Tunisini di Genova.

Foto di Fabio Bussolino.

Sono arrivati. Sono in Sala chiamata del Porto della CULMV. I profughi sono a Genova. Sono circa 50 persone, tunisini, i più sono giovani di venti, trent’anni, ragazzi con idee e convinzioni che danno il senso del loro peregrinare e occhi, occhi vivi, con la sete di un futuro che si costruiranno in ogni modo. Come è giusto che sia per ogni giovane di questa terra. In fondo, per loro che hanno attraversato il mare sopra i legni visti in tutte le immagini televisive, stracarichi (uomini, donne, bambini) con magari in tasca qualche spiccio e in pegno la speranza promessa ai loro cari, essere arrivati a Genova piuttosto che un’altra città italiana, sembra un particolare.  Ormai il più è fatto. Sono stanchi, ma non è un problema: sono sani e sono salvi. E adesso comincia il viaggio di terra. Quello che porterà questi ragazzi, a confrontarsi con le contraddizioni della Fortezza Europea. Solidarietà e paura, che si scalzano a vicenda, relazioni umane e propaganda dell’invasioneIl primo con cui parlo si chiama Zied, ha 32 anni, con il viso provato e le occhiaie profonde, mi racconta che i ragazzi alloggiati a Genova sono arrivati in Italia in momenti diversi, con barche diverse e con viaggi diversi alle spalle. Lui è arrivato a Pantelleria con una barca di 8 metri.

Quante persone erano a bordo, domando? 150 risponde. Stento a crederci. Ma so che è vero, 150 persone in 8 metri di barca. Le leggi della fisica e del moto ondoso marittimo gliel’hanno scampata bella, a loro. Tutti arrivati in porto.

Zied, 32 anni. Mi mostra la ricevuta del permesso di soggiorno e il figlio rimasto in Tunisia.

Zied le idee le ha chiare, mentre mi mostra l’immagine del figlioletto al quale non ha detto nulla della sua partenza. “Noi vogliamo lavorare” Si affretta a dirmi. “Da noi si lavora un giorno e si sta a casa il resto del mese. Guadagniamo 10 dinari al giorno.” Equivalente di nostri 5 euro.

Crisi nella crisi, popoli affamati senza prospettive. Che scelgono l’emigrazione, individuale e poi di massa. Tanto da noi il peggio pagato (in nero, senza sindacati) prende in un giorno 10 volte ciò che tocca a loro. Una giornata di lavoro nei campi, in edilizia, per loro è chiaramente un bel miraggio. Zied mi mostra con orgoglio la ricevuta del suo permesso di soggiorno, il 28 andrà in questura a ritirarlo. E tutti i campi e le impalcature saranno per lui.

Anche Rafifa ha voglia di chiacchierare. Esile ragazzo di vent’anni, Rafifa, 20 anni. Vuole tornare a Palermo dove ha degli amici.magro, magro con gli occhi curiosi. Il francese ci aiuta, ci si fa capire. Lui, ad esempio, è stato in mare per tre giorni. Partito da Girgis (Zarzis) arrivato a Lampedusa. Altri non ce l’hanno fatta. Mi racconta di aver visto gettare 7 donne a mare.

Lui vorrebbe fare qualsiasi lavoro, ma preferirebbe tornare a Palermo dove ha degli amici. Per adesso la soglia del suo futuro si ferma alla mancanza di soldi per pagarsi il biglietto.

Infine arriva Marwen, 22 anni. Tipo sveglio, occhi stanchi. Lui è partito da Sfax e ci ha messo 2 giorni di mare. Marwen, 22 anni. Vuole andare in Germania.Con orgoglio mi dice di avere tre diplomi: perito elettrotecnico, frigorista e informatico. Sarà lo studio che rende fine le menti, ma Marwen ha già capito che in Italia sarà dura: “Qui non c’è lavoro, appena prendo il permesso vado in Germania.” Non parla tedesco, ma la voglia di imparare non manca. In fondo a 22 anni niente ti fa paura, se credi in te stesso puoi ancora conquistare il mondo, diventare adulto. Marwen ha lasciato la famiglia dall’altra parte del mare, come la maggior parte di questi ragazzi, mentre mi mostra il permesso di soggiorno del suo compagno Rafifa mi domanda: “Che vuol dire motivi umanitari?” Non rispondo. Non saprei che dire in francese. Mi chiede se il permesso è valido per viaggiare in Europa e per lavorare anche fuori dall’Italia. Dico di si. Sbagliando. Lui sorride.

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è valido esclusivamente per circolare nell’Unione Europea. Per lavorare dovrebbero avere un permesso di lunga durata: la carta di soggiorno alla quale si ha diritto dopo 5 anni di residenza regolare. Residente per motivi umanitari, privato burocraticamente di poter lavorare alla luce del sole, condannati dunque a infoltire i circuiti del nero, para-legale ed extra-legale. Il cerchio si chiude su questi ragazzi. Ma a guardarlo bene, però, purtroppo sembra più un cappio.

L’italiano che emigra è una fuga di cervelli, il coetaneo nord-africano che arriva in Italia è il protagonista di un’invasione. Un assurdo modo di descrivere un assurdo gioco di vite in viaggio per soddisfare le proprie ambizioni e per dare un nome al proprio destino. La storia di tutti gli uomini.

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