Parlare di carcere nel Belpaese. Di Fabrizio Dentini.

In Italia, la metà dei detenuti è in attesa di un processo.Foto di Sabrina Losso.

In Italia parlare di carcere e di sistema penitenziario significa  scomodare uno dei principali mostri sacri della società contemporanea, riconoscendo appunto, come mostri sacri, quelle istituzioni pubbliche che grazie alla loro funzione sono considerate dai più inevitabili, scontate e di conseguenza accettate passivamente.

Il carcere è dunque un solido pilastro sul quale si può contare e si conta in ogni evenienza, un meccanismo consolidato che garantisce la possibilità di rimozione di quei gruppi o strati sociali che di volta in volta non sono graditi alla maggioranza dei cittadini e alla loro legge emanata in nome del popolo sovrano.

Cosa sia in realtà il carcere questo resta però ignoto alla maggioranza del popolo, il quale, senza oltrepassare con lo sguardo le sue spesse mura, lo rimuove come un mal pensiero, come lo stesso carcere rimuove dal corpo sociale le giudicate mal persone.

Il caso Cucchi potrebbe forse riaprire un dibattito che manca da almeno un decennio.

Addentrandosi dunque, nella descrizione della popolazione carceraria e prescindendo dai delitti di sangue, delitti contro la sacralità della persona, si riscontra oggi in Italia, una carcerazione di quelli che sono i fenomeni che la società non riesce ad analizzare e comprendere, un mettere temporaneamente da parte chi per vari motivi non si integra al sistema, ne diviene spauracchio e motivo di tensione.

E il ciclo dei capri espiatori è sempre in movimento. Dal vecchio terrone del boom economico al clandestino extracomunitario dei giorni nostri.

Il carcere dunque è un’istituzione connaturata alla nostra vita quotidiana, è all’interno delle nostre città ed allo stesso tempo scisso da esse, mondo a parte, non luogo nel bel mezzo della brulicante vita quotidiana, la vita dell’alzarsi, del lavorare, del campare come meglio se ne ha la possibilità.

A ben vedere, esaminati gli studi condotti sul settore, il carcere non ha senso in questa società se non come luogo di rimozione dei problemi, delle contraddizioni che mettono in mora l’attuale sistema di vivere: chi non riesce a sostenere i ritmi lavorativi, o non riesce ad accaparrarsi il giusto gruzzolo per la fine del mese, o integra i miseri stipendi del dopo euro con attività compensative illegali, non ha diritto di turbare col proprio esempio chi vive per lavorare e soprattutto chi lavora per vivere. Niente deve distogliere l’attenzione dal lineare flusso della produzione e del consumo.

Il consumatore infastidito è un cattivo consumatore.

Diffidare allora da chi trova nel carcere una soluzione razionale, sono difficilmente difendibili tali posizioni  riconosciute ormai come ideologie scientifiche, il carcere non è giustificabile dal punto di vista della deterrenza perché in fondo chi non ha di che mangiare rischierà sempre (ed ha sempre rischiato) una punizione all’indigenza e nemmeno dal punto di vista della rieducazione, almeno due generazioni di scienziati sociali hanno infatti dimostrato con i numeri e con i fatti che non è possibile rieducare un individuo inserito all’interno di un’istituzione totale, un meccanismo perverso che fa dell’uomo un’ombra di se stesso, non futuro responsabile cittadino, ma bestia frustrata e umiliata in una cattività protrattasi al di fuori delle regole del popolo sovrano. E questo vuol dire essere detenuti oggi nel nostro paese: sovraffollamento, strutture fatiscenti ed anguste, carenza di personale, mancato rispetto della normativa di settore che vedrebbe nella pena un fine rieducativo, con più di 67 mila detenuti e circa 700 educatori su tutto il territorio italiano.

Se poi vi parlano di risocializzazione il sospiro trattiene in bocca il boccone amaro, siamo realistici, la nostra società in decadenza non è in grado di offrire posti di lavoro alle nuove generazioni di laureati sfornati ogni anno dal sistema accademico, figuriamoci come potrà inserire un ex detenuto, un ex carcerato in un mondo che diffida di lui, il marchio della galera resta poi indelebile sulla pelle e sino ad oggi non c’è legge che preveda sgravi fiscali che permetta ad un lavoratore con alle spalle un’esperienza di detenzione di reinmettersi a pieno titolo nel tessuto produttivo. Spesso la traiettoria del lavoro post carcere è un vicolo cieco, cooperative per lavori degradanti che non sfruttano le potenzialità ed i talenti personali dei lavoratori, stipendi che arrivano ai 400 euro, ghetti per lavoratori sottopagati cittadini di serie B in tutto e per tutto. Esuberi carne da cannone. Ecco tutto.

