Storia di un interinale di provincia. (Ultima puntata). Di Paolo Odello

Terza e ultima puntata nel mondo del lavoro precario all’interno di una fabbrica del ponente ligure. L’elezione della rappresentanza sindacale, la prima nella storia della fabbrica, la paura di ritorsioni, quando il rinnovo del contratto è appeso al filo della propria docilità; storie di uomini che ci mettono la faccia e uomini che non si vogliono esporre, speranza, disperazione, orgoglio e codardia: storie del ventunesimo secolo nella lotta quotidiana per un lavoro degno di un paese civile.

Il nuovo compagno, Marco, questa mattina non parla. Incazzato nero si esprime soltanto a monosillabi.

Gli hanno rinviato di una settimana la visita medica per il porto d’armi. Ha fatto domanda alla Vigilanza come guardia giurata. Pensa solo al giorno delle dimissioni volontarie e all’assemblea non ci sarà.

“Un lavoro sicuro” dice. “Contributi pagati e tredicesima, un lavoro che mi permetterà di mettere in cantiere quel bambino che vogliamo tanto”.

È un interinale e come tutti vuole sicurezza. Sono quindici giorni che aspetta. Conta anche i minuti che lo separano dalle dimissioni.

“Qualsiasi cosa è meglio di questa merda”.

Toglie i guanti gialli e li lancia contro la Gigant. Una bestemmia si perde fra gli sbuffi di pressione della macchina.

“Cinquecentrotrentadue meno centoventiquattro uguale quattrocento otto, bene. Siamo in media e una sigaretta non me la toglie nessuno”. Raccoglie il guanto, lo appoggia sulla montagna di lastre ancora in attesa e poi infila rapidamente la mano nel mascone laterale dei pantaloni. La ritira tenendo fra due dita un pacchetto di Marlboro tutto ciancicato.

Impiega non meno di un minuto a raddrizzare la sigaretta e intanto racconta.

“È un’occasione che non posso farmi soffiare sotto il naso. Un periodo di prova ancora da decidere e poi il contratto definitivo, a tempo indeterminato. Riesci a immaginarlo? Uno stipendio sicuro, contributi pagati, tredicesima e ferie. Un sogno che ho agguantato per la coda e che non lascio scappare”.

“Ma ci pensi cosa vuol dire la sicurezza di un contratto a tempo indeterminato?”

“Ormai è tutto a posto, già deciso. Manca soltanto questa fottuta visita medica e poi bye bye Temporary bye bye Gigant. Le dimissioni e con lo stipendio di luglio una settimana di vacanza con mia moglie prima di cominciare con il nuovo lavoro, un sogno. E a settembre si comincia a cercare il figlio, è tutto organizzato ne abbiamo parlato ancora ieri sera con mia moglie, appena arriva l’okkei mi licenzio”.

Tump, flop. La Gigant ha ripreso la marcia. Salvatore ci tiene sotto controllo. Dice che non siamo affidabili. Io che faccio troppe domande e l’altro che conta i minuti che lo separano dalle dimissioni.

Marco all’assemblea non verrà. Lui aspetta l’okkei della Vigilanza e dei problemi della fabbrica non se ne interessa più. Ne mancheranno anche altri, quattro per essere precisi. Sono testimoni di Geova e non possono impegnarsi. Pronti a chiedere aiuto quando gli serve e altrettanto pronti a negarlo se si tratta di restituirlo. Uno di loro ha perso le dita in una pressa e il sindacato si è mobilitato, ma adesso dice: “Non posso, verrei ma non posso cosa penserebbe la comunità di me se lo venisse a sapere”.

Ore 13, finalmente ci siamo.

Si superano anche le eccezioni sollevate dalla direzione aziendale, ma si inizia comunque in ritardo. Grazie al volantinaggio mirato e alle tante discussioni l’assemblea è diventata realtà. L’affluenza al primo turno fa ben sperare . Soltanto pochi mesi fa sarebbe stata deserta.

“Non parlate di politica” si raccomanda Patrizia.

Seduti in mensa gli operai rigirano fra le mani il volantino. Occhi bassi aspettano che sia il vicino a rompere il ghiaccio. Costretti a prendere coscienza dalla presenza svedese aspettano di sapere in quale futuro precipiteranno.

