Italia in Etiopia, il neocolonialismo dell’energia.

Kwengu. Lower Omo valley in Ethiopia

L’Etiopia è un paese magico, tragicamente povero e profondamente spirituale, la cui storia recente scorre, come in tutte le periferie del mondo che conta, al ritmo indecente imposto dalle organizzazioni finanziarie mondiali, dagli Stati sovrani e dai protocolli ratificati per l’acquisizione di autorevolezza internazionale. Nel corso dei passati due secoli, tanti paesi in via di sviluppo sono stati infatti affrancati dal giogo militare/coloniale, per essere più comodamente addomesticati alle regole del mercato e alla dipendenza economica. Questo è il neocolonialismo. Neologismo esplicito di relazione asimmetrica. Le elite politiche locali commerciano ricchezze naturali, svendendole secondo i parametri della globalità: lo Stato è sovrano nel decidere come meglio proporsi sulla scena economica mondiale per attirare gli investimenti, i quali, nel lungo termine, dovrebbero poi automaticamente sviluppare la ricchezza del paese. L’Etiopia ha una popolazione di 71 milioni di persone. Il reddito annuo pro capite è di 145 dollari, passeranno anche sulle loro teste i benefici delle globalizzazione?

L’imprenditoria italiana sta investendo molto in questo paese, com’è naturale che sia del resto. L’Italia è legata all’Etiopia da un vincolo post coloniale e da un’affinità neo coloniale. In particolare la ditta romana Salini Costruttori, gruppo industriale privato specializzato nella costruzione di grandi opere con un volume d’affari consolidato nel 2008 di 737 milioni di euro e un portafoglio lavoro di 5,3 miliardi, ha avviato un processo di costruzione di un sistema di produzione di energia idroelettrica: dighe enormi ad alto impatto ambientale. Come tutti i territori delle periferie del mondo, questo lembo di terra del Corno d’Africa, abitato da un popolo di principi e regine, sembra infatti poter creare molte ricchezze, sia per gli investitori esteri che per lo stesso Governo etiope il quale stima di guadagnare ricavi proficui esportando l’energia prodotta, solo il 6% della popolazione è allacciato alla rete elettrica, e affittando a società straniere gli appezzamenti di terra ottenuti con la realizzazione delle dighe. Tre infatti sono queste dighe. Gilgel Gibe I, Gilgel Gibe II e Gilgel Gibe III, tutte insistenti nella zona sud del paese a ridosso del Kenya, nella valle del fiume Omo. Le prime due sono già state terminate, la terza è in via di costruzione.

Survival, il movimento per i popoli indigeni

Kwengu. Lower Omo valley in Ethiopia

Tornando all’Etiopia, l’intero bacino dell’Omo, dove verrà costruita anche la terza diga, ha un’importanza notevole dal punto di vista archeologico e geologico tanto da portare l’UNESCO nel 1980 ha inserirlo nell’elenco dei patrimoni dell’umanità. Quali saranno dunque le conseguenze della costruzione di questa diga?

Secondo Francesca Casella di SURVIVAL, associazione impegnata a livello globale per sostenere i popoli tribali attraverso campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica: “L’impatto è enorme. Non solo a causa della diga in sé e per sé, ma anche per tutta una serie di progetti correlati che la diga renderà possibili attraverso la regolazione della portata del fiume e l’interruzione delle piene artificiali. Per esempio, l’irrigazione. Il governo etiope ha già affittato immensi appezzamenti di terra della valle a imprese agricole straniere.
Tutto l’ecosistema e le pratiche tradizionali di sussistenza dei popoli indigeni dipendono dal ciclo naturale delle esondazioni del fiume Omo, che la diga interromperà. Salini ha annunciato la riproduzione di piene artificiali controllate ma i punti oscuri a riguardo sono enormi. In ogni caso, in tutta l’Africa non esiste un solo esempio di implementazione con successo di una tale tecnica e lo scetticismo prevale su tutti i punti.

Conclusione e sorpresa

Un ultimo dettaglio per chi pensa al mondo economico internazionale come a un intricato districo di attori legati da interessi comuni. Il presidente del Consiglio di Amministrazione di Salini Costruttori, l’ingegner Simonpietro Salini, compare nell’elenco dei presunti appartenenti alla Loggia P2 sequestrata nel 1981 a Licio Gelli. I legami quindi sono nella alte sfere dell’eversione massonica italiana che, tra l’altro di questi tempi, gode di rinnovato auge nella riuscita affermazione del piano gelliano di Rinascita democratica. Salini quindi è un interlocutore di alte e ben oleate conoscenze tanto da essersi recato, lo scorso 18 marzo, in udienza privata da Benedetto XVI insieme all’Unione Industriali di Roma a porgere i saluti dell’azienda.

