Storia di un interinale di provincia. (Prima puntata). Di Paolo Odello

Continua la storia a puntate del nostro interinale di provincia. Il lavoro in fabbrica e le riflessioni di metalmeccanico, il ritmo della produzione, il tempo umano, la sicurezza e l’alienazione vissuta minuto per minuto.
Storie operaie che si intrecciano, destini paralleli dai contorni precari.

Per i lettori del Secolo 21 il viaggio del giornalista Paolo Odello nel mondo della produzione industriale.
Buona lettura e alla prossima puntata.

Precario. Andrea Bodon.

Le sei e un quarto. Primo turno, reparto presse. Lunedì mattina. La settimana è appena cominciata. Senza uno sforzo supplementare di memoria è difficile credere che esistano veramente il sabato e la domenica.

Sono entrato da soli quindici minuti, un’eternità. Il ritmo della macchina già mi ronza nella testa, come se non me ne fossi mai staccato.
Tump, flop.Tump,flop.
Le cuffie calcate sulle orecchie per non sentirlo, per riuscire ancora a pensare.
Il ritmo della pressa però non ti molla, ti entra dentro. È proprio dentro di te che i suoni della fabbrica prendono corpo, esplodono togliendoti la parola, il pensiero.
Tump, flop.

Una piccola disattenzione, una sola, e la macchina ti ha già risucchiato.

Tump, flop.

A tradimento il ritmo s’insinua nei centri nervosi di un cervello sempre più stanco e ne assume il controllo. È allora che i suoni ti esplodono dentro senza più controllo.

Tump, flop. Tump, flop.

Sordo, implacabile, il tempo della fabbrica ti è entrato nel sangue. Ormai sei una cosa sola, non può essere diversamente, un tutt’uno con quell’ammasso di ferro e olio che pigia, schiaccia, stritola lastre e uomini.

Il ritmo è cosa sua. È la macchina che regola il gioco. Decide tempi e modi. L’ultima parola è la sua, sempre.

Tump, flop. Tump, flop.

“Vedrai com’è bello, lavorare con piacere in una fabbrica di sogno tutta luce e libertà. Vedrai com’è bello… “.

Ripescare nelle pieghe della memoria un briciolo di ironia. Sbatterlo in faccia alla fabbrica. Non affogare ritrovando un po’ di ossigeno nelle parole di una canzone.

Come continua? Dove sono finite le altre parole?

“Mi hanno detto a quindicianni di studiare elettrotecnica… un diploma sicuro un avvenire tranquillo”

Funziona. La fabbrica continua a pulsare, ma non la sento più.

Un video in bianco e nero senza sonoro. Un filmino in superotto senza quel fastidioso ronzio del proiettore.

La fabbrica pulsa, si muove, vive. In silenzio finalmente. Grazie Bertelli.

Dentro una lastra e fuori il convogliatore. Tump, flop. Il ritmo lo conosco, ma non lo sento. Quando riesco a riacchiappare i pensieri prima della fuga definitiva, lui rimane fuori.

Tump, flop.

La produzione è iniziata e io ci sono dentro. Fino al collo. Il cervello sono riuscito a tenerlo fuori, almeno oggi.

Chinarsi sul pallet delle lastre già tagliate ma ancora piatte. Sollevarne una. Tenerla saldamente fra i guanti scivolosi di olio e gettarla in bocca al mostro.

Un lavoro da fare in due. “Non per il peso, ma per l’ingombro” mi hanno detto il primo giorno.

Assicurarsi che sia in squadra. Poi un passo indietro prima di pigiare il pulsante del maglio. Insieme, io e il mio compagno. Doppia pulsantiera, un accorgimento per garantire sicurezza. Dicono.

Prima il “tump” secco e senza appello del maglio che costringe la lastra nelle forme proprie di un convogliatore poi, a seguire, il leggero “flop” del pezzo che sguiscia fuori dalle sagome ben oleate della pressa.

