PROCESSO D’ APPELLO BOLZANETO

G8 2001. Al via il processo d’appello per i fatti di Bolzaneto. Le ombre di ieri, le ombre di oggi.

Tribunale di Genova, Aula Magna. Parte il processo di appello per i fatti accaduti nella caserma di Bolzaneto nel 2001 durante il vertice del G8.

Il clima è sereno in aula, gli avvocati rilassati scherzano fra colleghi, i pochi spettatori ammutoliti, attendono i tempi del cerimoniale giudiziario.  Chi era presente, in silenzio, cerca ancora giustizia, dopo 8 anni. E 10 giorni dopo la sentenza che ha aumentato le pene, sino a 15 anni di reclusione, per i manifestanti processati per gli scontri, e imputati di devastazione e saccheggio, si riparte a sondare con gli strumenti giuridici, uno degli eventi più aberranti della storia italiana del dopoguerra.

la caserma di Bolzaneto

la caserma di Bolzaneto

Poliziotti, ispettori, dirigenti delle forze di polizia: 45 imputati di reati infami che macchiano indelebilmente il nome dell’istituzione posta a difesa dello stato di diritto, questa democrazia italiana, tanto vilipesa e violata; un processo che se non porterà ad una scrupolosa verifica delle responsabilità e alle conseguenti condanne, segnerà per molti una definitiva rottura della relazione di fiducia che in uno stato moderno dovrebbe marcare il rapporto fra cittadinanza, forze dell’ordine e magistratura.

L’esclusivo monopolio della violenza, questa è la funzione che spetta alle forze dell’ordine in uno stato democratico, un esercizio mai svolto sotto l’egida dell’arbitrarietà, ma bensì profondamente codificato e regolato dalla legislazione repubblicana. Nessuna possibilità di esercizio al di fuori delle regole, un potere che se essenzialmente militare, si imbriglia al necessario livello civile, si sottomette alle istanze pubbliche della convivenza e di salvaguardia della stessa.

A Genova 8 anni fa, questo modello fondante del nostro ordinamento ebbe un cortocircuito, la cui portata deve essere tutt’oggi verosimilmente dimensionata. Nel riepilogo della sentenza di primo grado ( nella quale vennero assolti 30 imputati e 15 condannati) il giudice Settembre snocciola le risultanze di un dibattimento che ha accertato oltre ogni ragionevole dubbio il gravissimo operato delle forze di polizia.  Durante il fine settimana di quel lontano luglio alla caserma di Bolzaneto, adibita a luogo di raggruppamento e identificazione dei fermati durante gli scontri del centro cittadino, lo Stato perse il controllo della situazione, sottostimando le conseguenze di una gestione non calibrata di un evento di protesta di rilevanza mondiale. E se qualcuno perse la testa, nessuno tentò di limitare i danni. E così successe di tutto.  I testimoni hanno fornito in primo grado una trama di deposizioni precise, dettagliate e univoche nelle quali lo scenario descritto rappresenta uno scandalo per un paese che si vuole fra i più civilizzati del mondo. Insulti, percosse al corpo e ai genitali, posizioni vessatorie nel cortile prospiciente l’ingresso, passaggio nel corridoio fra due ali di agenti che percuotevano, posizioni vessatorie in cella, alle quale furono sottoposte anche i feriti e un arrestato menomato fisicamente, spruzzi di sostanze orticanti, insulti a sfondo sessuale, razziale e politico, attese estenuanti per andare in bagno, mancata somministrazione di cibo e bevande. In tre giorni successe tutto questo, non per domare dei terroristi irriducibili e violenti ( il fine non avrebbe giustificato i mezzi nemmeno in quel caso), ma per un semplice e brutale accanimento contro ragazzi e ragazze inermi, lo sfogo che diventa necessità, agenti che  emulano chi fa peggio di loro, accanirono le proprie frustrazioni contro i manifestanti come se fossero un’antitesi, i portatori di un progetto sociale sgradito, dei nemici combattuti sul campo e umiliati nelle retrovie, dei privilegiati che manifestavano per un mondo non auspicabile, ragazzi coetanei che avevano avuto possibilità, spesso negate per censo agli appartenenti alle forze di polizia, e quindi inconsciamente invidiati ed esplicitamente puniti. In quell’accanimento probabilmente c’era spazio anche per questo. Se Valle Giulia aveva dato a Pasolini la possibilità di tracciare una distinzione fra i contestatori dello status quo e i suoi difensori, raccontare un diverso retroterra culturale ed una diversa impostazione dei progetti di vita, Bolzaneto ci ricorda che queste differenze sono sempre presenti e pronte a sfociare in tragiche circostanze, che la società italiana lungi dall’essersi evoluta da un passato burrascoso di tensioni sociali, si risveglia identica a se stessa, le questioni vitali sempre ancorate a stereotipi conservatori, lo sviluppo dell’individuo reciso dalla folta schiera di faccendieri e prestanomi che fanno cerchio intorno ai privilegi acquisiti in cinquant’anni di duro e sotterraneo lavoro di dirottamento delle risorse pubbliche all’interesse dei pochi.

E sul Tribunale di Genova si stagliano gravi tre lunghe ombre. L’ombra della prescrizione per gli imputati, abominio giuridico per reati di tale portata, l’ombra del vuoto legislativo che non prevede in Italia il reato di tortura e che quindi prevede condanne davvero ridotte per un tale abuso di potere ( ART. 608 e ART. 323)  e in ultimo, stando alle condanne di primo grado, l’ombra del primato delle cose sulle persone,  le vetrine infrante e le auto danneggiate sembrano più gravi che tenere sotto la propria responsabilità persone inermi e abusare di loro senza alcun limite.

Il processo d’appello ha quindi la responsabilità di ricollocare gli episodi contestati nella cornice delle garanzie democratiche: per un’altra volta in Italia, che dall’istituzione della legge Reale nel 1975 ha visto l’omicidio di più di 600 persone da parte delle forze dell’ordine, si domanda un segnale che restituisca ai giovani arrestati la sicurezza che l’impunità non viene comminata per credito di servizio, che la magistratura nel pieno e nell’indipendenza delle sue funzioni possa ancora sanzionare le pedine della violenza statale.

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