L'imprenditore in udienza privata da Benedetto XVI.

Con il benestare del Vaticano il regno dei cieli e in terra, delle dighe, è perciò ben garantito. Ma questa è un’altra storia.

Per chi fosse interessato è possibile firmare una petizione contro il progetto da sottoporre al Governo etiope sul sito www.survival.it /popoli/valleomo

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9 risposte a Italia in Etiopia, il neocolonialismo dell’energia.

  1. Asghedom scrive:

    Per me questo articolo dice niente, certo l’Ethiopia e’ un paese povero, un paese che ha sofferto e soffre ancora.
    Non ha mai avuto un governo che riesce a dare un inizio di un programma di sviluppo ben preciso.
    Adesso solo adesso l’Ethiopia ha avuto un governo che ha un obbiettivo ben preciso.
    Un paese non si può sviluppare senza energia, e’ quindi la scelta è corretta. Per quanto riguarda il degrado ambentale e’ solo una malizia euro egiziana. Perché si parla di degrado ambientale guando i paesi del terzo mondo decidono di fare qualche cosa di utile per la loro gente?
    Agli stranieri la terra è stata data di utilizzarla, non è stata venduta e nessuno puo portarla a casa terra.
    Secondo, la terra e’ sempre dell’ Ethiopia, quindi non credo che ci sia un problema di questo.
    Penso che l’articolo, come il solito ha visto solo il male del governo ethiopico ma non le buone cose che ha fatte.

  2. Asghedom scrive:

    Per me questo articolo dice niente, certo l’Ethiopia e’ un paese povero, un paese che ha sofferto e soffre ancora.
    Non ha mai avuto un governo che riesce a dare un inizio di un programma di sviluppo ben preciso.
    Adesso solo adesso l’Ethiopia ha avuto un governo che ha un obbiettivo ben preciso.
    Un paese non si può sviluppare senza energia, e’ quindi la scelta è corretta. Per quanto riguarda il degrado ambentale e’ solo una malizia euro egiziana. Perché si parla di degrado ambientale guando i paesi del terzo mondo decidono di fare qualche cosa di utile per la loro gente?
    Agli stranieri la terra è stata data di utilizzarla, non è stata venduta e nessuno puo portarla a casa terra.
    Secondo, la terra e’ sempre dell’ Ethiopia, quindi non credo che ci sia un problema di questo.
    Penso che l’articolo, come il solito ha visto solo il male del governo ethiopico ma non le buone cose che ha fatte.

    • ilsecolo21 scrive:

      Buongiorno,
      ti ringrazio per avere dato la tua idea. E certamente per uno sguardo europeo non è facile dare una visuale organica di un paese africano, senza averci mai vissuto.
      Un paese non si può sviluppare senza energia, siamo d’accordo, però a costo di che sacrifici?
      Non penso che il degrado ambientale rappresenti solo una malizia euro egiziana, sarebbe da domandarlo direttamente ai popoli della valle dell’Omo, le conseguenze che la costruzione della terza diga Gilgel III porterà alla loro economia di sussistenza.
      Questo articolo ha come obbiettivo la critica di un sistema globale di fare affari che esulano dalle conseguenze prodotte su chi vive nelle realtà considerate a vario titolo produttive, le critiche al governo etiope sono secondarie a questa prima critica, anche se non nuoce ricordare che sempre si è colpevoli quando come governo non si sceglie diligentemente il miglior bene per il proprio popolo. E in una gara internazionale senza rispetto delle procedure di appalto la questione diventa molto dubbia. Le élite transnazionali, comunque, continuano i loro affari a prescindere da ogni critica.