Gli svedesi chi sono? Una presenza discreta per due anni che si materializza all’improvviso.  Fino a ieri erano quelli in giacca e cravatta che, a volte giravano fra le presse facendo domande in inglese e poi sorridevano prima di girare sui tacchi e tornare negli uffici del primo piano.

“Certo che giravano fra le presse sì, ma erano sempre accompagnati da qualcuno dei padroni che da gennaio non ci saranno più”, precisa uno di quelli rimasti in piedi.

“Già soltanto sei mesi e poi avremo a che fare soltanto con loro” il coro delle ansie aumenta.

“Con gli altri potevi discutere, li conosciamo da sempre e ci diamo del tu. Gli svedesi chi sono?” La paura di trovarsi di fronte il “foresto” che per forza di cose non può capire affiora con prepotenza da ogni domanda.

“Costituire la rappresentanza sindacale, unica controparte in grado di …” in piedi al centro della sala mensa Giovanni Trebini, segretario Fiom, risponde come solo chi arriva dalla base può fare. Il sindacato lo ha incontrato nei cantieri edili. Conosce il lavoro duro e le paure di chi è condannato al nero e alla precarietà.

Pesa le parole. Non promette niente, si limita a raccontare quali potrebbero essere i prossimi obiettivi di una rappresentanza sindacale unita e forte del sostegno operaio. E poi ha promesso a Patrizia di evitare ogni riferimento all’attualità politica. “Se parli di politica li spaventi” gli ha detto prima che l’assemblea iniziasse.

Qualcuno più diffidente lancia sul tavolo il proprio problema e aspetta una risposta tutta sua

Ma deve accontentarsi di quella già data agli altri: costituire la Rsu. Il segretario Fiom spiega con pazienza “procedure e urgenze per indire l’elezione”. L’assemblea approva per alzata di mano.

Gli altri, quelli rimasti nei reparti, raccontano la paura di perdere una delle poche possibilità di lavorare. La novità potrebbe essere malvista ai piani alti.

“Il lavoro di questi tempi è raro” dicono. Roba da difendere con i denti e con le unghie anche quando si tratta soltanto di un contratto a tempo determinato. Magari rimandando a tempi migliori il rispetto dei diritti sanciti dal contratto nazionale. “Quando hai famiglia non puoi permetterti il lusso di discutere, e loro hanno il coltello dalla parte del manico”.

Procedure e burocrazia le ha spiegate Trebini. Anche Patrizia le conosce , ma rimane sempre la paura di “fare un altro buco nell’acqua”. C’è la commissione elettorale da allestire, servono almeno tre nomi. Da scegliere fra chi può vantare un contratto a tempo indeterminato.

Gli impiegati hanno già rinunciato al voto, i consigli della direzione da loro arrivano prima. Poi c’è l’esperienza di anni silenziosi a frenare gli entusiasmi.

Lella, Gianni e Carlo accettano di far parte della commissione e la pausa pranzo si trasforma in “momento di  discussione”. Una mezz’ora di tempo per approfondire le cose già spiegate in assemblea da Trebini.

Con il passare dei giorni altri operai si avvicinano. Partecipano, aiutano a volantinare, discutono. In fabbrica finalmente si parla. Patroclo è appena arrivato, ma offre disponibilità. “Su di me ci puoi contare” dice. Il suo contratto scade a breve. Un’ernia del disco come ricordo del vecchio lavoro da autista nei cantieri edili della zona non lo ha salvato dalla catena di montaggio dei ventilatori Em50. Suo il compito di montare gli ultimi pezzi del “fiore all’occhiello della produzione”, una ventina di chili da alzare e mettere in squadra. Qualche centinaio di piegamenti quotidiani per non perdere il ritmo della catena e garantirsi l’assunzione. “Moltiplica quei venti chili per la produzione e saprai cosa vuol dire” sibila a denti stretti per ingabbiare almeno la rabbia.

La lista dei candidati ancora in bianco. Trovarli non è facile:  “a votare ci posso anche venire, ma espormi in prima persona …”. Le risposte si ripetono sempre uguali.

