Di crisi in crisi. Di Damiano De Gregori

Biopolitica. Analisi sulla situazione globale e le sue conseguenze sulle nostre vite.

Cosa lega la guerra che i nostri Stati combattono al nostro modo di vivere?

Che siano in corso movimenti sociopolitico-economici, al di là dei giudizi, di risistemazione dell’assetto geopolitico internazionale è evidente a tutti, dagli studiosi all’uomo della strada. Ci sono a testimoniarlo, se non altro, diversi conflitti in corso in tutta una serie di aree del pianeta.

L’Italia, solo nel 2009 impiegava, secondo il Ministero della Difesa1 oltre ottomila uomini in varie missioni e operazioni militari internazionali, che hanno portato i corpi armati italiani sul suolo di oltre venti regioni straniere dall’Albania al Darfur, dalla striscia di Gaza all’Iraq, dal Sahara Occidentale al Libano e nel caso della Somalia, questa volta, non sul suolo ma sulle acque. Per contro, gli Stati Uniti hanno continuato ad aumentare le proprie spese militari fino a tutto il 2008, decrescendo leggerissimamente per il 2009.

La rivista americana online Global Issues ha condotto un’indagine secondo la quale agli Usa risulta ascrivibile quasi la metà (48%) della intera spesa mondiale in armamenti ed operazioni militari, tenuto conto anche delle spese per il nucleare, che l’amministrazione statunitense addebita al Department of Energy ma di cui buona parte va più correttamente ricondotta alle spese belliche, come giustamente segnala il magazine digitale: il budget indirizzato a tale uso dagli Stati Uniti nel 2008 è stato più del doppio della somma che allo stesso scopo hanno impiegato complessivamente alcuni degli stati canaglia più temibili; Iran, Iraq, Corea del Nord, Pakistan, Afghanistan, Cuba, oltre a Cina e Russia, non arrivano a coprire, in totale, nemmeno la metà del capitale speso dagli Usa in armi e operazioni2. Nel frattempo le autorità statunitensi caldeggiano l’installazione dello scudo antimissile europeo, ovvero un sistema dislocato di missili antimissile.Ora, è subito evidente che una società altamente militarizzata (sia in ragione della quantità e della qualità degli armamenti, sia sul piano dell’aspetto disciplinare che assume nel proprio ordinamento sociopolitico e giuridico) come appare oggi l’America e con essa l’intera scia dei paesi del Patto Atlantico necessita di un sistema sociale che la sorregga anche e prima di tutto dal punto di vista culturale; è chiaro che un Paese in guerra, tanto più laddove l’arruolamento non è obbligatorio, richiede ai suoi cittadini una disposizione d’animo, ed una diffusa disponibilità pratica, che vadano incontro alle “esigenze nazionali”; quando si entra in guerra si mobilita la popolazione nella sua interezza, vale a dire che oltre agli uomini materialmente impiegati nelle operazioni, uno stato democratico ha bisogno di tutto un retroterra di approvazione da parte dei cittadini e delle associazioni civili, dalla stampa, dai media e dal sentire comune, in sintesi, è imprescindibile l’appoggio dell’opinione pubblica.

Di più ancora, se si intendono gli attuali conflitti bellici su scala planetaria come un tassello particolare del più ampio quadro di una moderna Restaurazione del sistema sociopolitico ed economico del capitalismo, o del neocapitalismo, o del postcapitalismo, o come lo si voglia chiamare, in cui senz’altro è in corso una fase critica di riassetto ai vertici della classe dirigente e del suo quadro di riferimento, non più il tradizionale ambito politico ma un referente chiaro e diretto nel settore economico-finanziario che pare bisognoso di un ritorno a metodi di sicurezza e di mantenimento dell’ordine e della pace sociale più restrittivi delle libertà individuali dei comuni cittadini, maggiormente severi e nei fatti conservatori3, risulta palese l’esigenza di produrre atteggiamenti sociali (in pratica idee diffuse) funzionali alla volontà politica delle classi superiori di marginalizzare il diverso e criminalizzare il marginale.

Un sistema economico in crisi trova uno sbocco nella guerra, che restituisce però ulteriori problemi sociali. L’esigenza di compattezza del corpo sociale belligerante stringe alle corde le forme di esistenza, stili di vita, condotte, idee e persone che vengono percepite come estranee.

Chi, anche solo per attitudine istintiva, non si conforma alle aspettative comportamentali di una nazione in guerra viene visto come un elemento di disturbo, un pericolo e un affronto per quanti sono impegnati nell’opera bellica. Esso diventa destinatario del disprezzo riservato al peggiore dei traditori.

Non si spiega altrimenti la persistenza, anzi l’aumento, dei casi come quello di Stefano Cucchi, o comunque di violenze su persone in stato di fermo o di arresto per motivi legati a reati di entità a dir poco ridicola4.

La ragione preferisce non interrogarsi oltre sulle cause psicologiche che conducono alcune persone a provare maggior odio e spregio per un consumatore (vero o presunto, abituale o occasionale) di qualsivoglia sostanza o per un ladro, ad esempio, di motorini piuttosto che per uno stupratore o un assassino. Senz’altro l’intensità del conflitto sociale interno e di quello militare estero e la ragione di stato ad essa legata non bastano a spiegare la carica di aggressività che si è abbattuta in questi ultimi anni non solo su Stefano.

Ma la guerra fissa i nuovi paradigmi emotivi dell’emergenza su mediocrità antiche.

Forse più di ogni altra cosa, essa contribuisce ad estremizzare i comportamenti, le ricadute sul piano collettivo sono ovvie e l’immaginario comune risente dell’appello allo spirito di corpo.

Se la war on drugs americana è uno dei fronti su cui si gioca il nuovo conflitto globale5 e se quest’ultimo è a propria volta espressione della volontà di inasprire le politiche repressive – proibizionismo incluso – nel discorso sociale e di permettere al blocco occidentale una maggiore incidenza in aree strategiche del pianeta, è semplicemente naturale che i soldati di questa guerra si sentano autorizzati a combatterla. E la guerra è per definizione cieca e diretta.

Si vuole qui insistere sul ruolo svolto, per così dire, dal grado di enfasi retorica presente nella società e nell’opinione pubblica riguardo persone etnie o settori da identificarsi come nemici, sulla formazione psicologica dell’uomo medio, laddove “medio” risulta essere la definizione più appropriata, giacché di difesa della normalità si tratta. La portata di scelte politiche nella vita di tutti i giorni: una prospettiva capovolta da cui guardare al concetto di biopolitica. Solo che tale peso passa generalmente inosservato. Non si coglie, o si finge di non cogliere, la filiazione diretta degli episodi di brutalità poliziesca avvenuti in questo Paese da parte del senso comune, che è fuorviante chiamare ipocrita poiché a sua volta plasmato da esigenze politiche. Necessità che si esprimono oggi in Italia anche per mezzo della legge Fini-Giovanardi.

