Immigrazione e precarietà: il fronte interno della globalizzazione.

Manifestazione per diritti di cittadinanza

La crisi che attanaglia le nostre realtà assume diverse dimensioni, se da un lato infatti la questione economica e la precarietà di un mondo del lavoro assolutamente improntato a logiche liberiste delineano un palcoscenico di assenza di tutele per i lavoratori di oggi e del domani, (vedi referendum Fiat di Pomigliano) al contempo, la crisi non è solo materiale, ma riconducibile alla mancanza di un progetto sostenibile, uno sguardo d’insieme che partendo dalla condivisione di valori supremi, come dignità e libertà, permetta un effettivo sviluppo di criteri comuni di cittadinanza.

Criteri comuni, non esclusivi, la possibilità di fruire del sostegno della collettività esteso anche ai nuovi arrivati. I migranti, quest’umanità sulla cui pelle si sprecano anatemi e giudizi, una parte della popolazione mondiale, i dannati della terra, per la quale i nostri diritti sono chimere e le nostre parole incomprensibile schermi.

Il fenomeno migratorio dipende dalla situazione di estrema povertà nella quale versano i paesi del Terzo mondo. Una povertà che rifiutiamo di assumere come diretta conseguenza del modello di sviluppo occidentale. Il nostro benessere quotidiano, le comodità impensabili cinquant’anni orsono, discendono inevitabilmente dall’approccio che le nostre nazioni hanno tenuto nei riguardi degli altri paesi. Sfruttamento della manodopera, usurpazione delle materie prime, mancanza di una co progettazione che induca gli stati del Terzo mondo ad affrancarsi dalla dipendenza neo coloniale: adesso che tutti i nodi vengono al pettine e le migrazioni diventano globali e inarrestabili, disturbati storciamo il naso, ma mai ci si domanda la causa di tale situazione.

Sai cosa non mi piace di quella gente, che se la ride mentre la controllano.

E nel nostro territorio assistiamo quotidianamente alla normalità del controllo, della perquisizione e della verifica delle persone che hanno un colore diverso dal nostro. Ci sentiamo affrancati. Dovere delle forze dell’ordine è di preservare l’incolumità pubblica, se ci sono degli irregolari che siano espulsi, se ci sono  dei delinquenti che vengano arrestati.

Il problema è che guardando il colore della pelle ci si dimentica che il problema viene notevolmente semplificato. La coesione politica in questo momento di difficoltà si basa sull’alimentare e far convergere le paure dei cittadini, poco importa se la precarietà economica è la causa principale di tali insofferenze, a quella non sembra esserci rimedio, si può invece e diligentemente, sfogare la nostra insicurezza nell’esercizio visibile ed esplicito di condanna del diverso.

La storia insegna la normalità di tale pratica. Individuare e perseguire chi per motivi fisici non si amalgama al tessuto sociale. Poco importa se pagano le tasse, se fanno lavori usuranti che gli italiani non si sognano più di fare, se i loro permessi di soggiorno arrivano già scaduti, insomma lo Stato ne preda la forza lavoro per restituire non diritti ma vessazioni. La continuità con le pratiche coloniali è lampante. Come li trattiamo nei loro paesi di origine, altrettanto vengono sistemati da noi. La faccenda è però più ampia, queste sono solo prove tecniche, si raffinano i meccanismi, si affilano le armi. I migranti infatti, persone disperate, sono i soli adesso a subire il termine di questa ingerenza repressiva. Se oggi tocca ai clandestini, domani però, toccherà ai precari, la condizione di disperazione divenuta comune sarà futura base per reprimere chi non raggiungendo il livello comune di dignità, debba essere isolato, criminalizzato e successivamente punito.

Il mercato del lavoro prolifera su queste distinzioni, i lavoratori italiani, oggi a tempo determinato, domani saranno precari, i precari di oggi domani saranno lavoratori in nero ed i lavoratori in nero di oggi sono i clandestini che cadono dalle impalcature o che schiavizzati guadagnano 2/3 euro all’ora per lavori agricoli massacranti e stagionali.

I gradini inferiori erodono i gradini superiori, o si trova una base comune per rivendicare la comune aspirazione di tutti i lavoratori ad una vita degna guadagnata giorno per giorno con i frutti del proprio lavoro, o si cede inevitabilmente ad una scomparsa nel medio termine delle classi lavorative che oggi sembrano privilegiate.

Le pratiche di controllo e monitoraggio dei migranti devono essere intese dunque non solo alla luce dell’attenzione meticolosa con la quale tali pratiche si rivolgono sui diversi attori sociali in questo caso i clandestini, ma in un’ottica più ampia, sotto un profilo potenzialmente più capillare e diffuso, un cerchio concentrico che si allarga sino ad investire settori più vari della popolazione, non solo quegli esplicitamente stigmatizzati, ma anche le parti che adesso, sotto questo profilo, si sentono ancora al sicuro. Sono cerchi concentrici, meccanismi che partono da un punto e si irradiano in più direzioni seguendo le linee dell’esclusione sociale, linee sempre più ampie e marcate, cerchi che guardandoli bene sono diventati cappi.

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