Grande madre la CGIL:Intervista a Marco Roverano.

Marco Roverano

In questi giorni di dura lotta all’interno dei CPT/CIE del nord Italia, da Torino a Gradisca d’Isonzo passando per Milano, dove i reclusi reagiscono con disperazione agli accordi presi dagli Stati sulle loro teste per favorire i rimpatri di massa ( tanto cari al ministro Maroni e al suo elettorato), un passo indietro appare necessario, prima degli approfondimenti dei prossimi giorni, per valutare come e quando si sia prodotta questa situazione, e quanto nel mercato del lavoro poggino le basi di una precarietà dai connotati etnici coniugata alla vergognosa mancanza di diritti di cittadinanza: un mix che lentamente porta tutto il mondo del lavoro italiano a confrontarsi con il naufragio della propria dignità. Il Secolo 21 intervista Marco Roverano responsabile sino al 2000 dell’ufficio stranieri CGIL di Genova.

Di cosa si occupa l’ufficio stranieri della CGIL?

Si occupa dei diritti di cittadinanza dei lavoratori immigrati per i quali opera secondo politiche di tutela individuale e collettive. Il responsabile dell’ufficio è in coricongntatto con la questura, prefettura, dipartimento provinciale del lavoro e con l’assessorato regionale all’immigrazione e discute di come viene affrontata la questione dei permessi di soggiorno cercando ad esempio di far aumentare il tempo massimo di disoccupazione per adeguare la durata del permesso all’attuale momento economico. Si chiede la convocazione del consiglio territoriale per l’immigrazione, presieduto dal Prefetto, con al suo interno i sindacati ed i rappresentanti delle istituzioni locali: Comune, Provincia e Regione,l’ASL, l’INPS, INAIL, questura, DPL. Proveremo a convocarlo nuovamente nei prossimi giorni unitariamente alle altre sigle sindacali, dopo averci provato sei mesi fa con il vecchio prefetto.

Quali sono i numeri del vostro impegno?

Ogni anno fra ricongiungimenti familiari e rinnovo dei permessi di autorizzazione al soggiorno vengono sbrigate dall’ufficio immigrati della questura circa 25 mila pratiche. Qui a Genova, abbiamo l’anomalia rispetto alle altre città che circa il 60% delle pratiche viene gestito dalle associazioni, come CGIL ne gestiamo circa 6mila.

Dallo scorso giugno c’è stato un cambiamento nella procedura: i documenti vengono portati alle poste che entro 20 giorni fissano un appuntamento in questura per le impronte digitale e le foto. Dall’appuntamento la questura si impegna a rilasciare il permesso entro altri 20 giorni. Secondo i nostri calcoli in media il tempo per il rilascio di un permesso adesso è di 49 giorni.

Come può un sindacato di sinistra tollerare un differente trattamento dei suoi iscritti su base razziale?

Su questo aspetto la linea della CGIL è intransigente, se ci fosse mai un dirigente che affermasse la linea della differenza e della discriminazione sarebbe espulso dal sindacato. Noi pensiamo che i diritti debbano essere uguali, identici, compreso il voto amministrativo.

E per quel che riguarda il permesso a punti?

Non è tollerabile nemmeno il permesso a punti. Infatti il 17 ottobre scorso abbiamo indetto una manifestazione a Roma dove sono accorse 200 mila persone, sia italiani che stranieri, con oltre 500 associazioni presenti. Adesso stiamo organizzandoci per la campagna di autunno possibilmente con CISL e UIL. Per i giovani è maturata una condizione di cambiamento culturale, ed è un salto di qualità: è necessario che gli italiani tutti capiscano che manifestare per i diritti degli stranieri é come farlo per i propri.

Il lavorare immigrato che perde e non trova lavoro entro 6 mesi diventa un delinquente. Qual’ è il ruolo del sindacato da questo punto di vista e quali azioni sono state messe in campo sotto questo profilo?