Roma. Via PrenestinaLa droga uccide? Il proibizionismo di sicuro. Lo fa attraverso la violenza dei suoi custodi ed attraverso il carcere. Attraverso l’infima qualità ed attraverso le sostanze usate come taglio. Attraverso la malavita, le malattie e le brutture. Ma uccide anche attraverso l’ignoranza del benpensante che con orgoglio rivendica: “Mi fanno schifo i tossici”.

La bigotta “cultura della vita” è la stessa che ha scatenato nella storia apocalissi planetarie e che causa quotidianamente decine di migliaia di morti per fame, sete, malattia e sfruttamento: la sostiene il fanatismo da casalinga moralizzatrice, vile orizzonte culturale che preferisce sterminare gli effetti pur di non interrogarsi sulle cause. E gli anatemi legislativi arrivano solo alla fine di questo percorso.

Mi sono casualmente capitate agli occhi queste poche righe scritte circa un anno fa. Ora che i movimenti socio-geo-politici (di cui parlavo incidentalmente ragionando sulle dinamiche esterne che scatenano nell’individuo azioni-reazioni di aggressività estrema su soggetti marginali essenzialmente innocui) sono sotto gli occhi di tutti sono forse necessarie alcune considerazioni accessorie. Non sono uno storico né un politologo, sta ad altri il compito di sciogliere i nodi che avvolgono ragioni e ruoli della crisi che sta adesso interessando il Nord Africa. Ciò che è interessante notare in questa sede è come la Storia tenda a ripetersi.

Da almeno un secolo gli Stati Uniti spargono per il mondo dittatori o li appoggiano, muovendo le pedine della scacchiera mondiale da lontano, quel loro vasto territorio tenuto isolato e ben protetto tra due oceani. Al momento opportuno il sangue lo metterà il popolo. Quando la rabbia monta, loro sono sempre presenti e riescono a fare la figura dei liberatori; successivamente indicano il percorso democratico, immancabilmente preferibile alle sofferenze sopportate durante questo o quel regime, ed è un percorso che passa invariabilmente attraverso il loro modello economico prima che sociale, attraverso cioè la solita dottrina dello sviluppo e del progresso, in una parola una nuova ideologia, che poi tanto nuova non è se è vero che sono più di due secoli che siamo soliti chiamarla “capitalismo”. In forme aggiornate o già viste, mascherate o apertamente rivendicate, violente o più permissive, è sempre lo stesso Verbo. E come ogni Verbo che si rispetti crea il suo Discorso, sul quale fonda la sua Legge e in definitiva il suo ordine del mondo.

Come corollario la democrazia, che del capitale è il braccio politico. Ovviamente non si vuole di certo mettere sotto una cattiva luce la sempre legittima lotta degli individui contro le strutture e gli altri individui che impediscono loro una vita decorosa e piena: ci si augura anzi, per quanto ci si creda poco, che le rivendicazioni che riguardano oggi alcuni paesi si estendano ulteriormente. Di qua e di là del Mediterraneo.

Nemmeno è questa la sede in cui domandarsi il perché delle differenze con cui questa crisi si è manifestata ed è stata elaborata nei diversi paesi o tanto meno per porsi l’annosa questione del motivo per cui alcuni regimi cadono ed altri no; altrettanto tendenziosa è la disquisizione sul prima e il dopo, è evidente che le condizioni di un’area e delle genti che la popolano dipendono soprattutto dalla storia, dalla cultura e dalle strutture sociali che fanno di quell’area un Paese, più che dall’apporto contingente di un gruppo esterno, per quanto numeroso o potente. Gli Stati Uniti possono dare un contributo fondamentale per abbattere un regime ed esportare così capitalismo, ma le probabilità che questo attecchisca e funzioni si giocano per la maggior parte in casa. Detto questo, la riflessione adesso più appropriata è come e quando, e con quale intensità, i fenomeni sociali propri di società a capitalismo avanzato compariranno in zone dalle quali erano relativamente assenti, o presenti nella misura in cui il modello occidentale era presente in forme arretrate o ancora in forma mista. Facciamo un paragone, dato che è questo a cui serve la Storia. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dove il processo di creazione del nemico come agente esterno coincide ironicamente anche nel doppio significato del termine “agente” come “causa operante” e come “individuo che compie alcuni servizi per conto di altri”, nel delirio orwelliano di una dittatura ipersecuritaria, accentratrice, spettacolare e paranoica come quella che fu l’Impero Sovietico, oggi in Russia il nemico pubblico capro espiatorio di tutti i mali si confonde con i rituali della vendetta: in strada è al comunista che si dà la caccia e con lui a tutto ciò che sia vagamente associato ad idee di progressismo politico, vale a dire soprattutto immigrati ed omosessuali.

Gli archetipi mentali sono forse gli stessi che hanno permesso la persistenza della dittatura comunista, e difatti dittatura e capitale, che sono forme di guerra, richiedono sempre per definizione comportamenti ciechi e diretti. A farne le spese non sono certo i vecchi dirigenti del partito, i quadri politici corrotti o i sicari del tramontato regime: i molti “comunisti” individuati e uccisi spesso con metodi efferati sono attivisti per i diritti civili, giornalisti, militanti di movimento, appartenenti alle sottoculture, ragazzi al concerto, oltre come si è detto agli immigrati ed ai membri della comunità LGBT: insomma, come al solito, i diversi. Per contro, la caduta del blocco orientale ha sdoganato l’equazione maschilista “donna dell’est = puttana”. Ci si chiede allora quali figure sociali saranno bandite dall’ordine che verrà fuori da questa crisi: quali i ruoli stigmatizzati, quali i tabù. Che tipo di paradigmi presiederanno alla formazione, se ci sarà, di un nuovo tessuto sociale in luogo dei canonizzati e ipergerarchizzati rapporti di forza e di potere che il mondo ha ereditato dal XX secolo? Come si svilupperà la marginalità e che rapporti avrà con gli altri spezzoni di società in un contesto cui è mancato il tempo materiale per elaborare i cambiamenti introdotti dalla modernità e che comunque si differenzia da sempre dal mondo occidentale per cultura e tradizioni, mentalità e prospettive, storia, mezzi e società? L’ordinamento che si daranno le popolazioni uscite dalla crisi troverà il proprio perno sulla creazione di quale tipo di nemici? Ed in che misura l’attuale appoggio degli Stati Uniti determinerà tale processo domani?