“I candidati li dobbiamo cercare anche a Pieve e Borgomaro, per coinvolgerli di più” suggerisce Patrizia. Sedi staccate della stessa azienda, Pieve di Teco e Borgomaro, rappresentano comunque una buona percentuale degli attuali 107 “aventi diritto al voto”.

“Però dobbiamo arrivare fin là e incontrarli di persona, parlare con quelli che credo possano darci una mano” aggiunge  Patrizia.

Forti del permesso sindacale al sicuro in tasca – soltanto Patrizia perché io, come  interinale, devo accontentarmi di un semplice cambio turno -, si parte. Prima Borgomaro e poi Pieve, là si può contare almeno un iscritto Fiom.

Gli “state tranquilli io a votare ci vado senz’altro” non si contano. Il numero però non riesce a dissipare dubbi e perplessità. Insistendo si trova anche un candidato: Danilo, l’iscritto Fiom, ha accettato.

Anche Alberto si è deciso, si candida. Due nomi in un due giorni, non male. In aggiunta alla disponibilità di Patrizia si arriva a tre. “Bene, la rosa dei candidati è al completo” Trebini è ottimista. Patrizia e la fabbrica meno. Si guarda agli uffici del primo piano con timore. Un cane da guardia troppo quieto e silenzioso non è mai un buon segno.

“Tranquilli, la macchina ormai è partita” rassicura la Fiom.

Difficile però partecipare la sicurezza della segreteria provinciale agli operai. “Eh già, la macchina ormai è in moto, è partita”, ripetono scrollando la testa. Un colpo di coda della proprietà, una contromossa, tutto è possibile. Anni e anni di “tradizionale tranquillità” portano acqua al mulino di chi preferisce rimanere in disparte, in attesa di vederci più chiaro.

Nei reparti già da qualche giorno hanno trovato orecchie le voci più incontrollate: “vedrai che ce la fanno pagare, prendono i nomi di chi va votare e poi ce la fanno pagare”. Anni di immobilismo lasciano il segno.

La macchina però è partita, e niente la può fermare. Neppure le mezze frasi buttate lì, fra una sigaretta e un caffè, da chi tenta di esorcizzare la paura con l’esperienza: “farli incazzare non porta a niente e poi si sa come vanno a finire certe cose”.

La macchina però è partita. Indifferente ai richiami brucia le tappe.

Lunedì, di nuovo lunedì. Oggi però è un giorno particolare. La battaglia decisiva si gioca oggi.

Le schede e le urne sono pronte sul tavolo della mensa, la stessa sala usata per l’assemblea. Più discreta, defilata, potrebbe garantire l’afflusso degli elettori. Forse anche di quelli ancora indecisi.

La commissione elettorale ne è convinta e lo crede anche Patrizia, la rappresentante sindacale.

Con molto probabilità lo pensa pure la direzione aziendale visto che, ad appena  un’ora dall’apertura del seggio, decide di trasferire le operazioni di voto in portineria. Casualmente la nuova sistemazione garantisce agli uffici della direzione una maggiore visuale. Dall’alto delle scale basta una sola occhiata per sapere chi vota.

Per vedere chi entra nel seggio e chiede la scheda non devono neppure sporgersi dalla balconata, la un’occhiata distratta attraverso il finestrone dell’ufficio e il gioco è fatto. Le voci dei giorni scorsi trovano un riscontro. Le paure una conferma. Dagli uffici vogliono vedere in faccia chi ha il coraggio di sfidare i “buoni consigli” della direzione. “Ci vogliono controllare” affermano con inspiegabile sicurezza gli indecisi. Nella decisione di spostare  il seggio in portineria diventa pretesto per rimangiarsi promesse azzardate: “il rischio è troppo, io non posso espormi così”.

“In questo modo non c’è più storia, hanno vinto loro”, Patrizia ha tentato di opporsi al trasloco, senza risultato. Un giro di telefonate. Camera del Lavoro, Unione industriali, segreteria Fiom soltanto per scoprire che possono farlo. L’azienda deve predisporre locali adeguati alle necessità elettorali e lo ha fatto. Magari con più di un occhio di riguardo alle proprie esigenze di tranquillità, però lo ha fatto.

“Il seggio elettorale adesso ha una sistemazione più consona, igienicamente migliore sotto i punti di vista” spiegano gli uffici del primo piano. Formalmente inattaccabile.