Foto di Sabrina Losso.

Dunque alla galera vera e propria quella fatta di sbarre e chiavistelli si affianca un altro tipo di galera, più infima, perché invisibile, più temibile perché non la si conosce, il percorso di reinserimento dell’ex detenuto/a è una corsa ad ostacoli che diviene drammatica perché espiata la propria pena non si ha alcun futuro almeno che non si disponga, e sono pochi, di una rete solidale di amicizia ed affetto che possa permettere di incanalare gli sforzi verso una direzione plausibile.

Parlare di carcere nel Belpaese significa allora parlare di sicurezza con cognizione di causa, fuori dalla logica dell’emergenza perenne e strumentale, parlare di carcere valutando i risultati delle politiche penitenziarie nel lungo termine, riflettere considerando punto per punto quali sono gli effetti che una detenzione espiata al di fuori della legge comporta sul futuro prossimo di un detenuto alla prima carcerazione, interrogarsi sulle conseguenze del disporre di poco e demotivato personale nella gestione di un ambito così cruciale della società.

Il carcere è il residuo di un mondo passato, grottesco nel suo essere sempre uguale a se stesso, privo della possibilità di riformarsi nelle sue strutture, meccanismi e procedure, nella pratica sempre ancorato all’idea della punizione fine a se stessa, dell’annientamento fisico, psicologico e della deprivazione sensoriale ed emotiva.  Quando la punizione, nonostante la velina democratica che declina e giustifica il proliferare delle galere, smetterà di essere puro strumento di vendetta del corpo sociale, per divenire strumento di auto riscatto, strumento attivo di cambiamento e potrà configurarsi non come un tempo vuoto, di distruzione in quattro angoli malsani a marcire, ma come un tempo pieno, di messa al lavoro, di produzione restituiva, che nello sbaglio scorge le motivazioni delle errore commesso e lo inquadra nella giusta cornice di riferimento, allora quando non ci saranno più detenuti, ma persone che con il lavoro socialmente utile riattiveranno il proprio diritto ad usufruire dei diritti di cittadinanza, allora la nostra società avrà fatto un passo, un piccolo passo nella strada in salita che conduce ad una società più giusta ed umana.

Articolo collegato:

Stefano Cucchi, Farid Aoufi e i secondini di Teramo.

La logica perversa del carcere.


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6 risposte a Parlare di carcere nel Belpaese. Di Fabrizio Dentini.

  1. Gianluca Toro scrive:

    Ho 38 anni sono di Pescara ed ho vissuto una vita difficile a causa della mia depressione bipolare con tutte le complicazioni che essa può comportare.
    Personalmente non ho avuto esperienze in carcere ma siccome scrivo sto elaborando degli articoli da pubblicare su questo tema e vorrei attivarmi anche nel volontariato.
    Sono d’accordo su molte delle cose che hai scritto dall’esclusione dai meccanismi partecipativi democratici dei “diversi” e sul fatto che si spendono pochi soldi sulla riabilitazione e male. Sto scoprendo ad esempio che nei carceri c’è bisogno di assistenza medica ma essa, visto il gran numero di reclusi, molto spesso è insufficiente e che fra di essi naturalmente vi è gran numero di persone che soffrono di disagio mentale.

    Ti riporto un mio commento su di un pezzo pubblicato sul Messagero Abruzzo della settimana scorsa scritto da un mio amico. Paolo ha descritto l’ “inderogabile” destino (sic!) di un giovane che al culmine del suo disagio viene fermato dai carabinieri, beccato mentre era alla guida del suo motorino senza assicurazione. Alle argomentazioni dei carabinieri egli ha risposto sbraitando etc.etc. ed è finito, per resistenza a Pubblico Ufficiale nel carcere di S. Donato di Pescara.

    Caro Paolo.
    L’articolo sul ragazzo con disagio mentale che infine è stato recluso a San Donato mette un dito nella piaga. Per quanto riguarda la mia esperienza sicuramente ho commesso molti e gravi errori che hanno inficiato una riabilitazione e nei migliori dei casi un inserimento lavorativo, però posso dire che da una parte l’esperienza che ho vissuto sul lavoro, anche se in molti casi si è rivelata disastrosa, mi ha fatto rendere conto dei miei errori (pagati con la sofferenza), ha instaurato un trend positivo, della serie da qualche parte si comincia. Aiutare un ragazzo come quello su cui hai scritto l’articolo oggi è molto difficile sì, ma è possibile tenendo conto però che i miglioramenti sono lentissimi, che bisogna avere fiducia nei dottori e che bisogna sapersi scegliere le persone giuste per farsi aiutare e che è possibile cadere e farsi male per l’ennesima volta. Forse il motivo principale che mi ha spinto a questa mia e la fine secondo me un pò amara del pezzo quando lo psichiatra parla di ricovero in casa famiglia quando non c’è più nulla da fare. Sì certo, quelle di Villa Pini per non menzionare altri istituti, funzionano? o andrebbero a degenerare irrimediabilmente la salute mentale di un ragazzo che sembra ancora a mezza strada tra la società e gli esclusi? Non dico che le case famiglia siano da evitare in tutti i casi ma non deve suonare come una sconfitta. Per poter accettare la propria malattia l’unica soluzione e la massima cocciutaggine nel voler guarire anche quando questo non sembra possibile.
    a presto
    Gianluca