Su che tipo di individui sarà opportuno d’ora in avanti calare la veste preconfezionata del pregiudizio? Chi dovremo odiare adesso?

1. I dati sono stati reperiti all’indirizzo web: http://www.difesa.it/Operazioni+Militari/ dove sono peraltro gratuitamente scaricabili gli archivi in formato zip con le informazioni ufficiali relative sia alle attività di pace che alle operazioni militari in cui sono state impiegate le Forze Armate italiane nel corso dell’anno 2009.

2. Cfr. il sito www.globalissues.org all’indirizzo http://www.globalissues.org/article/75/world-military-spending, consultato in data 18-02-2010, ore 17.30.

3. Al riguardo si vedano almeno Sorvegliare e punire di Michel Foucault e La società dell’incertezza di Zygmunt Bauman, che forniscono numerosi riscontri di quanto detto.

4. Molti nomi sono diventati tragicamente noti in questi anni tanto che citarli rischia di diventare un triste e macabro inventario. Lo facciamo ugualmente per rispetto alla loro Memoria e a quella degli innumerevoli Altri che mai sapremo: Giuseppe Uva, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, Manuel Eliantonio, Riccardo Rasman, Stefano Frapporti, Yuri Attinà, Simone La Penna, Giuseppe Saladino, Sorin Calin, Bledar Vukaj, Giuseppe Turrisi, Daniele Vito, Gabriele Sandri, Saidiou Elhdj Gadiaga, Sami Ben Garci, Farid Aoufi, Riccardo Boccaletti, Giuliano Dragutinovic, Domenico Palumbo, Stefano Cabiddu, Gregorio Fichera, Salvatore Di Matteo, Mario Castellano, Mohamed El Aboubj, Carmelo Castro, Niki Aprile Gatti, oltre al caso francese di Daniele Franceschi, ai migranti uccisi o lasciati suicidare nei C.I.E. ed a Giulio Comuzzi, Giuseppe Casu, Francesco Mastrogiovanni, Katiuscia Favero e tutti I decessi controversi e oscuri all’interno di strutture psichiatriche sono alcuni di questi nomi, circoscritti peraltro al periodo storico di organizzazione sociale inaugurato col G8 genovese del 2001 e nei mesi immediatamente precedenti.

5. Non si vuole intendere qui solamente i fronti in quanto teatri delle operazioni belliche, ma anche tutti quei concetti come il proibizionismo attorno ai quali si stanno combattendo battaglie politiche cruciali legate sempre all’aspetto repressivo: per esempio psichiatria, informazione, educazione, nucleare, alimentazione, sessualità, sanità e sostenibilità dell’ecosistema.

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8 risposte a Di crisi in crisi. Di Damiano De Gregori

  1. giulianarasman scrive:

    Ricordando i giorni alla fine della guerra , fa star male ancora oggi quello che ha subito la nostra gente , legati con il filo di ferro trucidati e gettati nelle foibe . Come padre non avrei mai pensato di vedere mio figlio legato con il filo di ferro mani e piedi e massacrato a terra nel suo appartamento dalle nostre forze dell’ Ordine e dai vigili del fuoco , sono passati 4 anni e loro non ci hanno spiegato il motivo , il VERO MOTIVO dato che non si è dimostrato vero quello che ci dissero all’ inizio, SIAMO STATI COLPITI SENZA COLPA , questi uomini hanno colpito e si sono nascosti , fiduciosi che avendo fatto il loro dovere tutto si sarebbe risolto con la archiviazione , massacrare un invalido e dire che hanno fatto il loro dovere? Ma chi sono questi che hanno un simile coraggio di parlare in questo modo ‘? Qui è peggio della seconda guerra mondiale …… e tutti continuano a stare zitti , non hanno una perizia dimostrabile di una colpevolezza da parte di Riccardo, E anche se avesse fatto del crimine ci sono i processi , per che cosa abbiamo in Italia tanti Giudici ? Che devono decidere lo stato di colpevolezza compiendo indagini ecc… qui invece …. a Trieste…. continua la brutalità e come padre cosa potrei rispondere del perchè mio figlio è stato ucciso, qual’è il motivo? In quei giorni c’erano motivi politici e di odio ma oggi noi in un tempo di pace e di una alta Democrazia Europea NON si può accettare ne capire una atrocità simile dalle nostre forze Dell’Ordine che nella normativa ci dovrebbe solo proteggere da ogni pericolo a discapito della loro stessa vita . Come famiglia ci hanno lasciato in eredità un dolore profondo per quello che hanno fatto a Riccardo torturato e massacrato senza pietà .

  2. Mario Comuzzi scrive:

    Un grande apprezzamento a Damiano De Gregori per questa ampia e profonda analisi della situazione globale, così opportunamente sottotitolata “biopolitica”.
    Fra i nomi tragicamente noti come vittime del sistema, trovo anche quello di mio figlio Giulio Comuzzi.
    Anche l’assassinio di Giulio è stato sistematicamente occultato sotto una coltre di falsità vigliaccamente propagate, fin da subito, da personaggi delle istituzioni che usano i privilegi delle loro posizioni per i loro secondi fini. Nel sito di Giulio (www.giuliocomuzzi.it) oltre alle decine di video pubblicati su youtube e altri siti, trovate un resoconto dell’ultima fase della mortale persecuzione subita. Pubblicandolo intendo che la parola “suicidio” non venga usata per mio figlio Giulio al posto della parola ASSASSINIO. Il resoconto che segue toglierà ogni dubbio.
    IL MARTIRIO DI GIULIO, VITTIMA DELLA PSICHIATRIA POLITICA E DELLA LOBBY DELLE AMMINISTRAZIONI DI SOSTEGNO.