Tump. Flop… Tump. Flop… Tump Flop…Tump.Flop…

Il maglio si alza liberando la lamiera, poi si ferma a mezz’asta spalancando le fauci di una pressa mai sazia.

Inserire un’altra lastra, prego.

Le sei e venticinque, altri dieci minuti andati. È tempo di oliare le sagome.

Salvatore, il caporeparto, passeggia, osserva. A volte interviene

“C’è la produzione da fa’ e noi ci perdiamo in minchiate?”.

In fondo è un brav’uomo, un meridionale arrivato qui da lontano. Chissà da dove. Parla uno strano dialetto. Un misto incomprensibile di parole liguri e italiane rese omogenee da un accento arrotato, siciliano, forse.

Tempi e numeri della produzione li hanno stabiliti quelli degli uffici al primo piano, lui deve soltanto farli rispettare. Dentro una lastra e fuori un convogliatore e subito dentro una nuova lastra.

Tump, flop.

Per guadagnare tempo Maurizio non aspetta che il maglio termini la corsa a salire. Sono soltanto una manciata di secondi, ma se li sommi fanno la differenza a fine giornata. La quota di produzione è raggiunta, magari superata. Sulla sicurezza si può chiudere un occhio, meglio tutti e due se il lavoro ti serve. Maurizio ha un contratto a termine e spera nell’assunzione definitiva. Raggiungere e superare la quota di produzione stabilita per la pressa senza mai dire no sono soltanto necessari per avvicinarsi al traguardo. Maurizio è convinto di aver trovato il “canale giusto che senz’altro porta all’assunzione definitiva”, lo ripete spesso e non stacca mai.

Tump, flop. Fuori un convogliatore e dentro una lastra. Maurizio butta un occhio al counter della Gigant e sorride.

“Siamo in vantaggio di dieci pezzi sulla media oraria” dice. Afferra un’altra lastra continuando a sorridere. A denti stretti. La corsa continua e sono soltanto le sei e quarantacinque.

Tump, flop. Tump, flop. Il mucchio di lastre ancora da domare si assottiglia. La Gigant gira a pieno ritmo e Maurizio ride quasi contento.

“Forza che raggiungiamo la produzione, forse la superiamo”, Maurizio è entrato in sintonia con la Gigant. Il ritmo della fabbrica non ammette stecche: o rulli a tempo con la produzione o stai fuori dal coro.

La produzione, già la produzione.

Per gli uffici del primo piano sono solo numeri da sommare a fine settimana. Cifre senz’anima e senza storia messe nero su bianco sul rapporto di produzione che ogni operaio deve compilare con cura a fine turno. A piano terra quegli stessi numeri invece raccontano storie. Numeri sudati, unità per unità, da chi li ha scritti. Quattro movimenti per ogni convogliatore pronto per la catena di montaggio.

Distinti e cronologicamente precisi, ma sempre uguali, i ritmi della produzione sono questi.

Per Maurizio rappresentano altro: un passo in più sulla strada che lo dovrebbe portare fuori dal precariato. Che vada a farsi fottere anche la sicurezza se l’obiettivo è riacquistare la dignità che solo uno stipendio sicuro può darti.

Perché aspettare che il maglio finisca la corsa liberando definitivamente il convogliatore appena stampato? Pochi secondi rubati a ogni corsa e l’obiettivo si avvicina.

Al diavolo anche la sicurezza, qui ci giochiamo la vita per ottenere il diritto a viverla.

Le istruzioni ufficiali del capo raccontano altri tempi, altri ritmi.

“Per lavorare in completa sicurezza devi aspettare che il maglio sia fermo prima di estrarre il convogliatore dalla pressa. Quando è fermo, ma soltanto quando è fermo mi raccomando, devi prendere il pezzo e impilarlo con gli altri”. Il capo lo ripete spesso, soprattutto quando può contare sulla presenza di un pubblico numeroso. Deve farlo. Sono cose da spiegare soprattutto quando in giro ci sono testimoni pronti a giurare sul rispetto delle norme.

