S. Martino per paura e quindi con Don Gallo abbiamo cercato di dargli una mano, ma è stato inutile. E questo è stato un gesto di violenza che non aveva ragione di esistere. Si può capire anche il problema nello scontro diretto, ma così a freddo sono difficilmente comprensibili.

Che impressione le ha fatto come dirigente della polizia osservare l’omertà diffusa con la quale l’istituzione polizia rispondeva alle istanze della magistratura?

Non mi ha stupito. Non mi ha stupito perché la struttura cercava di difendere se stessa e su questo io non sono d’accordo. Ritengo che le colpe siano una cosa e le responsabilità gravi un’altra. Se hai dei problemi che ti derivano da un cittadino il poliziotto ti difende, ma se hai dei problemi che ti derivano da un poliziotto chi ti difende? Questo toglie fiducia e stima alla polizia. A volte parlo ancora con dei ragazzi, dei poliziotti che lavorano in certi ambiti a contatto con gli stranieri e loro mi dicono: “Siamo avviliti perché ci guardano come degli esseri abbietti , perché noi siamo sempre la polizia che ha picchiato, la polizia che ha creato problemi”. Mentre invece potevano essere quelli che le hanno prese e le hanno date. E’ diverso il discorso.

Che impressione le ha fatto vedere le molotov inventate per giustificare l’incursione sanguinaria alla scuola Diaz?

Prima che una prova di disonestà è stata una prova di grande stupidità. Non hanno usato l’intelligenza.

Come si spiega allora quell’irruzione?

Si sono dette tante cose. La motivazione poteva anche esserci, però ci poteva essere se venivano attivati tutti i meccanismi di organizzazione. Praticamente nella Diaz c’era un’altra uscita, mi pare che dalle persone presenti risulta che non è stata bloccata. Quindi hanno fatto questa incursione e non si è capito cosa sia successo. O forse si è capito bene, insomma, si è visto sangue dappertutto. E la cosa grave come responsabilità dei dirigenti è che l’irruzione è stata fatta con del personale che aveva passato la giornata sulla strada e che quindi aveva già uno stress che era difficilmente controllabile. Questa non è una giustificazione però era personale che non aveva mangiato, che aveva avuto difficoltà a trovare un bagno, personale che aveva subito una giornata di stress totale e che secondo me non poteva essere impiegato oltre le dodici ore. La motivazione ufficiale era che ci fossero i black block. Potevano anche esserci, ripeto, ma dovevano essere controllati in maniera diversa. Ufficiosamente invece sembrava che ci fossero stati pochi arresti e che quindi si dovesse trovare ancora qualcuno. Però è stata un’incursione che non aveva ragione di esistere.

Perché?

Non si può fare un’entrata in quel modo dove la gente dorme e gli piombi addosso a quella maniera. Infatti quello della Diaz è stato l’episodio che ha dato una luce sinistra su tutta l’operazione G8. Perché vede nella strada, per carità nessuna giustificazione, ma nello scontro possono anche accadere fatti dove ci si comporta male, però puoi avere anche una giustificazione umana. Puoi averla, non dico che tu abbia diritto ad averla. Però a freddo non è accettabile.

Lei che oggi è un ex poliziotto cosa penserebbe se sua figlia o suo figlio fosse stata a Bolzaneto?

Penserei che sono stati proprio sfortunati. Perché lì la disorganizzazione ha superato forse addirittura quei comportamenti che sono stati irregolari. La disorganizzazione è stata totale e poi evidentemente ci sono state delle persone che sono state lasciate in balia di se stesse e che hanno potuto gestire la situazione secondo il loro punto di vista. Parlo del singolo, del singolo agente, del singolo ispettore. Sono state anche coinvolte persone che non c’entravano niente. Come Aldo Tarascio. Ha avuto un lungo processo e le stesse persone che secondo qualcuno lo avrebbero accusato in effetti lo hanno difeso. Sono stati fatti anche degli errori è stato preso poi a caso. La confusione iniziale che poi è continuata. Si parla di tortura. Sicuramente li avrebbe dovuto esserci un magistrato, un pubblico ministero.

Share
Questa voce è stata pubblicata in Genova, Genova 2001-2011. Dossier G8 e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Angela Burlando. Ex vice questore.

  1. antonio scrive:

    Ricordo con affetto la partecipazione di Angela Burlando al movimento per la riforma quando molti cercavano di rimanere in disparte. Quello che dichiara Angela Burlando è in linea con il movimento che ha dato vita alla Riforma di polizia che fra i suoi obiettivi prioritari aveva certamente la democratizzazione delle Forze di Polizia che nella storia le vedevano messe in contrasto con la gente e la classe operaia. Sui fatti accaduti a Genova nel corso del G8 penso che il Ministero dell’Interno ha commesso un grave errore nel confermare le promozioni di dipendenti condannati a prescindere del principio costituzionale che ritiene colpevole quando la sentenza passa in giudicata. E’ una questione etica, di imparzialità che nell’attuale situazione rende opaca l’immagine di una Forza di Polizia che deve apparire ed essere trasparente. Ad Angela Burlando non sfugge certamente che ai livelli di base e intermedi Assistenti e Ispettori la sospensione cautelativa del servizio avviene molto spesso in presenza di una semplice informazione di garanzia e non per reati che comportano pene pesanti con l’interdizione dei pubblici uffici . Grazie Angela ancora una volta ha offerto prova di grande onestà intellettuale e di coerenza con i principi democratici dello Stato di Diritto cordialmente Antonio B.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


7 − = cinque

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>