    Ho avviato fin dal 2007 le mie documentate denunce verso cinque persone che occupano posti prestigiosi e ben remunerati nelle istituzioni e abusano delle loro posizioni per perseguire degli scopi che non sono compresi nei loro doveri istituzionali, e vanno contro gli interessi e il
    benessere dei cittadini che dovrebbero tutelare.
    Mio figlio Giulio aveva un problema di bipolarità, curabile, ed era curato con successo da uno specialista privato, il professore Enzo D’Alessandro, già primario della clinica psichiatrica di Toronto. Nonostante le pesanti interferenze degli psichiatri di Trieste, Giulio ha
    sempre lavorato come perito informatico, come pianista e tastierista. La condizione di ininterrotto benessere durava da molti mesi e lasciava sperare che le crisi importanti non si presentassero più. Ma il caldo dell’estate 2006 ha ridestato in lui, come in molte altre persone
    con quel problema biochimico, il tipico disturbo dell’umore che nell’eccesso di calore causa iperattività e aspetti di maniacalità.
    Giulio stesso si è rivolto immediatamente agli psichiatri del Centro di salute mentale di Domio, che lo conoscevano da anni. Anzi, da un anno lavorava per il Dipartimento in seguito a una decisione di Rotelli che non aveva gradito un paio di miei interventi sulla psichiatria di Trieste; proponendo una borsa lavoro per Giulio intendeva farmi stare tranquillo. L’azienda informatica di Buttrio per la quale Giulio lavorava da anni era in
    difficoltà, e una soluzione a Trieste, anche se retribuita molto meno, dopo aver fatto il pendolare per anni, capitava bene, in attesa di un’occasione migliore. Ma durante quell’estate le richieste di aiuto di Giulio e quelle mie e di mia moglie continuavano a rimanere inascoltate per mesi.
    Giulio era completamente scoperto perché gli psichiatri di Trieste avevano sempre agito per scoraggiare e interrompere il rapporto di Giulio con lo specialista italo canadese. Fanno questo sistematicamente, con tutti; i professionisti esterni non sono graditi. La condizione di Giulio
    si aggravava e per disperazione chiesi al quotidiano “In Città” di pubblicare un appello. Quel magnifico quotidiano distribuiva a Trieste 30.000 copie. Era lì che Rotelli aveva visto i miei interventi. Ma non servì a niente. Nessuno si fece vivo per aiutare Giulio. Pubblicai un
    secondo appello spiegando che a causa della prolungata omissione di soccorso a Giulio stava succedendo di tutto. Era finito in Germania, in Inghilterra, allo sbando. Con viaggi ad altissimo rischio e dispendiosi e donazioni Giulio stava dilapidando migliaia di euro. Con giudizio e buon senso aveva risparmiato quei soldi con anni di lavoro e di sacrifici.
    Con l’abbassarsi della temperatura Giulio riprendeva equilibrio, e rimpiangeva amaramente le perdite. Aveva sempre gestito bene tutti i suoi averi. L’accanita omissione di soccorso, la mancanza di una qualsiasi risposta degli psichiatri anche ai miei appelli sul quotidiano mi
    spinse a fare un appello a Radio 3 durante la rassegna stampa “Prima pagina”. Il giornalista Riccardo Barenghi afferrava bene la situazione e rilanciava l’appello alla ministro Turco e all’assessore Beltrame. Nè la Turco nè l’assessore si sono mai fatti vivi. Ma un’ora dopo la trasmissione mi chiamarono dallo studio di Prima pagina per chiedermi se li autorizzavo a fornire il mio telefono al direttore del dipartimento di psichiatria di Trieste. Ovviamente dissi di si, e poco dopo il leggendario Dell’Acqua mi diceva al telefono: “Ma signor Comuzzi, dobbiamo
    parlarci al telefono…”. Evidentemente qualcuno lo aveva buttato giù dal letto. Mi dava appuntamento per l’indomani. Andai assieme a mia moglie e a un’amica di famiglia. Una miserabile presa in giro.
    Per una donazione spropositata alla Caritas, fatta da Giulio nel periodo più preoccupante di psicosi, io e mia moglie avevamo subito chiesto la mediazione degli psichiatri Marsili e Dell’Acqua per recuperare i suoi soldi. Fummo presi in giro ripetutamente e non ci venne dato alcun aiuto. Il signor Ravalico che gestiva quei soldi ci disse che avrebbe provveduto, ma dopo mesi in cui non si faceva più trovare, pose come condizione di farmi chiedere l’amministrazione di sostegno, spiegandoci che si poteva cancellarla in qualunque momento.
    Cedetti al ricatto e lo comunicai per iscritto a quattro persone diverse, fra cui un maresciallo dei carabinieri che aveva aiutato Giulio e si era offerto come testimone.
    Ero andato dalla giudice tutelare Carlesso, e anche da Paolo Cendon, l’ispiratore della legge, spiegando che lo facevo solo per recuperare i soldi di Giulio. Ero andato con tutti i documenti e appunti perchè coltivavo l’idea che una giudice avrebbe agito di propria iniziativa col
    Ravalico e soprattutto con gli psichiatri per sistemare le cose. Credevo che Cendon fosse un magistrato, e anche da lui mi aspettavo che spiegandogli il comportamento degli psichiatri, sarebbe intervenuto per richiamarli al rispetto dei loro obblighi. Ma non fecero niente, nè l’una
    nè l’altro. A loro interessava farmi fare la richiesta di amministrazione di sostegno, a quale scopo l’ho scoperto purtroppo più tardi.
    Il Ravalico non si faceva trovare, ci prendeva in giro, pur avendomi costretto a fare la richiesta di amministrazione. Dicevano che era un provvedimento “leggero”, revocabile in qualsiasi momento, che serviva a proteggere il patrimonio del cosiddetto beneficiario. Poteva essere
    utile nel caso si ripetesse una situazione così grave, senza precedenti, come in quella torrida estate 2006. Era dimostrato che la sanità di Trieste lascia allo sbaraglio una persona malata anche per molti mesi ignorando ogni richiesta di aiuto. . Io avevo avvisato fin dall’inizio e
    fatto prendere nota in tribunale di non contattare Giulio. Avevo ceduto al ricatto del Ravalico, ma ottenuto il rimborso intendevo far annullare tutto. Ma il tempo passava e temevo che contattassero Giulio, come aveva fatto vigliaccamente il Ravalico contrariamente alle nostre
    raccomandazioni. Rinunciai all’idea di recuperare i soldi pur di non far sapere niente a Giulio, e chiesi l’annullamento. La Carlesso non mi rispose, e sulla mia stessa richiesta di cancellazione scriveva l’ordine di convocare Giulio in tribunale.
    Per evitare che Giulio fosse contattato crudamente dal tribunale, decisi all’ultimo momento di metterlo al corrente rassicurandolo che avevo già provveduto per la cancellazione, mi avevano spiegato che era una formalità. Avevo fatto uno sforzo enorme per dover parlare a Giulio di
    questa storia. Questo fu la sera della domenica 25 febbraio.
    Intanto continuavo a cercare qualcuno che intercedesse per me in tribunale, cioè che sapesse come fare per arrivare alla giudice e farla ragionare. Avevo già tentato inutilmente con gli psichiatri del Domio, in particolare con Marsili. Ma questo individuo ha sempre agito in modo
    ostile. Stavo tentando tramite una psicologa che mi aveva detto di conoscere una signora dei servizi sociali che aveva esperienza di queste cose. Insomma cercavo in tutti i modi di eliminare l’incubo. Non trovando altre vie decisi di rivolgermi a Cendon. Non è facile che venga l’idea di andare da un magistrato (come credevo che fosse) in casa sua alle otto di sera.
    La motivazione deve essere ben forte. Era la sera del martedì 27 febbraio, mi accompagna mia moglie. Avevo portato di nuovo tutta la mia documentazione, e cominciai a spiegare un’altra volta che eravamo vittime degli psichiatri e del Ravalico. Ma quello mostrava anche
    con espressione schifata il suo totale disinteresse per le mie ragioni.
    Quando gli dissi chiaramente che la procedura dell’amministratore di sostegno doveva essere annullata perchè ero in grande apprensione per come l’avrebbe presa Giulio, con incredibile subitaneità sbottò: “Allora nomino un altro”. Una staffilata. Era come non avesse aspettato
    altro. Realizzavo in un attimo che era lui che decideva: “Allora nomino un altro”. Eravamo convinti che fosse un magistrato, in qualche modo di rango superiore. Quell’uscita micidiale come una mazzata mi fece balenare conseguenze fosche, mi trovavo in trappola. Avevo già
