Prove di un dialogo paritario. Intervista a Husein Salah, imam di Genova.

Genova – Husein Salah, rappresentante della comunità islamica genovese è un uomo molto posato, attento all’ascolto. La storia personale lo ha portato dalla Palestina in Italia 28 anni fa. Perugia poi Genova dove, diciottenne, ha studiato per diventare ingegnere. Attualmente è il Presidente del Centro islamico culturale e del Consiglio islamico che raggruppa tutte le associazioni musulmane di Genova. Prima di incontrarlo ho in mente due frasi antitetiche sul rapporto fra Oriente e Occidente. La prima appartiene a un giovane militante leghista: “Le nostre culture non sono assimilabili”. Analisi statuaria di un dialogo non auspicabile. La seconda invece rasenta il contrario opposto: “La civiltà europea è una combinazione di spirito orientale con il suo contrario, combinazione in cui lo spirito d’Oriente deve entrare in una proporzione abbastanza considerevole. Questa proporzione è lungi dall’essere realizzata attualmente. Abbiamo bisogno di un’iniezione di spirito orientale.” Le parole sono di Simone Weil, acuta descrittrice della realtà europea, morta prima della seconda guerra mondiale.

Donne sul metro di Genova.

Husein Salah, essendo lei il rappresentante dei musulmani genovesi è un testimone privilegiato dei processi di integrazione ed esclusione che si innescano nel confronto fra diverse comunità. Come giudica l’attuale situazione della comunità islamica genovese?

Il processo di integrazione è molto lento e ostacolato da alcuni partiti politici, da una marea di pregiudizi e dalle campagne mediatiche che creano molta diffidenza.
Potrei suddividere a grandi linee il processo in tre categorie. La prima fascia vorrebbe assimilare i valori occidentali perdendo le proprie radici. Molte volte si assumono i vizi, con il rischio di trovarsi fra qualche anno senza un riferimento valoriale, senza più riconoscersi né da una parte né dall’altra. Risucchiati dal consumismo e dall’apparenza. Un’ altra fetta tende a integrarsi mantenendo i valori d’origine: per loro la fatica è immensa perché non ci sono modelli da seguire e devono inventarsi di volta in volta la strada giusta. Nei loro confronti si trovano i pregiudizi, come il velo che spaventa e tiene distante gli italiani. La terza categoria non ha invece nessun interesse a integrarsi, e possiamo distinguere fra quelli che ci hanno provato, hanno trovato le porte chiuse e hanno fatto un passo indietro e chi invece ha un progetto migratorio determinato e viene a lavorare per sistemarsi e tornare al suo paese.

Quanti sono i musulmani a Genova?

L’appartenenza religiosa in quanto facente parte della sfera personale e dei dati sensibili di un individuo non viene censita. La nostra stima di massima si attesta comunque attorno alle 10 mila persone.

E sono queste 10 mila persone che aspettano un luogo di culto dignitoso. A che punto sono le trattative con il Comune per la costruzione della moschea e come valuta le relazioni instaurate con le diverse realtà del quartiere del Lagaccio?

Speriamo che la trattativa porti entro la fine dell’anno alla firma della convenzione per ottenere il diritto di superficie. Ci sono alcuni elementi da definire: la metratura, i confini, la durata dell’affitto del suolo. Le riunioni sono state di tipo politico e tecnico a partire dal marzo dello scorso anno. Al Lagaccio, nel frattempo, 24 associazioni del quartiere si sono associate perché favorevoli alla moschea, alla convivenza pacifica e al rispetto reciproco. Solo una parte è rimasta contraria perché influenzata da informazioni errate e senza conoscere effettivamente la realtà islamica genovese.

Prima che venisse stabilita questa nuova locazione vi furono delle polemiche e delle manifestazioni della Lega contro la moschea. Qual’è la vostra posizione in merito?

