Che cos’è un omicidio di Stato?

Nell’Italia del XXI secolo ci troviamo a fare i conti con pratiche che hanno il loro punto di origine nella costituzione dello stato moderno. La detenzione, associata al silenzio burocratico (alle sue plurime interpretazioni) e all’agire delle forze di polizia, ha dato luogo, nel corso della storia italiana, a numerosi casi di morte di persone sotto la tutela dello Stato e sotto la regolamentazione delle sue leggi.

Verità e giustizia chiedono i familiari delle vittime.

Può capitare infatti, che un cittadino di questo paese, in funzione delle leggi vigenti, venga sottratto per un lasso di tempo alla sua autonomia e non torni più indietro.

Non torni più a casa dai suoi cari. E il vuoto che lascia risulta molto difficile da riempire in termini di presa di coscienza collettiva.

Perché queste morti sono talmente assurde che farle diventare rappresentative di una patologia democratica è un compito che i soli familiari non possono supportare.

Sabato 16 Gennaio, a Livorno, si sono date appuntamento le persone sensibili a quest’ aspetto della vita democratica: un luogo dell’esperienza, che difficilmente sale a destare l’interesse comune. Perché chi incorre in queste dinamiche spesso non ha né voce né il diritto di averla.

E’ servita una morte esemplare come quella di Stefano Cucchi (la cui violenza e inspiegabilità portano a interrogarsi sul procedere delle nostre vite) per convogliare un’attenzione frammentata e dispersa territorialmente e portarla a dare un segnale concreto.

Di indignazione.

Le storie sono tante. Persone comuni. I nostri figli. I vostri figli. Curati per anni e poi spariti senza un perché.

Marcello Lonzi

Riccardo Rasman, Stefano Frapporti, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino, Alberto Mercuriali, Manuel Eliantonio, Federico Aldrovandi. Questi fra i nomi recentemente più noti. Persone decedute in differenti circostanze ma sotto il medesimo denominatore della violenza poliziesca, dell’indifferenza burocratica e dell’avvallo mediatico. Una notorietà conquistata dalla forza dei familiari, nel non accettare le comode versioni ufficiali e nel pretendere, per la propria dignità, luce e chiarezza su questi decessi.

Può succedere a qualsiasi persona che si trovi ad essere terminale dell’uso legittimo della violenza nel nostro stato democratico.

Le testimonianze orali si sprecano, ma la dimensione del dibattito pubblico rimane inficiata dalla retorica ufficiale, che considerando cinicamente queste morti come incidenti di percorso, non ne sviluppa le cause effettive, ma ne contestualizza la dimensione specifica in ambiti ambigui e generici quali la lotta al crimine. Lotta, che garantisce certo consensi bipartisan, ma che lascia inalterato il silenzio sulle cause di un’agire spesso sproporzionalmente violento. Il contrasto dell’illegalità secondo canoni meta legali. Succede infatti che chi esegue la legge resti frequentemente e si consideri spesso, immune alle sue prescrizioni. Un risultato cercato, anche solo per la foga ricorrente di dover presentare statistiche positive,  può essere raggiunto a costo di calpestare i diritti e le garanzie di chi si trova di fronte.

Alberto Mercuriali

In fondo non siamo mica in America. E per consuetudine, non certo per legge, chi lavora nel campo dell’applicazione della norma, non se ne può distaccare illegittimamente, perchè la violenza statale è sempre legittima, il margine di necessità, finalizzato alla propria missione, basta a giustificare ogni operato condotto.

Le storie informali sono parecchie. I frammenti riportati di seguito sono solo un’anonima ed emblematica rappresentazione della normalità.

Celle di sicurezza, tutto buio, isolamento due metri per quattro, psicofarmaci, ansie che perdurano nel tempo. Lo spaccio di fumo è stata la causa di questa reazione. Un anno e tre mesi di intercettazione e poi la retata. Questa è finita bene, il ragazzo sputava solo sangue, inginocchiato, dopo le botte nella schiena con un budello pieno di sabbia, che le macchie spuntano dopo una settimana. Questa volta è finita bene. Nessuno ci ha rimesso il collo.

Aldo Bianzino

Altre volte invece le cose vanno meno bene. Anche agli esecutori della legge può scappare di mano la situazione e i risultati prodotti, quando troppo imbarazzanti per essere ammessi, si coprono, si nascondono e si tacciono con grande accondiscendenza delle istituzioni statali.