Stiamo parlando della sicurezza dell’ambiente di lavoro, mica palle. Circolari interne e cartelli affissi ovunque ricordano promesse non mantenute.

Sul mio contratto c’è scritto che “la Società Munters Euroemme spa provvederà a informarla sui rischi”. Il lavoro me lo hanno spiegato in due: caporeparto e compagno di lavoro.

Cinque minuti a testa per raccontarti il ritmo dell’alienazione.

Tump. Flop. Una pausa e poi di nuovo tump, flop. Tump, flop, pausa. Tump, flop, pausa.

Ufficialità e realtà della fabbrica: versioni sempre discordanti. Obiettivi di produzione e sicurezza non si frequentano, spesso neppure si parlano. I primi non ammettono ritardi, la seconda intralcia.

“In ottemperanza alle norme Enpi per l’installazione di colonnine sostenenti doppi comandi, si fa esplicito obbligo di fissare le stesse al pavimento ad una distanza di almeno metri uno dalla macchina (Dpr n547 del 27/4/1959)”. La norma, in bianco su fondo rosso, la leggo ogni volta che pigio i tasti dei comandi dopo aver messo il pezzo sullo stampo. Appoggiata alla macchina e senza ancoraggio, la colonnina portacomandi se ne frega della norma e aziona lo stesso il maglio della pressa.

Un secondo cartello, poco lontano ricorda l’obbligo di indossare scarpe antifortunistische e abbigliamento adeguato prima di avvicinarsi alle macchine. Ma la perentorietà delle norme sulla sicurezza si esaurisce nei cartelli.

Dopo una settimana sono riuscito ad entrare finalmente in possesso delle cuffie. Carlo si è licenziato giovedì e mi ha lasciato le sue, come ricordo. Per “scarpe antinfortunistiche e abbigliamento adeguato” c’è ancora da aspettare.

“Qualche giorno, giusto il tempo di ordinarle” hanno detto in magazzino.

Tre ore al primo caffè della mattinata, quello consentito dalla direzione. Dieci minuti di sosta in cui costringere caffè e sigaretta. Una pausa “concordata fra direzione e maestranze”. Concordata con chi se qui dentro non si può neppure parlare di rappresentanza sindacale? Sette ore alla sirena di fine turno, migliaia di secondi ovattati dalle cuffie che finalmente ho conquistato.

La produzione da fare. Tenere il ritmo di Maurizio, per non litigare. E più di mille lastre di metallo che ti guardano con aria di sfida aspettando di essere trasformate in altrettanti convogliatori dell’Em 50, “prodotto di punta di un’azienda specializzata nella produzione di impianti di ventilazione industriale”.

Un lavoro, e va bene. Uno qualsiasi che mi permetta di continuare a raccontare storie. Registrare esperienze e poi metterle su carta. Sono un giornalista, sul tesserino c’è scritto così. E allora cosa ci faccio qui? Al ritorno dal Kosovo c’era la voglia di raccontare altri fronti, guerre quotidiane e più nascoste.

La necessità di un lavoro e la curiosità verso un mondo sempre letto e mai vissuto mi hanno convinto. Viverla per raccontarla, come si dice. Il reparto presse però mi sembra troppo.

Davanti ho la Gigant. Una bestia di ferro e olio che appiattisce lamiere, le piega e poi le sputa trasformate in convogliatori.

Lotta contro il tempo. Di Andrea Bodon.

Tump, flop. Tump, flop. La pausa silenziosa l’abbiamo dimezzata, sacrificata alla produzione. Maurizio tira come un matto. Ha scoperto che siamo in vantaggio di venti pezzi sulla media e rulla come un dannato. Fatico a stargli dietro.

