VIOLENZE E LIBERISMO. Un impegno collettivo contro il neoautoritarismo. Di Salvatore Palidda

Il Tribunale di Genova ha condannato tutti gli imputati per il processo per l’assalto alla scuola Diaz. Vertici ed esecutori, a differenza della sentenza di primo grado che vedeva pagare sono gli esecutori e impuniti i dirigenti. Sono passati 9 anni da quella tragica notte, i ricordi di una violenza ingiustificata commessa da quelli che dovrebbero essere i tutori della legge si è solo affievolita con la condanna di ieri. La presa di posizione di Maroni che rinnova la fiducia nell’operato delle forze dell’ordine è una ferita scontata per chi è abituato a conoscere le mosse dello stato nel coprire, depistare e assolvere i propri funzionari anche quando, di rado, la magistratura afferma il contrario. Senza entrare nel merito delle condanne che saranno appellate in Cassazione e che non porteranno fino ad allora nessun funzionario interdetto dai pubblici uffici né tanto meno a pagare con la detenzione il proprio sconsiderato comportamento, Il Secolo 21 propone questa riflessione accorata, mutuata dal Manifesto, di Salvatore Palidda, professore universitario, studioso delle polizie post moderne, che contestualizza questa sentenza alla luce della violenza pervasiva che caratterizza le nostre, spesso inutilmente resistenti, esistenze.

Il palazzo di Giustizia di Genova

Un’analisi pur approssimativa della cronaca di questi ultimi dieci anni, tralasciando periodi precedenti, mostra senza equivoci che le violenze praticate da dirigenti e agenti delle polizie -nazionali, locali e private – si riproducono continuamente, con sempre maggiore frequenza e gravità. Per contrastare la “memoria corta” prodotta dal continuo bombardamento mediatico ricordiamo alcuni fatti salienti. Nel marzo 2001 a Napoli dopo le botte ai manifestanti che protestavano contro il Global Forum – ai quali è impedita ogni via di fuga – alcuni membri della PS si accaniscono in vere e proprie torture di no-global nella caserma Raniero, una sorta di Garage Olimpo. Nel luglio successivo al G8 di Genova le violenze poliziesche in piazza dilagano; Carlo Giuliani è ammazzato in una piazza dove a sparare sono diversi militari; vengono pestati a sangue persino minorenni, anziani e suore, seguono la distruzione della sede del Genoa Legal Forum e di radio Gap, poi la feroce mattanza alla scuola Diaz e le torture a Bolzaneto, l’Abu Ghraib italiana. Da anni Amnesty International, Antigone, l’osservatoriorepressione.org e altri ci raccontano dei pestaggi nelle carceri, per strada, nelle caserme, nei commissariati di PS, nelle stazioni di CC, nelle postazioni delle polizie locali, come pure in alcuni ospedali e infermerie; ricordiamoci di Bianzino, Aldovrandi, Bonsu, Cucchi sino a Gugliotta. A questa serie di atti di accanimento bestiale e sfacciatamente vigliacco, si affiancano ben altre violenze contro i manifestanti NO-TAV, NO-DalMolin, NO-discariche, No-ponte e quanti dimostrano in piazza a favore di lotte sindacali o per la casa.

Non si corre il rischio di fare un unico calderone. Al contrario, l’errore se non l’imbroglio politico più grave sta appunto nel nascondere il fatto che le pratiche violente e la tortura sono un continuum che lega i comportamenti ormai abituali di una parte del personale delle polizie a quelli di caporali, capiufficio, cittadini ‘zelanti’, giovinastri neo-fascisti o neo-nazisti (compresi certi ultrà foraggiati da alcuni dirigenti di club) e persino di qualche insegnante e operatore sociale convertito al compito di ausiliario dei rambisti delle polizie. Non si tratta di strani rigurgiti autoritari di un’effimera congiuntura. Purtroppo siamo di fronte all’esito prevedibile (ma ignorato anche grazie alla pervasività delle capacità distrattive del ‘discorso postmoderno’) del successo del dominio liberista.

Un dominio che non può e non vuole lasciare spazio a mediazioni e che deve imporre con la violenza le sue scelte: dalla iper-produttività per la massimizzazione ad oltranza dei profitti,Ca alla neo-schiavizzazione, che ovviamente ha la sua punta massima a Rosarno.

