Genova-Pavia andata e ritorno. Quando un sindaco si deve dimettere?

Torniamo un pò indietro nella cronaca cittadina. Stefano Francesca ex portavoce di Marta Vincenzi, indagato insieme ad altri esponenti del mondo politico genovese, per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e turbativa d’asta,  non rappresenta la città. Così si espresse Donna Marta quando in consiglio comunale non volle rassegnare le proprie dimissioni, perché troppo facili.  (Vedi articolo)

La Vincenzi e Francesca prima di Mensopoli ( Foto La Repubblica)

Una riflessione propone allora Il Secolo 21 ai suoi lettori, ma il sindaco di una città deve conoscere e poter garantire l’integrità dei suoi collaboratori? Com’è possibile che la Vincenzi abbia rimosso ogni responsaibilità, quando il suo portavoce, Stefano Francesca, venne arrestato?Il Secolo 21 ha contattato Giovanni Giovannetti, fotografo ed editore di Pavia, proprio perché a Pavia il prode Francesca ebbe un bel da fare come portavoce dell’allora sindaco Capitelli: oltre a curare l’ufficio stampa, venne incaricato di dirigere l’organizzazione del “Festival dei saperi”, attraverso un’azienda, la Wam& Com, della quale Francesca era l’unico referente. Conflitto di interessi? Questione morale?

La politica nostrana sembra non tergiversare troppo su  certe domande.

Il Secolo 21 invece le pone.

Stefano Francesca, il dimissionario portavoce del sindaco Vincenzi, ha avuto un’esperienza professionale presso la città di Pavia nel 2006 dove lavorava presso l’ufficio stampa del sindaco della città lombarda. In quel periodo l’azienda da lui diretta la Wam & com è stata incaricata dallo stesso sindaco dell’organizzazione del “Festival dei Saperi”. Questa attribuzione di competenze senza lo svolgimento di un bando di concorso ha destato critiche a Pavia? In che maniera è stata realizzata la gestione del Festival?

La prima edizione del Festival dei Saperi è stata una vera e propria truffa orchestrata da Francesca e dalla locale amministrazione per saldare i sospesi della campagna elettorale 2005 del sindaco Capitelli. Quel Festival ci è costato oltre 1.200.000 euro per cinque giorni di conferenze, una parte dei quali – diciamo 400mila – sono finiti o stavano per finire nelle tasche di alcune aziende d’area come la tipografia Nuova Ata di Genova o la Digis di Campochiaro in Abruzzo, che per Capitelli ha curato gratuitamente i sondaggi taroccati interni ai DS, sondaggi che l’hanno portata all’investitura e, subito dopo, per 36mila euro ha curato il disinformatissimo Call Centre del Festival. Francesca era la punta avanzata della banda del buco in bilancio, di quel sistema a scatole cinesi che vedeva la sua Wam&Co come terminale: il Comune elargiva i quattrini alla “Istituzione Pavia città internazionale dei Saperi” che a sua volta li inoltrava alla Wam di Francesca, il quale rendicontava le spese su sobri “pizzini” scritti sulla carta del formaggio e senza eccedere nelle informazioni: siamo ancora in attesa di sapere i nomi di molti “fornitori”.

Il denaro pubblico investito nella gestione e programmazione del Festival ha avuto il ritorno che si prevedeva, in termini di effettivi visitatori, pubblicità e riposizionamento della città?

Beh, qualcuno un ritorno l’ha avuto, ad esempio chi aveva crediti residui dopo la campagna elettorale del privato cittadino Piera Capitelli, debiti onorevolmente ripianati con il pubblico denaro del Festival. Quanto al riposizionamento, inutile negarlo, c’è stato: infatti Pavia è ora governata da una Giunta di centrodestra e di questo si sono occupati i giornali, che invece hanno ignorato il festival francescano, diretto da uno che se ne intendeva al punto da collocarlo pulito pulito nei giorni del celebratissimo e assai popolare Festivaletteratura di Mantova, città che dista da Pavia poco più di un’ora. È andata che il locale “Festival dei Saperi”se lo sono goduto i pavesi, ma non tutti: io, ad esempio, stavo a Mantova.