Queste sono le condizioni in cui si opera quotidianamente l’esercizio democratico della legittima violenza statale nei riguardi dei cittadini italiani. E i familiari che chiedono verità sono diffamati, screditati, umiliati, dalle istituzioni stesse, che permettono la dissuasione dalla ricerca del vero attraverso intimidazioni, calunnie ed ingiurie. La versione ufficiale deve essere accettata, non si prevede il dolore di una madre o la fermezza di un padre che vuole sapere.

L’omicidio di Stato infatti si riconosce non solo dalla concreta dinamica che ha condotto alla morte, ma ancora di più, da tutti gli atteggiamenti che si sviluppano, in seno ad apparati dello stato, per dissimulare, impedire, insabbiare ogni atto teso a rivelare le più scomode circostanze.

Se sei straniero poi,  la situazione peggiora esponenzialmente. Si rischia di contare quanto vale in questo momento in Italia un clandestino e di vedere i carcerieri approfittarsi del loro ruolo e prendersi delle libertà che i diritti civili non consentirebbero. Ovviamente non è sempre così. Ma è buona norma accettare anche questa possibilità.

I diritti di una persona infatti, in queste situazioni di confine normativo, quando la vita di un uomo è totalmente dipendente dai suoi custodi, si declinano in base al suo passato, alla sua fedina penale, al clima politico e alla serie di garanzie che la legge riserva o preclude per l’individuo in questione. Essere clandestino significa godere di uno svantaggio legale e di essere percepito come un surplus, la cui eccedenza non deve essere regolata alla pari con gli altri cittadini, ma declinata in base al principio dell’esclusione.

Rieccoci al corteo di Livorno. Una ragazza del comitato antirazzista milanese scoppia in lacrime per la telefonata che da Milano le annuncia la morte di Mohamed El Abbouby. Mohamed aveva preso parte alla rivolta nel Centro di identificazione di Via Corelli a Milano lo scorso agosto. Dal Cie è passato al carcere ma quando gli hanno comunicato che sarebbe tornato in Via Corelli si è tolto la vita.

Di seguito la sua ultima missiva e la lettera di un suo conoscente che inquadra il contesto che ha fatto maturare questa decisione.

1) Carissimi

Oggi stesso ho ricevuto la lettera e i fogli di giornale, mi ha fatto
moltissimo piacere, così almeno riesco ad essere aggiornato sui fatti
attuali. Vi ringrazio di aver reso di pubblico dominio il mio caso.

Anche se mi sento fisicamente depresso sto bene. Come voi lotterò per
la giusta causa fino al mio ultimo respiro, contro gli sfruttatori di
noi proletari. Prima o poi la verità verrà a galla. Non possiamo che
vincere, sapendo che il prezzo sarà salato. Ma ne vale tutto il
sacrificio.

Che dire di questo governo razzista, senza idee per la gioventù, che,
secondo logica, è il futuro di ogni nazione. Senza giovani lavoratori
non si possono incassare le tasse, e senza tasse addio pensioni.

Comunque nella mia prossima missiva sarò molto più esplicito e
dettagliato a proposito del mio passato e della mia persona.

Buone feste a tutti i ragazzi, auguri

Mohamed El Abbouby

la lettera di cui parla Mohamed  non è mai arrivata.

2) Lettera di Kalem Fatah da S.Vito sulla morte di Mohamed:

Milano 15/01/ 2010

Ciao carissimi amici/amiche

Vi scrivo questa mia brutta e triste lettera per mettervi al corrente che oggi uno dei nostri (Elabbouby Moahamed) è venuto a mancare, si è suicidato con il gas dopo avere saputo che sarebbe finito al centro di accoglienza nuovamente dopo la scarcerazione, e questo l’ha spinto a farla finita.

Lui avrebbe finito la carcerazione il 12/02/10. Questo ci turba molto noi che abbiamo il suo stesso problema e a dire la verità pensiamo tutti come lui. Speriamo che le nostre vite serviranno a cambiare le cose con questo governo fascista.