Si pensi a quello che ogni tanto si scopre a proposito della condizione delle donne, degli immigrati e anche di bambini nelle economie sommerse o semi-sommerse (call center, laboratori clandestini). Questo tipo di subalternità può essere imposta solo con la forza e non certo con il ‘patto sociale’ o il contratto di lavoro. È il livello microsociologico del frame della guerra che prevale sulla diplomazia, cioè sulla politica. È vero che oggi nelle polizie la componente liberista ubriaca di frenesia sicuritaria (o della tolleranza zero) sembra dominante e che i democratici sono isolati e spesso anche perseguitati. Ma questo è possibile perché lo stesso avviene nei diversi segmenti della società e nelle diverse istituzioni non deve stupire che la maggioranza degli omicidi avviene in ambito familiare o di vicinato: la violenza è la cifra della gestione liberista di tutte le componenti della società. E non è affatto un caso che l’abuso della discrezionalità insita in tutti i poteri si possa trasformare facilmente in discriminazione e libero arbitrio che immancabilmente si confonde con la corruzione. A quella dei potenti – sempre più frequentemente smascherata anche perché più diffusa in virtù della proliferazione del conflitto d’interesse – corrisponde la corruzione o la vera e propria delinquenza di agenti e dirigenti delle polizie che ha portato alla sequenza di arresti e condanne di operatori dell’antinarcotici e di altri servizi (il caso di Genova non è certo isolato).

Ma perché tanta impotenza di fronte alla protervia dei poteri brutali e corrotti? Hanno distrutto anche la capacità di reagire dei subalterni? In quali rappresentanze dovrebbero sperare le vittime delle continue violenze e torture? Possiamo onestamente escludere che tale assenza di rappresentanza non sia tra i fattori che spiegano il 40% di non votanti? Quanti sono i politici disposti a impegnarsi regolarmente alla costruzione di un vero e proprio monitoraggio di tutte le violenze dei poteri e nella mobilitazione contro queste pratiche? E quanti gli intellettuali, i giornalisti, gli avvocati, i magistrati, gli insegnanti e altri operatori sociali e delle forze di polizia? Tutti sanno che i casi svelati sono solo una piccola parte di quanto avviene e che chi riesce a renderli noti fa molta fatica e spesso rischia in prima persona perché i carnefici si sentono impunibili e le vittime assolutamente prive di qualsiasi protezione. Qualche fatto emblematico: i cosiddetti sondaggi di vittimizzazione che l’Istat realizza periodicamente non prevedono domande sulle violenze di membri delle polizie e di altri attori sociali forti. Peggio: il campione dei “sondati” (per telefono) è composto soltanto da persone che hanno il telefono fisso! Sono quindi escluse proprio tutte quelle persone che sono più suscettibili di subire violenze (rom, immigrati – soprattutto se irregolari – marginali e persino gli studenti fuorisede). E, ovviamente, mentre si producono a non finire dati falsi sulle statistiche della criminalità degli immigrati, non esiste alcuna statistica sui reati degli operatori delle polizie, che spesso la fanno franca o addirittura vengono premiati e promossi.

Un’altra perla del delirio sicuritario: in Italia si spende sempre più per i cosiddetti controlli “postmoderni” (video-sorveglianza, braccialetti anche per “rassicurare i turisti, i vecchietti, le donne” etc) senza mai valutarne “costi e benefici” e senza mai discuterne neanche nelle giunte (mentre in Canada e nello stesso Regno Unito alcune amministrazioni locali hanno cominciato a eliminare lo spreco di fondi pubblici per questi dispositivi ‘demagogici’ e redditizi solo per alcune note società). Invece, sebbene tutti si commuovano per i morti sul lavoro o sulle strade, non si fa quasi nulla contro gli incidenti sul lavoro (quasi un milione all’anno) che non a caso sono direttamente connessi alle economie sommerse e quindi alla produzione di malattie professionali, di merci e rifiuti tossici e di inquinamento.

Le polizie locali sono distratte dai loro compiti istituzionali per raddoppiare la persecuzione dei rom, degli immigrati e dei marginali e ciò si traduce nell’assenza di qualsiasi contrasto alla proliferazione delle economie sommerse e dei loro effetti collaterali prima citati.

Negli anni ’70 Camilla Cederna pubblicò (fra altri importanti saggi) Sparare a vista: come la polizia del regime DC mantiene l’ordine pubblico e un forte impegno collettivo contro le violenze riuscì a contrastare l’ascesa del neo-autoritarismo. Le pratiche violente dei poteri liberisti di oggi sono forse più gravi proprio perché sembrano annichilire le capacità di resistenza. Eppure la ricetta liberista mostra palesi segni di esaurimento e fallimenti a ripetizione. Per ora i soliti noti sembrano addirittura approfittare dello sfascio finanziario e della rovina di interi settori economici; allo stesso modo, i vati della tolleranza zero non demordono nonostante il fatto che i moderati stessi siano allarmati per la criminalizzazione diffusa dei giovani, non solo stranieri, per reati spesso solo presunti o ridicoli (come i graffiti o lo spinello). Ma gli operatori delle carceri e delle polizie dotati di un minimo di buon senso, a maggior ragione se di sensibilità democratica, si rendono conto che s’è “tirata troppo la corda”, che si rischia di “giocare col fuoco”, che chi crede di dominare con la violenza è destinato al peggio. È la stupidità che uccide. Ed è purtroppo possibile che l’attuale gestione violenta e corrotta rischi di trascinare la società intera verso una crisi drammatica. E saranno sempre i soliti a pagare i costi di questa catastrofe, cioè chi oggi resiste ma spera si possa riuscire a ridurre il danno.

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