Che idea si è fatto del modus operandi della Wam & Co e delle sue credenziali?

Francesca era stato chiamato a fare l’addetto stampa e il portavoce del sindaco Capitelli. Peccato che non fosse iscritto all’albo dei giornalisti e peccato che si facesse chiamare dottore, lui che non era laureato. Laurea e iscrizione all’Ordine sono tra i requisiti necessari per svolgere quel ben remunerato incarico (80mila euro annuali).

Ce lo avevano presentato come l’uomo della provvidenza, una specie di re Mida della comunicazione e del marketing territoriale. Con quale pedigree? Quello che si era faticosamente ritagliato scrivendo di sport locale sulle pagine de “Il lavoro” o come responsabile ligure di “Zai.net”… Insomma, Capitelli era andata a scovare nella redazione di “Zai.net” le professionalità necessarie per dirigere un festival milionario.

Ma dal suo curriculum Francesca aveva omesso alcune informazioni che non sembrano secondarie: ad esempio, che era membro del direttivo provinciale genovese dei Democratici di sinistra e che per due volte era stato consigliere provinciale (entrato in campo dalla panchina in sostituzione dello scomparso Umberto Bianchi nel 1997 e, nel maggio 2009, al posto del dimissionario Andrea Lavarello). Altro che re Mida: quello era un tanto oscuro quanto inaspettatamente rampante funzionario di partito mandato a Pavia a far pratica, un imbonitore venuto a vendere le perline ai pavesi.

Parlando di trasparenza nell’amministrazione pubblica lei non considera sconveniente che il sindaco Vincenzi non considerasse questo modus operandi prima di scegliere il proprio portavoce?

Alla barzelletta che le avventure di Francesca non fossero note alla Vincenzi può crederci solo la sua mamma, e solo perché le vuole bene. Cacciato da Pavia, insieme al suo compagno di merende avvocato Casagrande Francesca è tornato a far danno a Genova, dove già lo ricordavano devastante protagonista delle peggiori disgrazie di Telecittà, che lo aveva avuto come amministratore delegato. Scampato e chissà perché alla Procura pavese (nonostante delibere manipolate, travasi di denaro, rendicontazioni lacunose, ecc.) nel maggio 2008 Francesca viene arrestato a Genova con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione ed alla turbativa d’asta. Dopo Tangentopoli ci è toccato assistere all’affermazione di una classe politica sempre più traffichina e autoreferenziale – ben simboleggiata dai Francesca – che ha eretto a suo modello gli imbonitori delle televendite.

Il terrorismo delle parole vuote, la «mutazione della classe dominante», come l’ha chiamata Pasolini, ha trovato spazio anche a sinistra. La sistematica irrisione delle norme, anche delle più elementari, è oggi moneta corrente in molte amministrazioni locali: scarti minimi, come il mancato rispetto delle regole, o sotterranei, come la compra del consenso dei media, sfilacciano il tessuto democratico fino a dargli progressivamente scacco. Coltivano l’interesse particolare, sono proni di fronte ai danarosi con mire speculative, ignorano le svolte epocali annunciate dall’arrivo dei nuovi migranti e inseguono gli umori della piazza. Siamo di fronte alla orwelliana mutazione di una classe dirigente in casta, una casta incapace di governare la vera complessità, quella che appena si intravede dietro la crisi dei ceti medi o dietro le masse umane e disperate in movimento da una parte all’altra del mondo o dietro la scarsa o nulla autonomia della politica dai poteri forti economico, finanziario e mafioso.

Il Tribunale di Genova

La Procura genovese continua le indagini sull’affaire Mensopoli e vedremo che piega assumeranno, se gli imputati saranno prosciolti dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e turbativa d’asta, una chicca per degli amministratori pubblici, o se si troveranno le basi per delle condanne che siano emblematiche e portatrici di monito per la classe politica locale, per i collegamenti poco chiari fra affari e partiti e perché ormai a Genova, la legalità sembra percorrere binari alternativi, quelli della gente comune, schiacciata alle proprie responsabilità, e quelli dei nostri Dogi e dei loro accoliti.

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