La Comunità islamica aveva acquistato nel 2000 un capannone privato in Via Coronata e aveva presentato il progetto di modifica e di cambio di destinazione d’uso. Il progetto venne approvato nel 2005. A seguito delle polemiche e contestazioni la Comunità islamica ha dichiarato in più sedi la disponibilità ad accettare soluzioni alternative, nonostante avessimo la possibilità di iniziare i lavori già nel 2006. Abbiamo voluto dimostrare la nostra apertura al dialogo, trascurando volutamente un nostro diritto riconosciuto dalla scorsa giunta, per non entrare in conflitto con nessuno. Ma non possiamo aspettare all’infinito.

Molti italiani pensano che in questi casi bisogna guardare la reciprocità nei trattamenti. Come vivono dunque i cristiani nel mondo islamico? La costruzione di chiese è vista come un male assoluto da evitare in tutti i modi?

Reciprocità è un concetto fondamentalmente sbagliato. In questo caso non si tratta del governo di uno Stato islamico che chiede di costruire una moschea. Chi domanda questo diritto è la comunità islamica genovese, stranieri regolarmente residenti e cittadini italiani. Questi cittadini chiedono alle loro istituzioni un loro diritto costituzionale. Per conoscenza comunque preciso che nella maggior parte dei paesi a maggioranza islamica le chiese ci sono e vengono costruite.

Io sono palestinese di Nablus e posso dire che negli ultimi 10 anni sono state costruite 2 chiese senza che ciò provocasse alcuna reazione di rifiuto. Probabilmente l’unico paese è l’Arabia Saudita, ma sarebbe come chiedere di costruire una moschea in Vaticano.

Le ultime tragiche notizie di cronaca, Afghanistan e Nigeria sono da riferirsi a conflitti internazionali o a guerre civili. Dal punto di vista dell’islam queste violenze contro le minoranze sono comunque condannate in maniera ferma.

A suo parere perché i popoli del nord del Mediterraneo e quelli del sud, che hanno una storia comune di reciproco interscambio e arricchimento, sono giunti tramite i propri rappresentanti più estremi a questa situazione di stallo nel dialogo?

Il colonialismo è il primo fattore che ha portato allo scontro, poi vengono gli interessi economici e politici che favoriscono il mantenimento delle distanze. Infine l’ignoranza reciproca che non permette alle persone di instaurare una forma di dialogo paritario.

Che influenza avrà l’introduzione del reato di clandestinità nella vita degli immigrati in Italia?

Questa legge è inapplicabile, l’espulsione costa un patrimonio, mancano i fondi e comunque sarebbero sprecati. In caso di arresto, con i carceri così sovraffollati e stimando a 1 milione gli stranieri irregolari, la politica penitenziaria dovrebbe essere rivista, senza essere la priorità per il paese. Quello che mi fa più paura però è la campagna di intolleranza e diffidenza che questa legge suscita. L’irregolare adesso è un delinquente da condannare e questo è spaventoso. Ci sono tante tante persone che vogliono solo lavorare, senza che la legge dia loro la possibilità.

Simone Weil nel 1943 in un passo del libro “Sul colonialismo” parlando dei rapporti fra Occidente e Oriente afferma: ” Privando i popoli della storia e di conseguenza della loro anima, la colonizzazione li riduce allo stato di materia umana. In questi ultimi anni abbiamo avvertito fin nel profondo dell’anima che la civiltà occidentale, ivi compresa la nostra concezione di democrazia, è insufficiente. L’Europa soffre di malattie così gravi che osiamo a stento pensarci. L’assuefazione crescente a una crudeltà insieme di massa e raffinata, alla manipolazione più brutale della materia umana.

Sono parole attuali, molto condivisibili, in questi ultimi settant’anni è mancato un dialogo alla pari. La ricchezza economica non è stata distribuita in maniera equa e spesso i regimi favoriti dall’occidente hanno commesso i peggiori crimini contro l’umanità, è questo che ha impedito un vero dialogo.

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