Raggiungere il quorum significa vincere soltanto una battaglia, ma in caso contrario si perde tutto. Dopo sarebbe molto difficile recuperare terreno. Lo sanno gli operai e lo sanno anche gli uffici del primo piano che nei giorni scorsi sono stati prodighi di “consigli”.

“Il mio contratto scade a ottobre e mi hanno detto di non votare se voglio il rinnovo” confessa  candidamente un ragazzo appena assunto. Chi te lo ha detto? La domanda cade nel vuoto. Ha una famiglia da mantenere e si è già pentito di aver rivelato il consiglio. Non è il solo ad aver fatto tesoro del “consiglio”. Il seggio è deserto. Sono soltanto cinque le schede imbucate finora. E tutte nella prima ora di apertura, dopo più nessuno.

“Non c’è più storia, hanno vinto loro”, Patrizia è delusa. Appoggiata alla scrivania del nuovo seggio rigira fra le mani il cucchiaino di plastica del caffè, il terzo.

“Lo sapevo che finiva così, il quorum non lo raggiungeremo mai e allora tutto quello che abbiamo fatto diventa inutile”.

Le ore passano. Un caffè, una sigaretta poi una rapida visita nei reparti e la percentuale dei votanti si impenna. Cresce. Dieci, venti, trenta voti. Quaranta. Non sono ancora sufficienti per raggiungere quel benedetto quorum, ma sono comunque un buon risultato.

Patrizia è incollata al cellulare. Ha riacquistato un minimo di ottimismo. Il quorum è a portata di mano. La convalida dell’elezione  possibile.

Domani il seggio si sposta nelle sedi staccate, Pieve di Teco e Borgomaro. “I voti sono sicuri, ce li hanno garantiti”spiega, poi si rituffa nelle telefonate. “Parole se ne fanno tante, ma quando si arriva al dunque è sempre meglio ricordare gli impegni presi” aggiunge.

La distanza dagli uffici della sede potrebbe garantire una maggiore democrazia. Ma è meglio assicurarsi che nessuno dimentichi: “Un’altra giornata di ansie e telefonate era già in conto, ma preferisco affrontarla con qualche certezza in più”.

Il finale di questa storia – un happy end, ma qualcuno dirà che è solamente una questione di punti di vista – è affidato a una telefonata: “dal prossimo mese l’indennità di turno sarà corrisposta a tutti gli aventi diritto” e al comunicato sindacale: “Grande risultato Fiom Cgil alla Munters Euroemme spa dove nei giorni scorsi è stata eletta la rappresentanza sindacale unitaria. I dipendenti hanno partecipato attivamente alla votazione rendendo possibile una grande affermazione della Fiom Cgil, unica componente della Rsu”

Sono passati due anni. Finalmente le scarpe antinfortunistiche non sono più una conquista. Le cuffie sono distribuite con maggiore sollecitudine. Anche la tenuta da lavoro è per tutti. Basta con il blu, forse troppo datato e troppo operaio, non saprei. Le nuove divise aziendali ricordano quella di un benzinaio anni ’60. Grigio e arancione: i colori della multinazionale svedese. Così mi hanno raccontato l’unica volta che sono tornato in fabbrica, maggio 2004. Per chiedere un appuntamento alla nuova dirigenza. Per sapere cosa era cambiato.

Gentili. Al primo piano hanno preso nota del nome e della qualifica. Sotto hanno segnato anche il numero di cellulare e il motivo della richiesta.

“Il dottore al momento non è in sede, appena possibile la richiamiamo”. Un modo garbato per togliersi dai piedi il giornalista troppo curioso. Con l’insediamento definitivo degli svedesi c’è chi ha fatto carriera. Dalla produzione agli uffici. Smessa la tuta blu in favore di una più consona Lacoste non sembrano aver dimenticato il rompicoglioni fissato le regole e contratto. Ci sono ancora dei punti da chiarire, e forse preferiscono non dare troppa pubblicità all’inevitabile conclusione. Nessuna presenza estranea in assemblea. Se il sindacato è d’accordo non ha importanza, su questo punto sono stati chiarissimi. Non c’è stato bisogno di prendere tempo, la risposta è arrivata in giornata.