  3. stefano scrive:

    @Asghedom
    Quello che ci preoccupa, nella costruzione di questi monumenti d’ingegneria, non è tanto il sacrosanto diritto dell’Etiopia di ricavare vantaggi dall’uso delle risorse del suo territorio, quanto il fatto che le progettazioni e il “giro dei soldi” siano spesso l’anello debole della catena. Troppi soldi spesi male, camuffando studi di impatto ambientale. In Europa si fa da sempre così, sarebbe utile che l’esperienza del passato sia usata per migliorare le cose. L’affare etiopico in questione è stato visto con disapprovazione da molte istituzioni mondiali, al punto che soldi dalla World Bank ne sono arrivati davvero pochi, proprio per l’aspetto poco chiaro di molti stadi del progetto. Il crollo del tunnel due settimane dopo l’inaugurazione è una cosa che può succedere, però quando succede in una costruzione così al centro di uno scandalo internazionale la cosa lascia doppiamente perplessi.
    Ci auguriamo che i soldi che anche l’Italia ha impegnato in questo lavoro siano, alla fine, spesi bene. Anche se, lo devo dire, nutro molte perplessità al riguardo.
    L’idroelettrico sta, ad esempio, mostrando i suoi limiti proprio in Venezuela, a causa dell’impoverimento di acqua nei fiumi. Possibile che invece in Etiopia ci sia controtendenza proprio su questo fattore così importante? Le nuove energie, ricavabili dal mare, dall’eolico, dal solare, in un paese che dovrà sì aumentare i propri consumi, anche civili, ma si spera con MOLTO maggior intelligenza che nel vecchio continente, saranno state prese in esame?
    Oggi la “tecnologia” italiana è molto indietro proprio su questa parte del mondo energetico: che la diga sia l’unica risposta che l’ingegneria italiana sappia offrire al tuo paese?

  4. stefano scrive:

    @Asghedom
    Quello che ci preoccupa, nella costruzione di questi monumenti d’ingegneria, non è tanto il sacrosanto diritto dell’Etiopia di ricavare vantaggi dall’uso delle risorse del suo territorio, quanto il fatto che le progettazioni e il “giro dei soldi” siano spesso l’anello debole della catena. Troppi soldi spesi male, camuffando studi di impatto ambientale. In Europa si fa da sempre così, sarebbe utile che l’esperienza del passato sia usata per migliorare le cose. L’affare etiopico in questione è stato visto con disapprovazione da molte istituzioni mondiali, al punto che soldi dalla World Bank ne sono arrivati davvero pochi, proprio per l’aspetto poco chiaro di molti stadi del progetto. Il crollo del tunnel due settimane dopo l’inaugurazione è una cosa che può succedere, però quando succede in una costruzione così al centro di uno scandalo internazionale la cosa lascia doppiamente perplessi.
    Ci auguriamo che i soldi che anche l’Italia ha impegnato in questo lavoro siano, alla fine, spesi bene. Anche se, lo devo dire, nutro molte perplessità al riguardo.
    L’idroelettrico sta, ad esempio, mostrando i suoi limiti proprio in Venezuela, a causa dell’impoverimento di acqua nei fiumi. Possibile che invece in Etiopia ci sia controtendenza proprio su questo fattore così importante? Le nuove energie, ricavabili dal mare, dall’eolico, dal solare, in un paese che dovrà sì aumentare i propri consumi, anche civili, ma si spera con MOLTO maggior intelligenza che nel vecchio continente, saranno state prese in esame?
    Oggi la “tecnologia” italiana è molto indietro proprio su questa parte del mondo energetico: che la diga sia l’unica risposta che l’ingegneria italiana sappia offrire al tuo paese?

  5. ilsecolo21 scrive:

    Buongiorno,
    ti ringrazio per avere dato la tua idea. E certamente per uno sguardo europeo non è facile dare una visuale organica di un paese africano, senza averci mai vissuto.
    Un paese non si può sviluppare senza energia, siamo d’accordo, però a costo di che sacrifici?
    Non penso che il degrado ambientale rappresenti solo una malizia euro egiziana, sarebbe da domandarlo direttamente ai popoli della valle dell’Omo, le conseguenze che la costruzione della terza diga Gilgel III porterà alla loro economia di sussistenza.
    Questo articolo ha come obbiettivo la critica di un sistema globale di fare affari che esulano dalle conseguenze prodotte su chi vive nelle realtà considerate a vario titolo produttive, le critiche al governo etiope sono secondarie a questa prima critica, anche se non nuoce ricordare che sempre si è colpevoli quando come governo non si sceglie diligentemente il miglior bene per il proprio popolo. E in una gara internazionale senza rispetto delle procedure di appalto la questione diventa molto dubbia. Le élite transnazionali, comunque, continuano i loro affari a prescindere da ogni critica.

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