C’è una tutela individuale: come sindacato parliamo con gli avvocati e si decide come e dove agire in ogni situazione. Proviamo cioè a studiare la miglior strada giuridica per tutelare il lavoratore, devo dire che però sino ad oggi a Genova una tale situazione non si è mai verificata anche per il buon senso dei funzionari della questura.

Cioè vuol dire che a fronte di un’irrazionalità legislativa ci mette una toppa di buonsenso il funzionario della questura?

Posso dire che esiste un andazzo informale di comportamenti di buon senso, che nessuno espliciterà mai, ma che fino a oggi a Genova abbia prevalso un atteggiamento delle autorità competenti di senso di responsabilità e buon senso.

Durante le ispezioni del DPL un lavoratore trovato in situazione irregolare costringe il datore di lavoro alla regolarizzazione, pena la sospensione dell’attività. Un lavoratore straniero in nero e con il permesso di soggiorno scaduto, non gode del medesimo trattamento, ma viene deferito all’autorità giudiziaria. Che ne pensa?

E’ un assoluta stupidaggine, un’ingiustizia. Tra l’altro c’è una proposta per far si che l’art. 18 dalla tratta di esseri umani, soprattutto per quel che riguarda la prostituzione, venga esteso anche al mondo del lavoro. Stiamo cercando di far passare l’autodenuncia contemporanea di datore e lavoratore in cambio della sanatoria delle conseguenze penali.

Immigrati e precari rappresentano una sfida per la CGIL o una zavorra?

Non facciamo distinzioni fra precari immigrati e precari italiani; nel caso degli immigrati rappresentano una sfida difficile perché non esiste per loro uguaglianza di diritti. Essere immigrato e precario adesso fa la differenza. E’ chiaro che chi sta pagando la crisi sono i precari e al loro interno in maniera ancor più pesante gli immigrati precari. Da questo punto di vista il caso di Rosarno è macroscopico e drammatico, ma anche le ditte in sub appalto , quindi a termine, che lavorano qui a Genova per FINCANTIERI ne rappresentano un aspetto emblematico.

Dopo l’accordo di Pomigliano non pensa sia doveroso coniugare le rivendicazioni dei primi e dei secondi per iniziare una nuova stagione di rivendicazioni sindacali?

La politica della CGIL è di tenere i lavoratori uniti, sennò si cade in contraddizione. E’ evidente che ci siano piattaforme ed azioni specifiche per queste categorie, però tentiamo sempre di imprimere alla lotta un carattere generale.

Perché nelle fabbriche c’è questa contrapposizione di vedute, che non sembrano uniformabili, fra lavoratori italiani e lavoratori stranieri? Perché è così difficile combattere per un miglioramento per tutti?

Dal 2001 ad oggi siamo passati da 2 milioni di immigrati a 5/6 milioni attuali e nessuno lo aveva previsto: nei posti di lavoro c’è razzismo anche dove il 90% degli iscritti sono della CGIL , l’ignoranza porta alla difesa dalla povertà che si trasforma in una guerra fra poveri certamente voluta.

E’ una realtà o una fesseria che i lavoratori stranieri  paghino le pensioni dei nostri anziani senza poterne usufruire nel caso ritornino al paese di origine?

E’vero che il contributo economico del lavoratore migrante sia determinante per i bilanci dell’INPS, lo 0.9% del PIL è un apporto notevolissimo. La sproporzione più che a livello di pensioni (in fondo è giusto che chi lavora integri i contributi del paese dove vive) è a livello di welfare: di cassa integrazione e di indennità di disoccupazione, ad esempio chi perde il lavoro oltre a perdere il permesso perde anche il diritto all’indennità di disoccupazione e la possibilità di cassa integrazione. Se non si stabilisce una piena e totale parità di diritti rispetto allo stato sociale e alla cittadinanza risulta evidente che nel ritorno fra quello che danno e ciò che ricevono gli immigrati vi sia una netta sproporzione.

La differenza è sociale: fra le classi benestanti, che comunque non soffriranno problemi nel caso lo stato smetta di offrire determinati servizi, potendoli richiedere a pagamento al privato e le classi sempre più impoverite dall’altro lato.

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