Il suo è un ritmo diverso. Fatto di rabbia, della voglia di urlare basta in faccia alla precarietà. Ha accettato il gioco e lo gioca senza ripensamenti.

“È un lavoro di merda, ma è l’unico che sono riuscito ad avere. Non posso perderlo, lo sai anche tu”.

Lui ha una moglie a casa che lo aspetta. Precaria anche lei, Gianna lavora come e quando può in una impresa di pulizie. Uffici, scrivanie e corridoi di grandi magazzini e centri commerciali. Orari che non combinano mai se vogliono arrivare a fine mese con ancora due soldi per le bollette.

Una passata di olio agli stampi. “Il pezzo deve sguisciare fuori senza sforzo e soprattutto senza abrasioni ai lati che poi sono casini a montarli” ha detto il capo. Noi eseguiamo solerti.

Maurizio meno. Obbedisce e spennella olio sulla piastra, sui bordi. Una pausa che subisce malvolentieri, controvoglia perché perde il ritmo. Io ne approfitto per accendere una sigaretta.

Operaio, metalmeccanico. Sono una tuta blu, la forza d’urto, lo zoccolo duro di una classe in via di estinzione. Me lo ripeto spesso. Un pensiero rimasticato con affetto, ma non posso far a meno di riderci su.

Intorno a me un caleidoscopio di colori: t-shirt e camice di mille fogge e tonalità. Gli operai dovrebbero indossare, tutti, la divisa aziendale: una polo blu con il logo in bianco e pantaloni in tinta. Lo afferma, imperativa e inutile, la circolare interna affissa in bacheca. Le divise tardano ad arrivare e così pure scarpe antinfortunistiche e cuffie.

“Un po’ di pazienza, dobbiamo ordinarle. Non si può mica avere un magazzino sempre fornito di ogni cosa” hanno spiegato al momento della riconsegna del modulo di richiesta. Un operaio un modulo, e per tutti le stesse necessità: scarpe e cuffie.

“Scarpe e cuffie sono urgenti”. Lo abbiamo ripetuto anche al caporeparto: “Per le divise si può chiudere un occhio, si può aspettare. Per il resto no”

Il magazziniere ha allargato le braccia. “Son cose che richiedono tempo. Ancora qualche giorno senza fretta” dice lui.

Maurizio non molla. Ha appena riposto olio e pennello e già preme per tornare in produzione.

“Muoviti, dai che perdiamo il vantaggio”.

Per lui è questione di vita o di morte. Vuole la conferma, ha deciso di accettare il ricatto e rulla come un disperato attorno alla Gigant. Lavoriamo insieme da una settimana, ma ci divide il contratto di assunzione. Non potremo mai essere veramente compagni di lavoro. Lui alle dirette dipendenze dell’azienda. Più precario e ricattabile di altri, la sua riconferma come operaio a tempo indeterminato dipende da troppi fattori e dalla parola di troppe persone. Per questo non può permettersi errori.

Io un interinale, elemento estraneo all’azienda. Sono qui in prestito, semplice manodopera in affitto. Oggi qui, domani là. La flessibilità come norma.

Teoricamente siamo uguali. Stessa definizione contrattuale e uguale il lavoro. Il mio contratto, firmato appena quindici giorni, fa parla chiaro: “operaio metalmeccanico di secondo livello. Ma c’è anche un’altra firma, quella che fa la differenza. È di Temporary, società di fornitura di lavoro temporaneo, sede a Milano e una delle tante filiali in Liguria, a Savona. Io dipendo da loro.

Hanno accettato la mia iscrizione e subito dopo mi hanno affittato alla Munters Euroemme.

Un questionario riempito senza barare troppo sulle risposte e dopo un sbrigativo colloquio ancora più sbrigativo con il mediatore Temporary. Cinque minuti spesi ad ascoltare la mia storia, almeno un quarto d’ora per farmi partecipe e spiegarmi i “perché dell’ottima scelta appena fatta”. “Un lavoro glielo troviamo, non si preoccupi. Ora è dei nostri”.