Un abbraccio a tutti voi dai vostri amici ribelli di Corelli

Le lotte di questi stranieri, da Rosarno a Via Corelli, sono le lotte alle quali gli italiani hanno rinunciato da tempo. Lotta per una vita migliore. Per avere la possibilità di vivere del proprio lavoro senza dover essere schiavo del primo imprenditore senza scrupoli. Lotte che possono far capire che chi sta lottando senza alcun diritto dovrebbe essere supportato da chi i diritti gli ha, ma non ne usufruisce. Sino a che un bel giorno ci si renderà conto che senza far valere attivamente le nostre tutele democratiche, il codice diventa solo un orpello che fa sempre il gioco di chi tiene il mazzo.

La coda del corteo di Livorno

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7 risposte a Che cos’è un omicidio di Stato?

  1. marco isola scrive:

    ottimo articolo!
    Questi sono fatti gravissimi da divulgare,far conoscere e denunciare assolutamente.Perchè qui non si parla solamente di oscurantismo,omertà e connivenza dello stato e del governo che lo rappresenta,ma soprattutto della malata umanità di singoli investiti di un potere che garantisce loro la libertà di poter mettere in atto azioni di sfogo personale e sociale dettate da un pensiero e un’ideologia delinquenziali, protetti dall’impunità istituzionale dell’ordine costituito.Qui si parla di criminali di stato.

  2. marco isola scrive:

    ottimo articolo!
    Questi sono fatti gravissimi da divulgare,far conoscere e denunciare assolutamente.Perchè qui non si parla solamente di oscurantismo,omertà e connivenza dello stato e del governo che lo rappresenta,ma soprattutto della malata umanità di singoli investiti di un potere che garantisce loro la libertà di poter mettere in atto azioni di sfogo personale e sociale dettate da un pensiero e un’ideologia delinquenziali, protetti dall’impunità istituzionale dell’ordine costituito.Qui si parla di criminali di stato.

  3. marco isola scrive:

    ottimo articolo!
    Questi sono fatti gravissimi da divulgare,far conoscere e denunciare assolutamente.Perchè qui non si parla solamente di oscurantismo,omertà e connivenza dello stato e del governo che lo rappresenta,ma soprattutto della malata umanità di singoli investiti di un potere che garantisce loro la libertà di poter mettere in atto azioni di sfogo personale e sociale dettate da un pensiero e un’ideologia delinquenziali, protetti dall’impunità istituzionale dell’ordine costituito.Qui si parla di criminali di stato.

  4. ilsecolo21 scrive:

    Pubblico questa lettera inviata da Paolo Scaroni al ministro degli interni Maroni. La storia è emblematica dell’approccio statale alle disfunzioni del sistema.