    dovuto subire il ricatto del Ravalico e il cinismo della Carlesso. In un attimo capii che dovevo cercare subito di ruffianarmi con quell’onnipotente individuo, che non lasciava trasparire
    alcuna vibrazione umana; era quello che dava ordini alla Carlesso. Ce ne andammo con un senso di disperazione. Solo col tempo, conoscendo molti altri casi, abbiamo capito che quella uscita così repentina: “Allora nomino un altro” scaturiva direttamente dal loro collaudato e
    consolidato programma di sfasciare le famiglie inserendo appunto degli estranei come amministratori di sostegno. Favorendo così le condizioni che portano a volte individui senza scrupoli a impossessarsi dei beni dei loro cosiddetti beneficiari.
    Giulio si aspettava una soluzione. Ma non ho potuto correre ad abbracciarlo e dirgli che l’incubo era finito.
    Il giorno dopo, 28 febbraio, io sono andato a Manzano, alla mia banca; dovevo prelevare soldi per pagare conti di Giulio. Lui non ce la faceva, causa la perdita dei suoi risparmi e la mancata restituzione del Ravalico. Gli psichiatri Marsili e Dell’Acqua avevano divulgato che Giulio aveva fatto bene a fare donazioni. Ce lo hanno ripetuto perfino impiegati e operatori di basso livello. Poi sono andato a Cormons per un’altro problema di Giulio. Durante il periodo di grave malessere aveva distrutto il suo computer. Lui, pianista e perito informatico, voleva svendere i due pianoforti di famiglia e abbandonare l’informatica; le sue grandi passioni,
    professionista apprezzato in entrambe. Gli psichiatri erano informati di tutto e spietatamente avevano negato e continuavano a negare qualsiasi aiuto. Li divertiva – come aveva lasciato intuire Marsili – che avesse dissipato migliaia di euro. Mia moglie mi faceva notare, da certe
    frasi udite al centro del Domio, che avevano progetti sull’appartamentino di Giulio. Non ero ancora maturo per capire che erano intuizioni giuste. Abbiamo scoperto in seguito che agiscono sistematicamente per certe loro finalità.
    Quando stava meglio Giulio soffriva molto di quanto aveva fatto nei momenti di crisi.
    Avevamo affidato il computer ai nostri amici e colleghi informatici di Cormons per tentare di recuperare il contenuto dei dischi. Giulio mi aveva chiesto notizie e io andavo a vedere come procedeva il lavoro. Quando sono arrivato a casa nel pomeriggio ho trovato due poliziotti.
    Avevo perso mio figlio per sempre.
    Quella mattina Giulio era andato puntualmente a lavorare al csm della Maddalena. Quindi era con loro, lavorava per loro. Nessuno di tutta la psichiatria è mai venuto da noi. Siamo andati sul posto dopo pochi giorni e nessuno ha voluto parlare con noi. Gli psichiatri mi avevano
    sistematicamente denigrato con Giulio; quando stava male e quando Giulio stesso chiedeva aiuto. Marsili gli diceva che è il papà maniaco. Non sappiamo cosa è successo quella mattina e nei due giorni precedenti. Cosa gli hanno detto? Cosa gli hanno fatto?. Loro tengono tutto occultato.
    Pochi giorni dopo la Carlesso, che quel maledetto 28 febbraio si era impegnata ad aggiornare il sito degli psichiatri sugli amministratori di sostegno, la Carlesso invece ha parlato con noi.
    Siamo andati io e mia moglie e un’altra persona in tribunale. Ci siamo avvicinati alla sua stanza, era semiaperta, è venuta sulla soglia. Ci ha detto: “Mi dispiace tanto, è la prima volta che ci succede”. Quando ci ha detto queste parole la Carlesso aveva già incontrato più volte
    Cendon e gli psichiatri. Il 3 marzo era prevista una loro riunione alla direzione del Dipartimento di salute mentale. Il 5 marzo iniziavano i loro corsi. Ma la tragedia di Giulio ha loro imposto di trovarsi d’urgenza. Quella frase usciva direttamente dalla loro ammissione collettiva: “E’ la prima volta che ci succede”.
    Quelle parole e la sconvolgente minaccia di Cendon sono scolpite a fuoco. Non solo nel mio cervello. La Carlesso ha riconosciuto la sua colpa; ma non è venuta a buttarsi in ginocchio per quello che ha fatto. Cendon, vedendomi, tenta di nascondersi. Avevano il dovere di andare a
    raccontare tutto a un magistrato onesto e responsabile. Non lo hanno fatto. La Carlesso ha avuto quel momento di cedimento perchè le siamo capitati inaspettatamente di fronte. In seguito la mia sola esistenza la disturbava. Per il solo fatto di aver incrociando me e mia moglie in tribunale era caduta in stato di panico. Sapeva che avevo denunciato lei, Cendon e altri tre per la morte di mio figlio.Quando le è capitata un’occasione l’ha colta al volo per infierire ancora su di me e sulla mia famiglia.Ha voluto esibire la sua onnipotenza come forma di intimidazione. Ha sottoposto il mio fratello più anziano ad amministrazione di sostegno,escludendo i diretti familiari. Sia pure per poco, non era ancora stata “promossa” in Corte di Appello.
    Dove continua la sua missione nei corsi di formazione e negli altri eventi che promuovono l’amministrazione di sostegno al punto da dimenticare certe fastidiose incombenze.
    Così, grazie a un “errore” della Corte di Appello del Tribunale di Trieste, un criminale che in paesi normali andrebbe all’ergastolo o alla pena di morte per aver sequestrato, stuprato e rovinato giovani donne costrette alla prostituzione, se ne è tornato al suo paese.
    Il Ravalico era scomparso nel nulla, per noi. Non restituiva i soldi nemmeno dopo il funerale.
    Solo diversi mesi dopo sono andato in cerca di lui e ha capito che doveva farlo.
    Ho cercato di sintetizzare la vicenda. Molti aspetti sono già resi pubblici nel sito dedicato a Giulio e nei video pubblicati in internet.
    Altri saranno resi noti nel corso dei procedimenti giudiziari. In nome della verità e della giustizia, se possiamo credere di essere in un paese in cui la vita delle persone ha ancora valore, Giulio dovrà essere riconosciuto martire di questa infausta lobby delle amministrazioni
    di sostegno e degli psichiatri che tradiscono il mandato del medico.
    Nella conferenza stampa del 17 febbraio 2011 sulle amministrazioni di sostegno ho iniziato proponendo un momento di riflessione sull’ultima vittima di cui ho avuto notizia solo il giorno prima:
    “Qualcuno fra i presenti ha conosciuto la signora, di cui voglio dare notizia, ad alcuni riunioni del comitato per la legalità..Una vita di lavoro appassionato nel settore sanitario. Non è rimasta a godersi la pensione nella sua città, è accorsa a Trieste per difendere la mamma e il
    fratello dalla durezza dell’amministrazione di sostegno che è stata loro imposta. Una persona sensibile e generosa, e anche una combattente, con incrollabile fiducia nelle istituzioni e negli strumenti della legalità. Ma affrontare la lobby delle amministrazioni di sostegno logora la
    salute e richiede soldi. L’amministratrice negava il necessario e la nostra amica ha cominciato a indebitarsi per aiutare i suoi cari. Non ce l’ha fatta. E’ morta di infarto. Fra gente comune, fra persone normali si usa un’altra parola, crepacuore. ”
    Ho concluso con queste parole: L’amministrazione di sostegno è un mostruoso parassita che distrugge la linfa vitale delle persone che vengono colpite. Giulio era un giovane traboccante di affettività, di intelligenza, di cultura, di attitudine scientifica e di talento artistico. Il parassita lo ha colpito e io non ho potuto fare niente per salvarlo. Il mostro mi teneva in condizione di totale impotenza e lo ha
    vigliaccamente assassinato.
    Questo parassita è’ un mostruoso tentacolo fra i tanti generati della piovra della psichiatria politica e della magistratura politica sorte dalle stesse radici.
    Mario Comuzzi
    papà di Giulio
    Il giorno 28 febbraio 2009 Gisella Trincas (presidente di centinaia di associazioni di familiari!) e il suo grande amico e maestro Giuseppe Dell’Acqua (pontefice massimo della teocrazia basagliana di Trieste) si sono dati da fare per impedirmi di commemorare Giulio al Caffè San Marco. In quel caffè Giulio aveva suonato. Anch’io avevo promosso e partecipato a vari eventi.
    Allora ho fatto un’altra cosa; una denuncia in video al Presidente della Repubblica :
    Gli assassini di Giulio
    http://www.youtube.com/watch?v=b8FwqWreH-Q
    Il sito dedicato a Giulio:
    http://www.giuliocomuzzi.it