Al termine del panegirico, la firma del contratto arrivato dieci minuti prima via fax da Savona.

Poi ancora un colloquio con il rappresentante dell’azienda utilizzatrice. “Una pura formalità” mi hanno rassicurato alla Temporary.

Disponibilità di orario e di un mezzo proprio per raggiungere la fabbrica. All’azienda non interessava altro.

“Perché se uno ha voglia di lavorare…” La frase lasciata in sospeso sulla stretta di mano.

“Allora ci vediamo lunedì. Puntuale mi raccomando. Se ha dei dubbi non si faccia problemi, chieda pure”.

Ed eccomi diventato un operaio metalmeccanico a tempo, tuta blu ad interim con mansione di “addetto alla catena di montaggio”.

Prima in falegnameria. Una settimana a montare imballaggi di legno. Su incarico della filiale tedesca della Munters che però si appoggia, per lavori questo tipo, a quella italiana, ci sono da inscatolare i componenti di non si sa quale strano macchinario con destinazione ignota. Poi alle presse a confrontarmi con la Gigant, dove si stampa il “fiore all’occhiello della nostra produzione”.

Ore e ore alla macchina ti lasciano il tempo per pensare, ricordare. Libri, mai veramente capiti. Immagini, film visti anni prima. L’operaio-massa raccontato da Elio Petri, per esempio. Sono passati trent’anni, ma non alla Munters.

Quando la domanda supera l’offerta è il mercato a dettare le regole. Così anche il diritto più elementare diventa magnanima concessione e il lavoro un privilegio.

Tump, flop. Tump, flop. Tump, flop.

Maurizio si è messo un testa di recuperare i minuti spesi per oliare lo stampo. Tempo perso, da recuperare, secondo lui.

“Per recuperare tutto il tempo perso prima adesso dobbiamo dimezzare i tempi morti” urla.

“Tempi morti un cazzo. Piantala che ti scoppia il fegato e allora hanno vinto loro”

“I tempi morti ci sono, eccome se ci sono. Per esempio se tu facessi i passi più lunghi quando trasportiamo la lastra già stampata guadagneremmo almeno due ….”

“Piantala”

“Non ci credi? Ho fatto i conti. Quando ci fermiamo per il caffè te lo dimostro”  –

Tump, flop. Il rumore della Gigant che sbuffa al ritmo folle di Maurizio copre le ultime parole. Io le ho capite lo stesso.

Ogni giorno la stessa incontenibile ansia di certezze. Le stesse domande al caporeparto e negli uffici. “Cos’hanno deciso, mi confermate?”

Loro che alzano le spalle con fastidio: “Vedremo, non preoccuparti che a tempo debito ti terremo presente. Adesso torna a lavorare”. E lui che ritorna alla pressa scrollando il testone. La sigaretta penzoloni fra le labbra e gli occhi persi dietro un sogno che non riesce ad afferrare.

Stagionali e interinali tutti in corsa contro la precarietà.

“L’azienda, attualmente, occupa oltre un centinaio di addetti fra impiegati, operai a tempo indeterminato e stagionali”. Quando chiedi informazioni ti ripetono paragrafi su paragrafi delle  relazioni aziendali mandate a memoria non si sa perché.

La Munters – “compagnia globale” presente in ogni parte del mondo, dal Canada agli Stati Uniti, dalla Cina alla Corea, fino all’Europa – si presenta come “leader mondiale in umidity control, con prodotti e servizi per deumidificazione, umidificazione, air cooling e servizi di ripristino di danni causati dall’acqua”, fonte l’Annual report 2001 della holding. L’Euroemme, azienda imperiese specializzata in air cooling, ha acquisito il prefisso Munters dopo l’acquisto da parte del colosso svedese nel 1999.