    ll.mo Ministro degli Interni

    Scrivo questa lettera alla vigilia dell’anniversario di una data che mi ha cambiato la vita: il 24 settembre del 2005. Mi presento: sono Paolo Scaroni, abito a Castenedolo, piccolo paese della provincia di Brescia. Ero un allevatore di tori. Ero un ragazzo normale, con amicizie, una ragazza, passioni, sani valori -anche sportivi- e la giusta curiosità. Facevo infatti molto sport e viaggiavo quando potevo. Ero soprattutto un grande tifoso del Brescia. Una persona normale, come tante, direbbe Lei. Oggi non lo sono più (per la verità tifoso del Brescia lo sono rimasto, sebbene non possa più vivere la partita allo stadio com’ero solito fare: cantando, saltando, godendo oppure soffrendo). Tutto è cambiato il 24 settembre del 2005, nella stazione di Porta Nuova a Verona. Quel giorno, alla pari di migliaia di tifosi bresciani -fra i quali molte famiglie e bambini- avevo deciso di seguire la Leonessa a Verona con le migliori intenzioni, per quella che si preannunciava una sfida decisiva per il nostro campionato di serie B. Finita la partita, siamo stati scortati in stazione dalla polizia senza nessun intoppo o tensione. Dopo essermi recato al bar sottostante la stazione, stavo tornando con molta serenità al treno riservato a noi tifosi portando dell’acqua al resto della compagnia (era stata una giornata molto calda ed eravamo quasi tutti disidratati). Tutti gli altri tifosi erano già pronti sui vagoni per fare velocemente ritorno a Brescia. Mancavano pochi minuti ed i binari della stazione erano completamente deserti. Cosa alquanto strana visto il periodo, l’orario e soprattutto la città in cui eravamo, centro nevralgico per il passaggio dei treni. Improvvisamente, senza alcun preavviso o motivo apparente, sono stato travolto da una carica di “alleggerimento” del reparto celere in servizio quel giorno per mantenere l’ordine pubblico e picchiato a sangue, senza avere nemmeno la possibilità di ripararmi. Sottratto al pestaggio dagli amici (colpiti loro stessi dalla furia delle manganellate), sono entrato in coma nel giro di pochissimo e quasi morto. Dopo circa venti minuti dall’aver perso conoscenza sono stato caricato su un’ambulanza -osteggiata, più o meno velatamente, dallo stesso reparto che mi aveva aggredito- e trasportato all’ospedale di Borgo Trento a Verona. Lì sono stato operato d’urgenza. Lì sono stato salvato. Lì sono tornato dal coma dopo molte settimane. Lì ho passato alcuni mesi della mia nuova vita. Una vita d’inferno. Nel frattempo la mia famiglia, in uno stato d’animo che fatico ad immaginare, subiva pressioni e minacce affinché la mia vicenda mantenesse un basso profilo. Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità. Ovviamente, alcune cose di cui sopra le ho sapute molto tempo dopo la mia aggressione. Il resto l’ho scoperto grazie al lavoro del mio avvocato. Dalla ricostruzione dei fatti e tramite le tante testimonianze, emerge un quadro inquietante, quasi da non credere; ma proprio per questo da rendere pubblico. In seguito alle gravissime lesioni subite, presso la Procura della Repubblica di Verona è iniziato un procedimento a carico di alcuni poliziotti e funzionari identificati quali autori delle lesioni da me subite. Nonostante il Giudice per le Indagini Preliminari abbia respinto due volte la richiesta d’archiviazione, il Pubblico Ministero non ha ancora esercitato l’azione penale contro gli indagati. Mi domando per quale ragione ciò avvenga e perché mi sia negata giustizia. Oggi, dopo avere perso quasi tutto, rimango perciò nell’attesa di un processo, nemmeno tanto scontato, considerati i precedenti ed i tentativi di screditarmi. Oltretutto i poliziotti erano tutti a volto coperto, quindi non identificabili (com’è possibile tutto questo?), sebbene a comandarli ci fosse una persona riconoscibilissima. Dopo le tante bugie e cattiverie uscite in modo strumentale sul mio conto a seguito della vicenda, aspetto soprattutto che mi venga restituita la dignità. Ill.mo Ministro degli Interni, sebbene la mia vicenda non abbia destato lo stesso scalpore, ricorda un po’ le tragedie di Gabriele Sandri, di Carlo Giuliani, ed in particolare di Federico Aldrovandi (accaduta a poche ore di distanza dalla mia), con una piccola, grande differenza: io la mia storia la posso ancora raccontare, nonostante tutto. Le dinamiche delle vicende sopra citate forse non saranno identiche, ma la volontà di uccidere sì, è stata la medesima. Altrimenti non si spiega l’accanimento di queste persone nei miei confronti, soprattutto se si considera che non vi era una reale situazione di pericolo: era tutto tranquillo; ero caduto a terra; ero completamente inerme. Ma le manganellate, come descrive il referto medico, non si sono più fermate. Forse, ho pensato, oltre alla vita volevano togliermi anche l’anima. Per farla breve, in pochi secondi ho perso quasi tutto quello per cui avevo vissuto -per questo mi sento ogni giorno più vicino a Federico- e senza un motivo apparente. Sempre ovviamente che esista una giustificazione per scatenare tanta crudeltà ed efficienza. Le mie funzioni fisiche sono state ridotte notevolmente, e nonostante la lunga riabilitazione a cui mi sottopongo da anni con molta tenacia non avrò molti margini di miglioramento. Questo lo so quasi con certezza: l’unica cosa funzionante come prima nel mio corpo infatti è il cervello, attivo come non mai. Dopo quattro anni non ho ancora stabilito se questa sia stata una fortuna. Ho perso il lavoro, sebbene abbia un padre caparbio che insiste nel mandare avanti la mia ditta, sottraendo tempo e valore ai suoi impegni. Ho perso la ragazza. Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano. Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza. Quella sicurezza che Lei invoca ogni giorno, e tenta d’imporre sommando nuove leggi e nuove norme a quelle già esistenti (fino a ieri molto efficaci, almeno per l’opinione pubblica). Peccato però che queste leggi non abbiano saputo difendere me, Federico, Carlo e Gabriele dagli eccessi di coloro che rappresentavano, in quel momento, le istituzioni.
    Ill.mo Ministro degli Interni, alcune cose mi martellano più di tutto: ogni giorno mi domando infatti cosa possa spingere degli uomini a tanto. Non ho la risposta. Ogni giorno mi domando se qualcuna di queste tragedie potesse essere evitata. La risposta è sempre quella: sì. A mio modesto parere, ciò che ha permesso a queste persone di liberare la parte peggiore di sé è stata la sicurezza di farla franca. Sembra un paradosso, ma in un Paese come il nostro in cui si parla tanto di “certezza della pena”, di “responsabilità” e di “omertà”, proprio coloro che dovrebbero dare l’esempio agiscono impuniti infrangendo ogni legge scritta e non, disonorano razionalmente la divisa e l’istituzione rappresentata, difendono chi fra loro sbaglia impunemente.
    Ill.mo Ministro degli Interni, dopo tante elucubrazioni, sono giunto ad una conclusione: se queste persone fossero state immediatamente riconoscibili, responsabili perciò delle loro azioni, non si sarebbero comportate in quella maniera ed io non avrei perso tanto. Le chiedo quindi: com’è possibile che in Italia i poliziotti non portino un segno di riconoscimento immediato come accade nella maggior parte delle Nazioni europee?
    Ill.mo Ministro degli Interni, io non cerco vendetta, semmai Giustizia. Mi appello a Lei ed a tutte le persone di buon senso affinché questi uomini vengano fermati ed impossibilitati nello svolgere ancora il loro “dovere”. Chiedo quindi che si faccia il processo e nulla sia insabbiato. Cordiali saluti.
    Paolo Scaroni, vittima di uno Stato distratto.