    • ilsecolo21 scrive:

      Buongiorno,
      la ringrazio del suo intervento.
      Ci siamo tra l’altro conosciuti di persona alla manifestazione contro gli omicidi di Stato tenutasi a Livorno nel gennaio 2010.
      La storia di suo figlio è molto complessa e sarebbe da essere approfondita.
      Mi piacerebbe conoscere anche le opinioni di tutte le persone che lei ha citato.
      Posso dirle che la psichiatria lavora in un solco della vita sociale, la fragilità e sensibilità della mente umana, che non può dare ricette prescritte o soluzioni che abbiano sempre un esito positivo.
      Purtroppo e per fortuna la mente umana non ha il libretto delle istruzioni.
      La psichiatria Basagliana ha lavorato molto nel aprire la malattia mentale alle porte della società tutta, in modo che la relazione umana avesse quell’effetto terapeutico che le inferiate e le costrizioni di manicomi ovviamente avevano trascurato e addirittura rimosso.
      Dalla narrazione della sua storia, però risulta evidente anche il punto di vista di un padre che perde ogni controllo sul benessere del proprio figlio, e cioè all’effettiva relazione umana e a i suoi effetti positivi si sostituisce il vincolo burocratico, il rimpallarsi fra psichiatri e magistratura, tutto a scapito della persona.
      La sua storia pone delle domande sullo stato di salute della società italiana e sullo stato di salute della psichiatria italiana del 21 secolo.
      Su questo colonne troverà sempre lo spazio per un dialogo costruttivo che possa evitare in futuro le tragiche conseguenze sofferte da suo figlio.

      Un sincero saluto

      Fabrizio Dentini
      Il Secolo 21

  3. damiano de gregori scrive:

    Buona sera,
    grazie degli interventi e dell’apprezzamento. Sinceramente credo che non ci sia molto da aggiungere, se non una precisazione: come gli episodi ricordati dal signor Rasman vanno ricondotti al quadro più generale della Seconda Guerra Mondiale, allo stesso modo avvenimenti più recenti sono da mettere in relazione, nella cornice del mondo globalizzato, con la cosidetta guerra globale, che come è stato indicato da molti (Foucault, Bauman, Agamben…) non è solo uno scenario di episodi bellici diffusi, quanto piuttosto uno stato di eccezione continuo (del quale in Italia facciamo esperienza ininterrottamente dagli anni Settanta), dove i diritti del singolo si perdono in fumosi discorsi sulla ragion di Stato e sugli interessi nazionali e in deliranti allarmi securitari e richiami ad una emergenza onnipresente. Non scendo in considerazioni specifiche sulla riforma basagliana, in quanto non conosco le dinamiche reali con cui il progetto teorico ha attecchito nella prassi; so per certo però, anche perchè molti amici ne hanno fatto esperienza diretta, che non solo gli ospedali psichiatrici ma anche ogni reparto di psichiatria è in realtà un inferno, non solo per la natura della malattia dei ricoverati. Ogni genere di abuso da parte del personale è la regola, sono probabilmente questi gli unici luoghi peggiori del carcere, perchè qualunque denuncia viene dalla voce di un pazzo, per definizione forse più spontanea ma meno attendibile e considerata di quella di un delinquente: non è un caso che l’approccio degli esperti al problema della delinquenza sia mutato negli ultimi secoli da una prospettiva lombrosiana in cui il problema etico è inscritto per così dire direttamente nella persona e per ciò stesso è inestirpabile, ad una concezione di tipo terapeutico in cui le carceri non sarebbero altro che particolari ospedali dove si trattano disturbi particolari, e dalle quali si esce rieducati, cioè curati. “Disturbo”, “rieducazione”, “cura”, sono termini sinistri che acquistano una ulteriore sfumatura di terrore nell’impossibilità di difendersi dalle persone che ti prescrivono un TSO o ti tengono in stato di fermo. Figure sociale che purtroppo non sono affatto deputate a “proteggere da ogni pericolo a discapito della loro stessa vita”, ma sono e percepiscono se stesse, lo ripeto, come soldati che combattono una guerra. A tutti gli effetti la psichiatria ha sviluppato il proprio progetto nonostante la chiusura dei manicomi, anzi ha messo radici in sempre più ampi margini della vita sociale e personale dei cittadini (un esempio su tutti: la questione Ritalin nelle scuole per i bambini più vivaci), per questo ritengo le dinamiche politiche e burocratiche legate a questo passaggio secondarie rispetto agli schemi psicologici che agiscono sulle persone che hanno in custodia il malato o il detenuto, ed alla diffusione di tali schemi. Sono individui che sguazzano in un tessuto sociale, un retroterra culturale ed un ambiente lavorativo con un certo tipo di mentalità e con forme strutturali che garantiscono la sicurezza della solidità, la compattezza (anche istituzionale) che spiega il successo quasi senza sbavature delle operazioni condotte contro le vostre famiglie. La malattia mentale in tutto questo ha il peso del pretesto, molti sono i casi di persone sepolte nelle strutture psichiatriche senza alcun disturbo, soprattutto detenuti meno inclini alla disciplina carceraria. Prima o dopo Basaglia, le stereotipie che nutrono la mente del guardiano – o carceriere, se si preferisce – sono rimaste le stesse. L’unica variante pare essere riscontrabile in relazione alla tensione sociale, e su questa pesa ovviamente a sua volta il grado di coinvolgimento di una comunità in operazioni militari offensive o difensive. Alla fine della Seconda Guerra, gli stessi modelli psicologici che avevano guidato l’opera degli italiani in Jugoslavia durante il regime e durante il conflitto vengono restituiti dai vicini con la stessa brutalità e sorretti da uguale, indifferenziata cecità; lo stabilizzarsi degli equilibri geopolitici europei nella divisione in due sfere di influenza ha infine probabilmente saldato le motivazioni della vendetta con giustificazioni di tipo politico-ideologico per cui gli italiani infoibati e uccisi oggi non erano solo, agli occhi dei partigiani slavi coinvolti, gli assassini di ieri, ma anche un nemico – fascista o capitalista nella migliore ipotesi – riconosciuto come tale dalla comunità nella sua interezza e meritevole di inimicizia già sul piano ideologico. Identici paradigmi di spregio ed annientamento di quanto percepito come alterità agiscono ora su altri soldati, ma sempre ci troviamo nostro malgrado ad avere a che fare con gli stessi elementi: divise, pregiudizi, ed il potere che hanno queste divise di far pesare i propri pregiudizi regolarmente con la violenza. L’impunità a questo punto è una ovvia conseguenza. Inoltre, su un funzionamento di questo tipo si può innestare di tutto come è successo a voi, dal furto a tentativi di sfuttamento alla persecuzione vera e propria: l’unico limite è la coerenza di questo genere di individui al loro già traballante, ambiguo e, come abbiamo visto, funzionale sistema di valori.
    Ai lettori che fossero interessati ad approfondire suggerisco la lettura dei seguenti link, oltre ovviamente delle vicende di Giulio e Riccardo e delle altre persone citate nelle note all’articolo:
    http://www.informa-azione.info/antipsichiatria
    http://www.informa-azione.info/comacchio_fe_tso_e_lacrimogeni
    http://www.informa-azione.info/pisa_roba_da_psichiatri
    http://vimeo.com/2250555
    http://www.youtube.com/watch?v=cTTCJ3xfkIw
    http://it.wikipedia.org/wiki/Antipsichiatria
    http://www.ecn.org/antipsichiatria/home.html
    http://www.artaudpisa.blogspot.com/
    http://www.senzaragione.org/
    http://globalproject.info/it/community/La-societa-azienda-e-la-biopolitica/7334

    Ringrazio nuovamente il signor Rasman ed il signor Comuzzi, soprattutto per la lotta che portano avanti.
    Con la mia solidarietà,

    Damiano De Gregori.

  4. damiano de gregori scrive:

    Buona sera,
    grazie degli interventi e dell’apprezzamento. Sinceramente credo che non ci sia molto da aggiungere, se non una precisazione: come gli episodi ricordati dal signor Rasman vanno ricondotti al quadro più generale della Seconda Guerra Mondiale, allo stesso modo avvenimenti più recenti sono da mettere in relazione, nella cornice del mondo globalizzato, con la cosidetta guerra globale, che come è stato indicato da molti (Foucault, Bauman, Agamben…) non è solo uno scenario di episodi bellici diffusi, quanto piuttosto uno stato di eccezione continuo (del quale in Italia facciamo esperienza ininterrottamente dagli anni Settanta), dove i diritti del singolo si perdono in fumosi discorsi sulla ragion di Stato e sugli interessi nazionali e in deliranti allarmi securitari e richiami ad una emergenza onnipresente. Non scendo in considerazioni specifiche sulla riforma basagliana, in quanto non conosco le dinamiche reali con cui il progetto teorico ha attecchito nella prassi; so per certo però, anche perchè molti amici ne hanno fatto esperienza diretta, che non solo gli ospedali psichiatrici ma anche ogni reparto di psichiatria è in realtà un inferno, non solo per la natura della malattia dei ricoverati. Ogni genere di abuso da parte del personale è la regola, sono probabilmente questi gli unici luoghi peggiori del carcere, perchè qualunque denuncia viene dalla voce di un pazzo, per definizione forse più spontanea ma meno attendibile e considerata di quella di un delinquente: non è un caso che l’approccio degli esperti al problema della delinquenza sia mutato negli ultimi secoli da una prospettiva lombrosiana in cui il problema etico è inscritto per così dire direttamente nella persona e per ciò stesso è inestirpabile, ad una concezione di tipo terapeutico in cui le carceri non sarebbero altro che particolari ospedali dove si trattano disturbi particolari, e dalle quali si esce rieducati, cioè curati. “Disturbo”, “rieducazione”, “cura”, sono termini sinistri che acquistano una ulteriore sfumatura di terrore nell’impossibilità di difendersi dalle persone che ti prescrivono un TSO o ti tengono in stato di fermo. Figure sociale che purtroppo non sono affatto deputate a “proteggere da ogni pericolo a discapito della loro stessa vita”, ma sono e percepiscono se stesse, lo ripeto, come soldati che combattono una guerra. A tutti gli effetti la psichiatria ha sviluppato il proprio progetto nonostante la chiusura dei manicomi, anzi ha messo radici in sempre più ampi margini della vita sociale e personale dei cittadini (un esempio su tutti: la questione Ritalin nelle scuole per i bambini più vivaci), per questo ritengo le dinamiche politiche e burocratiche legate a questo passaggio secondarie rispetto agli schemi psicologici che agiscono sulle persone che hanno in custodia il malato o il detenuto, ed alla diffusione di tali schemi. Sono individui che sguazzano in un tessuto sociale, un retroterra culturale ed un ambiente lavorativo con un certo tipo di mentalità e con forme strutturali che garantiscono la sicurezza della solidità, la compattezza (anche istituzionale) che spiega il successo quasi senza sbavature delle operazioni condotte contro le vostre famiglie. La malattia mentale in tutto questo ha il peso del pretesto, molti sono i casi di persone sepolte nelle strutture psichiatriche senza alcun disturbo, soprattutto detenuti meno inclini alla disciplina carceraria. Prima o dopo Basaglia, le stereotipie che nutrono la mente del guardiano – o carceriere, se si preferisce – sono rimaste le stesse. L’unica variante pare essere riscontrabile in relazione alla tensione sociale, e su questa pesa ovviamente a sua volta il grado di coinvolgimento di una comunità in operazioni militari offensive o difensive. Alla fine della Seconda Guerra, gli stessi modelli psicologici che avevano guidato l’opera degli italiani in Jugoslavia durante il regime e durante il conflitto vengono restituiti dai vicini con la stessa brutalità e sorretti da uguale, indifferenziata cecità; lo stabilizzarsi degli equilibri geopolitici europei nella divisione in due sfere di influenza ha infine probabilmente saldato le motivazioni della vendetta con giustificazioni di tipo politico-ideologico per cui gli italiani infoibati e uccisi oggi non erano solo, agli occhi dei partigiani slavi coinvolti, gli assassini di ieri, ma anche un nemico – fascista o capitalista nella migliore ipotesi – riconosciuto come tale dalla comunità nella sua interezza e meritevole di inimicizia già sul piano ideologico. Identici paradigmi di spregio ed annientamento di quanto percepito come alterità agiscono ora su altri soldati, ma sempre ci troviamo nostro malgrado ad avere a che fare con gli stessi elementi: divise, pregiudizi, ed il potere che hanno queste divise di far pesare i propri pregiudizi regolarmente con la violenza. L’impunità a questo punto è una ovvia conseguenza. Inoltre, su un funzionamento di questo tipo si può innestare di tutto come è successo a voi, dal furto a tentativi di sfuttamento alla persecuzione vera e propria: l’unico limite è la coerenza di questo genere di individui al loro già traballante, ambiguo e, come abbiamo visto, funzionale sistema di valori.
    Ai lettori che fossero interessati ad approfondire suggerisco la lettura dei seguenti link, oltre ovviamente delle vicende di Giulio e Riccardo e delle altre persone citate nelle note all’articolo:
    http://www.informa-azione.info/antipsichiatria
    http://www.informa-azione.info/comacchio_fe_tso_e_lacrimogeni
    http://www.informa-azione.info/pisa_roba_da_psichiatri
    http://vimeo.com/2250555
    http://www.youtube.com/watch?v=cTTCJ3xfkIw
    http://it.wikipedia.org/wiki/Antipsichiatria
    http://www.ecn.org/antipsichiatria/home.html
    http://www.artaudpisa.blogspot.com/
    http://www.senzaragione.org/
    http://globalproject.info/it/community/La-societa-azienda-e-la-biopolitica/7334

    Ringrazio nuovamente il signor Rasman ed il signor Comuzzi, soprattutto per la lotta che portano avanti.
    Con la mia solidarietà,

    Damiano De Gregori.

  5. giulianarasman scrive:

    Su rai3 Riccadro Iccone , Trieste belle strotture ma quanti sono stati guariti’ ? IN 30 ANNI quanti sono morti ? http://www.youtube.com/watch?v=HVpk5xFdbMs

  6. giulianarasman scrive:

    Su rai3 Riccadro Iccone , Trieste belle strotture ma quanti sono stati guariti’ ? IN 30 ANNI quanti sono morti ? http://www.youtube.com/watch?v=HVpk5xFdbMs

  7. ilsecolo21 scrive:

    Buongiorno,
    la ringrazio del suo intervento.
    Ci siamo tra l’altro conosciuti di persona alla manifestazione contro gli omicidi di Stato tenutasi a Livorno nel gennaio 2010.
    La storia di suo figlio è molto complessa e sarebbe da essere approfondita.
    Mi piacerebbe conoscere anche le opinioni di tutte le persone che lei ha citato.
    Posso dirle che la psichiatria lavora in un solco della vita sociale, la fragilità e sensibilità della mente umana, che non può dare ricette prescritte o soluzioni che abbiano sempre un esito positivo.
    Purtroppo e per fortuna la mente umana non ha il libretto delle istruzioni.
    La psichiatria Basagliana ha lavorato molto nel aprire la malattia mentale alle porte della società tutta, in modo che la relazione umana avesse quell’effetto terapeutico che le inferiate e le costrizioni di manicomi ovviamente avevano trascurato e addirittura rimosso.
    Dalla narrazione della sua storia, però risulta evidente anche il punto di vista di un padre che perde ogni controllo sul benessere del proprio figlio, e cioè all’effettiva relazione umana e a i suoi effetti positivi si sostituisce il vincolo burocratico, il rimpallarsi fra psichiatri e magistratura, tutto a scapito della persona.
    La sua storia pone delle domande sullo stato di salute della società italiana e sullo stato di salute della psichiatria italiana del 21 secolo.
    Su questo colonne troverà sempre lo spazio per un dialogo costruttivo che possa evitare in futuro le tragiche conseguenze sofferte da suo figlio.

    Un sincero saluto

    Fabrizio Dentini
    Il Secolo 21

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