“Con l’acquisizione della compagnia italiana Euroemme, Munters iniziò ad offrire sistemi di raffreddamento completi”, si legge a pagina 9 dello stesso Annual report.

Tump, flop. Tump, flop. La Gigant  sbuffa e pigia. Pigia e sbuffa contenta al ritmo che solo Maurizio può tenere.

Lui ha bisogno di questo lavoro. Gli altri in qualche modo ci campano.

E io? Io cosa ci faccio qui?

Un caffè! Ci vuole un  caffè e poi una sigaretta, da fumare con calma. Aspirandone boccata dopo boccata, senza la fretta di quando sei alla macchina.

Mi fermo e se devo litigare con Maurizio litigherò. Pazienza. Non posso andare fuori di testa anch’io per tenere il ritmo delle sue ansie.

Tump, flop. Ancora un tump e un flop poi mi fermo. Che a Maurizio piaccia o no.

Fermo di fronte al distributore automatico di caffè e cappuccini sono ben visibile dalle finestre degli uffici del primo piano.

Un bersaglio allo scoperto. Pronto per una lavata di capo da parte di Salvatore, il caporeparto che tra poco avviseranno via interfono. Alla finestra si affaccia uno dei padroni, mi guarda. Sono lontano, ci vedo poco ma lo riconosco.

Avrei dovuto, avrei potuto trovare rifugio in bagno. Come si faceva al liceo per svicolare la sorveglianza del preside e fumare tranquilli.

Mi fissa. Prende nota dell’ora, almeno così mi pare. Vista la distanza non posso esserne sicuro.

“Annota cosa ti pare, questa mattina non me ne frega niente” e finisco il caffè con una calma degna di migliori caffetterie.

Le ansie di Maurizio giocano a mio favore: la Gigant ha sfornato quasi quattrocento convogliatori, e non sono ancora le dieci.

“Siamo in vantaggio di una quarantina di pezzi sulla media, non è il caso di agitarsi”. Accendo ancora una sigaretta.

La prima boccata la sputo in direzione degli uffici. La testa bianca del padrone è ancora lì. Pronto allo scatto contro l’operaio indebitamente in pausa. La sua sagoma lunga e allampanata, scura nel rettangolo luminoso,  si appiattisce contro il vetro, per vedere meglio. “Perché non scendi in fabbrica? Perché non vieni tu a ordinarmi di tornare al lavoro citando circolari e norme stampate dai tuoi uffici?

“Vieni, ti aspetto. Ho giusto giusto un paio di cosette da chiederti. Anche quelle sono scritte nelle tue circolari, ma le hai dimenticate”.

“E dai, muoviti. Ti aspetto!”

Invece arriva Salvatore. Lo hanno chiamato dagli uffici: “Cosa ci fa quel tipo fermo dalla macchinetta del caffè. Guarda in su e fuma. Fai qualcosa. Subito!”

E lui si è mosso in fretta. Come sempre. Con gli uffici del primo piano non si discute, mai. È molto meglio non farlo. Salvatore lo sa. Vuole vivere tranquillo. Rispetta le regole, esegue gli ordini e china la testa. Come tutti: “E che minchia ci puoi fare, il coltello dalla parte del manico ce l’hanno loro”.

A testa china si avvicina anche questa volta. Il bastoncino di plastica del caffè a un angolo della bocca mi guarda.

“E che minchia! Non potevi aspettare dieci minuti?”

Penso al mio pane e frittata. Avvolto nella carta di alluminio mi aspetta in mensa. Fra tre ore potrò scartarlo. Due fette di pane e in mezzo la frittata. Avvolto stretto nel foglio di alluminio, ricordo di una cultura operaia ormai scomparsa. Lo cantavano anche gli Stormy six.

Trent’anni fa, quando ancora c’era il gusto dell’impegno. Di quel gusto è rimasto soltanto pane e frittata e io sono l’unico a mangiarlo. In mensa puoi riscaldare qualsiasi pietanza, basta rispettare la coda che ogni giorno si forma davanti al forno a microonde.