  5. ilsecolo21 scrive:

    Pubblico questa lettera inviata da Paolo Scaroni al ministro degli interni Maroni. La storia è emblematica dell’approccio statale alle disfunzioni del sistema.

    ll.mo Ministro degli Interni

    Scrivo questa lettera alla vigilia dell’anniversario di una data che mi ha cambiato la vita: il 24 settembre del 2005. Mi presento: sono Paolo Scaroni, abito a Castenedolo, piccolo paese della provincia di Brescia. Ero un allevatore di tori. Ero un ragazzo normale, con amicizie, una ragazza, passioni, sani valori -anche sportivi- e la giusta curiosità. Facevo infatti molto sport e viaggiavo quando potevo. Ero soprattutto un grande tifoso del Brescia. Una persona normale, come tante, direbbe Lei. Oggi non lo sono più (per la verità tifoso del Brescia lo sono rimasto, sebbene non possa più vivere la partita allo stadio com’ero solito fare: cantando, saltando, godendo oppure soffrendo). Tutto è cambiato il 24 settembre del 2005, nella stazione di Porta Nuova a Verona. Quel giorno, alla pari di migliaia di tifosi bresciani -fra i quali molte famiglie e bambini- avevo deciso di seguire la Leonessa a Verona con le migliori intenzioni, per quella che si preannunciava una sfida decisiva per il nostro campionato di serie B. Finita la partita, siamo stati scortati in stazione dalla polizia senza nessun intoppo o tensione. Dopo essermi recato al bar sottostante la stazione, stavo tornando con molta serenità al treno riservato a noi tifosi portando dell’acqua al resto della compagnia (era stata una giornata molto calda ed eravamo quasi tutti disidratati). Tutti gli altri tifosi erano già pronti sui vagoni per fare velocemente ritorno a Brescia. Mancavano pochi minuti ed i binari della stazione erano completamente deserti. Cosa alquanto strana visto il periodo, l’orario e soprattutto la città in cui eravamo, centro nevralgico per il passaggio dei treni. Improvvisamente, senza alcun preavviso o motivo apparente, sono stato travolto da una carica di “alleggerimento” del reparto celere in servizio quel giorno per mantenere l’ordine pubblico e picchiato a sangue, senza avere nemmeno la possibilità di ripararmi. Sottratto al pestaggio dagli amici (colpiti loro stessi dalla furia delle manganellate), sono entrato in coma nel giro di pochissimo e quasi morto. Dopo circa venti minuti dall’aver perso conoscenza sono stato caricato su un’ambulanza -osteggiata, più o meno velatamente, dallo stesso reparto che mi aveva aggredito- e trasportato all’ospedale di Borgo Trento a Verona. Lì sono stato operato d’urgenza. Lì sono stato salvato. Lì sono tornato dal coma dopo molte settimane. Lì ho passato alcuni mesi della mia nuova vita. Una vita d’inferno. Nel frattempo la mia famiglia, in uno stato d’animo che fatico ad immaginare, subiva pressioni e minacce affinché la mia vicenda mantenesse un basso profilo. Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità. Ovviamente, alcune cose di cui sopra le ho sapute molto tempo dopo la mia aggressione. Il resto l’ho scoperto grazie al lavoro del mio avvocato. Dalla ricostruzione dei fatti e tramite le tante testimonianze, emerge un quadro inquietante, quasi da non credere; ma proprio per questo da rendere pubblico. In seguito alle gravissime lesioni subite, presso la Procura della Repubblica di Verona è iniziato un procedimento a carico di alcuni poliziotti e funzionari identificati quali autori delle lesioni da me subite. Nonostante il Giudice per le Indagini Preliminari abbia respinto due volte la richiesta d’archiviazione, il Pubblico Ministero non ha ancora esercitato l’azione penale contro gli indagati. Mi domando per quale ragione ciò avvenga e perché mi sia negata giustizia. Oggi, dopo avere perso quasi tutto, rimango perciò nell’attesa di un processo, nemmeno tanto scontato, considerati i precedenti ed i tentativi di screditarmi. Oltretutto i poliziotti erano tutti a volto coperto, quindi non