Genoa-Milan: Maroni ministro indegno.

Domani a Genova arrivano i milanisti e l’indignazione per un Ministro degli Interni, Roberto Maroni, inconciliabilmente estraneo, alla sensibilità civile e sportiva di chi da 15 anni, ricorda il giorno in cui Vincenzo Spagnolo venne ammazzato, ventenne, per mano di un diciottenne milanese, non può che accendersi di profonda rabbia.  Rabbia per una morale spesso e volentieri calata dall’alto e poi dimenticata nel momento di questa strumentale leggerezza: vietare la trasferta ai milanisti avrebbe dovuto essere un obbligo, morale per chiunque avesse la responsabilità di deciderlo, e di coerenza prima civile, e poi politica, da parte di un Ministro che ha fatto delle Repressione il suo mandato e della repressione e lotta al tifo organizzato, violento e non, un suo fiore all’occhiello, occhiello di un leghista che proclama di aver sempre la ricetta giusta per combattere i mali dei nostri tempi.

Adesso viene la domanda, perché non si è deciso di vietare come sarebbe stato non solo giusto, non solo doveroso, ma essenzialmente normale, al termine di un campionato nel quale le trasferte vietate sono state all’ordine del giorno, domenica dopo domenica, la trasferta dei rossoneri di domani?

La risposta più istantanea e solo una: se gli scontri ci saranno, saranno funzionali a stampa, Ministero degli Interni e forze dell’ordine, per rintuzzare, se viste le opposizioni concrete, ce ne fosse ancora bisogno, il discorso ufficiale sulla promozione della tessera del tifoso: estremo sdoganamento del nuovo calcio di Maroni, schedati, controllati e monitorati, tutti quelli che entrano in un campo di calcio.

A livello ufficiale si pensa a gran torto che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a fare la tessera del tifoso.

Ma qui casca l’asino.

C’è chi per principio non accetta questa novità perché non ritenendosi un violento non vuole essere soggetto a misure intrusive della propria libertà personale e per conseguenza vede sfumare la possibilità di poter vedere la popria squadra di calcio. In fondo se il calcio è ancora l’unico e sacrosanto divertimento popolare di questo paese, com’è possibile che sia più semplice entrare in Tribunale piuttosto che allo stadio?

La tessera del tifoso burocratizza la fede, istituzionalizza la passione sportiva e sospende quell’attimo magico e irrazionale di sfogo, in un sistema di regole ed obblighi finalizzati ad un controllo eccessivo e per nulla certo di ottenere la marginalizzazione dei violenti.

Il violento non fa la tessera, il non violento fa la tessera in poche parole.

Questo sillogismo svela immediatamente una retorica paternalista di un moralismo che però non perde tempo a dimenticare quanto Genoa-Milan possa essere una partita a rischio, per, nel caso dovessero, scoppiare tafferugli, andare ad aggiungere argomentazioni video alla giustificazione di questa linea di approccio, repressiva al mondo del calcio.

Le disposizioni dell’Osservatorio nazionale della manifestazioni sportive, per la partita di domani, dal 28 aprile al 5 maggio, vengono derubricate da alto rischio a semplice rischio e la possibilità di vietare la trasferta non viene considerata.

Il Comune ha fatto spostare all’AMIU tutti i cassonetti dalla Foce a Marassi, circa 800, per una spesa di 60 mila euro. Questo è il prezzo di una partita di calcio? 60 mila euro suddivisi fra tutti i cittadini genovesi, che essendo circa 600 mila diventano 10 centesimi ciascuno per garantire una città blindata senza oggetti che possano ostacolare l’operato delle forze dell’ordine. Ne vale davvero la pena?

Capita che le decisioni prese a livello nazionale abbiano conseguenze profonde nella percezione dell’inadeguatezza dei nostri rappresentanti istituzionali. Amaramente anche questa volta non si è persa occasione per dimostrare il contrario.

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