È ancora aperta, a due anni di distanza, la vertenza per il riconoscimento degli arretrati dell’indennità di turno. Quella stessa indennità disconosciuta per anni. Con l’elezione della prima rsu i nodi sono venuti al pettine. Gli anni del silenzio sembrano essere finiti, definitivamente archiviati. Curiosando fra i reparti questa è la sensazione.

Due parole scambiate di fretta con gli ex compagni di lavoro e quella prima impressione si attenua, sparisce. Passato il momento dell’euforia, pare che la diffidenza nei confronti delle promesse sindacali goda ancora di una certa popolarità. “Ci hanno garantito gli arretrati, ma figurati se quelli pagano”. Diffidenza, scaramanzia? Forse tutte e due. Anni e anni di ricatti quotidiani non si cancellano con un colpo di spugna. Alla Fiom assicurano che nonostante tutto l’impegno aumenta e così pure i tesserati.

L’impronta della multinazionale la trovi in ogni angolo. In portineria cartelli bilingui di benvenuto e una patina di cordiale efficienza. Anche l’affettata gentilezza degli uffici ha il sapore del marketing.

“Non ci sono problemi, vada pure”. Ho chiesto di potere entrare in reparto, per salutare i compagni di lavoro. e magari dare anche un’occhiata.

Pulita, quasi irriconoscibile, la Gigant sbuffava come al solito.

Qualcuno discute del rinnovo contrattuale. La comunicazione della prossima assemblea con l’ordine del giorno è affisso in bacheca. Il sindacato si è ritagliato molto più di uno spazio. Il rispettoso timore degli uffici del primo piano sembra definitivamente sparita.

A metà luglio arriva la notizia.

“Indennità di lavoro notturno, una vittoria dei lavoratori.

A due anni dall’elezione della prima Rsu alla Munters Euroemme si è conclusa positivamente anche la vertenza sul riconoscimento del lavoro notturno. Un diritto quest’ultimo, spesso ignorato dalla proprietà e oggi riaffermato con forza, grazie all’impegno di tutti i lavoratori. Senza il loro appoggio, infatti, ogni lotta sindacale sarebbe destinata al fallimento. Il prossimo pagamento dell’ultima tranche di arretrati sottolinea ancora una volta l’importanza di un continuo dialogo e confronto con la rappresentanza sindacale”.  La bacheca  è ancora a fianco dell’orologio e della rastrelliera con i cartellini in attesa di timbratura. Lì appeso c’era anche una copia del contratto nazionale. Leggere ad alta voce quanto stabilisce l’articolo 8 ha messo in moto questa piccola rivoluzione. La fine è scritta sul verbale dell’accordo siglato all’Unione industriali dai rappresentanti sindacali e dalla Munters Euroemme. Quello che  ha ufficialmente riconosciuto l’esistenza di un credito arretrato a favore dei lavoratori.

“Nel quinquennio 1997, 1998, 1999, 2000, 2001 i dipendenti della Ditta Munters Euroemme hanno effettuato lavorazioni durante il turno notturno per i quali ai sensi dell’art.8 del C.C.N.L. dell’Industria Maetalmeccanica e dell’Installazione di Impianti è prevista una maggiorazione del 15% sulla paga base; tale maggiorazione, dovuta in base al lavoro notturno prestato nel summenzionato quinquennio, non è stata a tutt’oggi corrisposta. Non è possibile procedere a calcolo analitico delle ore di maggiorazione in quanto i cartellini attestanti le ore di lavoro notturno non sono disponibili e pertanto si è proceduto ad un calcolo forfettario del monte ore di lavoro notturno.

Tutto ciò premesso. Dopo un’ampia disamina dei fatti in oggetto ed una profonda discussione la Fitta Munters Euroemme spa si impegna a corrispondere ai lavoratori che abbiano prestato la loro opera nelle ore considerate di lavoro notturno l’ammontare della cifra calcolata in via forfettaria, come da allegato, e corrispondente a euro 17.157,00. Si precisa che tale cifra è stata decurtata del 15% così come stabilito dalle parti.

PUNTATE PRECEDENTI:

Prologo

Prima puntata.

Seconda puntata.

Share
Questa voce è stata pubblicata in LAVORO e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


8 + = undici

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>