identificabili (com’è possibile tutto questo?), sebbene a comandarli ci fosse una persona riconoscibilissima. Dopo le tante bugie e cattiverie uscite in modo strumentale sul mio conto a seguito della vicenda, aspetto soprattutto che mi venga restituita la dignità. Ill.mo Ministro degli Interni, sebbene la mia vicenda non abbia destato lo stesso scalpore, ricorda un po’ le tragedie di Gabriele Sandri, di Carlo Giuliani, ed in particolare di Federico Aldrovandi (accaduta a poche ore di distanza dalla mia), con una piccola, grande differenza: io la mia storia la posso ancora raccontare, nonostante tutto. Le dinamiche delle vicende sopra citate forse non saranno identiche, ma la volontà di uccidere sì, è stata la medesima. Altrimenti non si spiega l’accanimento di queste persone nei miei confronti, soprattutto se si considera che non vi era una reale situazione di pericolo: era tutto tranquillo; ero caduto a terra; ero completamente inerme. Ma le manganellate, come descrive il referto medico, non si sono più fermate. Forse, ho pensato, oltre alla vita volevano togliermi anche l’anima. Per farla breve, in pochi secondi ho perso quasi tutto quello per cui avevo vissuto -per questo mi sento ogni giorno più vicino a Federico- e senza un motivo apparente. Sempre ovviamente che esista una giustificazione per scatenare tanta crudeltà ed efficienza. Le mie funzioni fisiche sono state ridotte notevolmente, e nonostante la lunga riabilitazione a cui mi sottopongo da anni con molta tenacia non avrò molti margini di miglioramento. Questo lo so quasi con certezza: l’unica cosa funzionante come prima nel mio corpo infatti è il cervello, attivo come non mai. Dopo quattro anni non ho ancora stabilito se questa sia stata una fortuna. Ho perso il lavoro, sebbene abbia un padre caparbio che insiste nel mandare avanti la mia ditta, sottraendo tempo e valore ai suoi impegni. Ho perso la ragazza. Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano. Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza. Quella sicurezza che Lei invoca ogni giorno, e tenta d’imporre sommando nuove leggi e nuove norme a quelle già esistenti (fino a ieri molto efficaci, almeno per l’opinione pubblica). Peccato però che queste leggi non abbiano saputo difendere me, Federico, Carlo e Gabriele dagli eccessi di coloro che rappresentavano, in quel momento, le istituzioni.
    Ill.mo Ministro degli Interni, alcune cose mi martellano più di tutto: ogni giorno mi domando infatti cosa possa spingere degli uomini a tanto. Non ho la risposta. Ogni giorno mi domando se qualcuna di queste tragedie potesse essere evitata. La risposta è sempre quella: sì. A mio modesto parere, ciò che ha permesso a queste persone di liberare la parte peggiore di sé è stata la sicurezza di farla franca. Sembra un paradosso, ma in un Paese come il nostro in cui si parla tanto di “certezza della pena”, di “responsabilità” e di “omertà”, proprio coloro che dovrebbero dare l’esempio agiscono impuniti infrangendo ogni legge scritta e non, disonorano razionalmente la divisa e l’istituzione rappresentata, difendono chi fra loro sbaglia impunemente.
    Ill.mo Ministro degli Interni, dopo tante elucubrazioni, sono giunto ad una conclusione: se queste persone fossero state immediatamente riconoscibili, responsabili perciò delle loro azioni, non si sarebbero comportate in quella maniera ed io non avrei perso tanto. Le chiedo quindi: com’è possibile che in Italia i poliziotti non portino un segno di riconoscimento immediato come accade nella maggior parte delle Nazioni europee?
    Ill.mo Ministro degli Interni, io non cerco vendetta, semmai Giustizia. Mi appello a Lei ed a tutte le persone di buon senso affinché questi uomini vengano fermati ed impossibilitati nello svolgere ancora il loro “dovere”. Chiedo quindi che si faccia il processo e nulla sia insabbiato. Cordiali saluti.
    Paolo Scaroni, vittima di uno Stato distratto.