Mensa. Di Andrea Bodon.

Da mezzogiorno a l’una e mezza tutti in mensa. Un’ora per chi fa il turno spezzato, mezz’ora per chi invece è arrivato alle sei. I primi a mezzogiorno gli altri alla una. Turni diversi anche qui: fuori uno e dentro l’altro che la produzione non ne risenta. E allora aspettiamo che l’orologio batta la una per correre alla sala mensa.

Il nome evoca altro. Perlomeno una cucina grande coi pentoloni divisi a scomparti e qualcuno vestito di bianco e con il cappello alto. Magari grasso e con la Nazionale piantata fra le labbra. Che pretende di essere chiamato cuoco e proprio per questo firma un menu senza entusiasmo. Un foglio fotocopiato male che elenca un primo, milanese con contorno e una pera. Giusto per non deludere Patroni. Insomma un posto dove, a orari ben precisi, vai e mangi. Dove trovi qualcosa di caldo da mettere nello stomaco, e soprattutto cucinato sul posto.

Alla Munters Euroemme no. Qui si chiama mensa una stanza piastrellata di bianco, luminosa, questo sì, ma chiusa. Un posto dove gli odori ristagnano. Quello penetrante e acido della passata di pomodoro mescolato all’altro, più nostrano e familiare, del fagiolino accomodato con olio e tonno. Su tutto il profumo dell’aceto di vino rosso che si mescola a quello dell’olio mentre li si mescola, agitandoli prima dell’uso. “Non si può rinunciare al condiglione”.

Chi non è disposto alla rinuncia può contare sulle materie prime raccolte nell’orto sottocasa. Quello da accudire con cura nei momenti liberi perché “vuoi mettere quando nel piatto ci puoi mettere la tua di roba”. Allora dalle varie ciotole di plastica da mercato salta fuori di tutto. Posate, coltelli, bicchieri, ingredienti. Già divisi nella giusta proporzione. Il pomodoro, “un cuore di bue, mi raccomando”, un ciuffetto di valeriana e due cipollotti  freschi adagiati con cura sul fondo dell’insalatiera di plastica. Quella con il coperchio a pressione altrimenti “questo ben di dio si sparpaglia tutto dentro al sacchetto”. Una shoppingbag pubblicitaria del Conad nobilitata dalla necessità in sporta operaia da annodare stretta intorno alle varie stoviglie di plastica. Infatti alla sommità di quella strana piramide che ogni giorno si trascinano in mensa trovi sempre almeno due nodi. Stretti stretti per necessità, e per diffidenza.

Mentre si riscalda il secondo si affettano pomodori e si sminuzzano cipollotti poi, a operazione conclusa, fa la sua comparsa la boccettina dell’olio. Una bottiglietta da succo di frutta lavata e rilavata perché non avesse odori e tappata da un tappo di plastica zigrinata, di quelli da bar, a pressione. In sospensione al suo interno olio, aceto e sale ancora da emulsionare, come prescrivono i libri di cucina. Qui però non si emulsiona si agita fino a raggiungerne la giusta opacità schiumosa. Poi si stappa e si versa. È allora che l’aceto riesce a sovrastare tutto con il suo odore acre e penetrante. Spesso e persistente come soltanto quello fatto in casa può essere. Per gli altri, quelli che arrivano dalla costa, la mensa è soltanto un posto dove riscaldare la pasta cucinata la sera prima, a casa.

Un posto che a volte serve anche per discutere.

Nel giorno di paga, per esempio. In quel giorno preciso basta veramente poco per ottenere l’attenzione generale.

Una rapida occhiata allo statino e subito parte la domanda: “Tu quanto hai in busta?”.

Share
Questa voce è stata pubblicata in LAVORO e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


+ 7 = dieci

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>