  6. La storia, la morte violenta di mio figlio avvengono altrove. Ma lo Stato è il latitante di Calabria, l’ispettore assente nella Procura di Locri, il torquemada della mia famiglia. Abbraccio con il mio affetto grande quanto il mio lutto tutte le famiglie in lista di attesa per quel minimo di attenzione che la Giustizia di uno Stato civile dovrebbe accordare.
    Liliana Esposito
    mamma di MASSIMILIANO CARBONE, 30 anni
    ucciso a LOCRI RC a settembre 2004
    esumato su richiesta di un indagato nel Proc. penale n. 2220/06 Procura di LOCRI RC
    da 5 anni ricorrente alla Procura e al Tribunale per i monorenni di Reggio Calabria per l’orfano bianco, oggi 11 anni e mezzo
    condannata a 4 mesi per “aver colto un fiore di geranio” previi accertamenti RIS di Messina, che sulla scena del delitto non sono mai stati effettuati
    – perizia balistica DOPO 22 MESi, con memoria ex art. 90 strapagata
    – intercettazioni DOPO 25 mesi
    – aggressione del 18 sett 2006 nel CIMITERO DI LOCRI RC
    – 14 udienze a vuoto
    – Il TRibunale per i minorenni non era competente alla nomina del Curatore, e ha fatto spirare i termini ( dice la controparte che ha in casa mio nipote!)
    – 2 curatori , una rifiuta, l’altra non si sa
    – le mie querele ed i miei esposti “smarriti”
    Scusate, l’inventario è lungo, vado a lavorare.

  7. La storia, la morte violenta di mio figlio avvengono altrove. Ma lo Stato è il latitante di Calabria, l’ispettore assente nella Procura di Locri, il torquemada della mia famiglia. Abbraccio con il mio affetto grande quanto il mio lutto tutte le famiglie in lista di attesa per quel minimo di attenzione che la Giustizia di uno Stato civile dovrebbe accordare.
    Liliana Esposito
    mamma di MASSIMILIANO CARBONE, 30 anni
    ucciso a LOCRI RC a settembre 2004
    esumato su richiesta di un indagato nel Proc. penale n. 2220/06 Procura di LOCRI RC
    da 5 anni ricorrente alla Procura e al Tribunale per i monorenni di Reggio Calabria per l’orfano bianco, oggi 11 anni e mezzo
    condannata a 4 mesi per “aver colto un fiore di geranio” previi accertamenti RIS di Messina, che sulla scena del delitto non sono mai stati effettuati
    – perizia balistica DOPO 22 MESi, con memoria ex art. 90 strapagata
    – intercettazioni DOPO 25 mesi
    – aggressione del 18 sett 2006 nel CIMITERO DI LOCRI RC
    – 14 udienze a vuoto
    – Il TRibunale per i minorenni non era competente alla nomina del Curatore, e ha fatto spirare i termini ( dice la controparte che ha in casa mio nipote!)
    – 2 curatori , una rifiuta, l’altra non si sa
    – le mie querele ed i miei esposti “smarriti”
    Scusate, l’inventario è lungo, vado a lavorare.

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