    • ilsecolo21 scrive:

      Buongiorno Gianluca,
      grazie per essere intervenuto. Se ti stai avvicinando al mondo del carcere troverai un’umanità dimenticata e storie assurde di ordinaria ingiustizia. Un viaggio nei carceri ti farà vedere un lato di questa società molto poco pubblicizzato a parte gli stereotipi. In carcere vi è un gran numero di persone che soffrono di disagio mentale e il tutto è aggravato dalle condizioni oggettive attuali, il sovraffollamento nuoce direttamente sulla psiche di tutti, detenuti sani e non e guardie in primis. Considera che da anni c’è una legge che prevede il passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale, ma tutto è rimasto sempre e solo sulla carta da un decennio ormai. L’articolo che mi segnali è interessante perché sottolinea quanto poco ci vuole per andare a finire in carcere, da quel momento è facile che abbia inizio un vorticoso mulinello verso il fondo, è davvero difficile non venire risucchiati. Soprattutto se sei solo. Carceri e istituzioni manicomiali hanno questo in comune sono istituzioni totali, luoghi dove l’uomo diventa l’ombra di se stesso per la natura stessa dell’istituzione e proporzionalmente a quanto tempo vi resta. L’unica soluzione è la società con le sue risposte, purtroppo per adesso manca completamente una volontà che da dei risultati nel lungo termine, ma ti fa passare da buonista nel breve. E i nostri attuali governanti forcaioli con la delinquenza spicciola e garantisti per i reati finanziari non hanno interesse a sviluppare un approccio più orientato al sociale, preferiscono mettere l’accento solo ed esclusivamente sul penale. Si accorgeranno che questa via non paga.

  2. Gianluca Toro scrive:

    Ho 38 anni sono di Pescara ed ho vissuto una vita difficile a causa della mia depressione bipolare con tutte le complicazioni che essa può comportare.
    Personalmente non ho avuto esperienze in carcere ma siccome scrivo sto elaborando degli articoli da pubblicare su questo tema e vorrei attivarmi anche nel volontariato.
    Sono d’accordo su molte delle cose che hai scritto dall’esclusione dai meccanismi partecipativi democratici dei “diversi” e sul fatto che si spendono pochi soldi sulla riabilitazione e male. Sto scoprendo ad esempio che nei carceri c’è bisogno di assistenza medica ma essa, visto il gran numero di reclusi, molto spesso è insufficiente e che fra di essi naturalmente vi è gran numero di persone che soffrono di disagio mentale.

    Ti riporto un mio commento su di un pezzo pubblicato sul Messagero Abruzzo della settimana scorsa scritto da un mio amico. Paolo ha descritto l’ “inderogabile” destino (sic!) di un giovane che al culmine del suo disagio viene fermato dai carabinieri, beccato mentre era alla guida del suo motorino senza assicurazione. Alle argomentazioni dei carabinieri egli ha risposto sbraitando etc.etc. ed è finito, per resistenza a Pubblico Ufficiale nel carcere di S. Donato di Pescara.

    Caro Paolo.
    L’articolo sul ragazzo con disagio mentale che infine è stato recluso a San Donato mette un dito nella piaga. Per quanto riguarda la mia esperienza sicuramente ho commesso molti e gravi errori che hanno inficiato una riabilitazione e nei migliori dei casi un inserimento lavorativo, però posso dire che da una parte l’esperienza che ho vissuto sul lavoro, anche se in molti casi si è rivelata disastrosa, mi ha fatto rendere conto dei miei errori (pagati con la sofferenza), ha instaurato un trend positivo, della serie da qualche parte si comincia. Aiutare un ragazzo come quello su cui hai scritto l’articolo oggi è molto difficile sì, ma è possibile tenendo conto però che i miglioramenti sono lentissimi, che bisogna avere fiducia nei dottori e che bisogna sapersi scegliere le persone giuste per farsi aiutare e che è possibile cadere e farsi male per l’ennesima volta. Forse il motivo principale che mi ha spinto a questa mia e la fine secondo me un pò amara del pezzo quando lo psichiatra parla di ricovero in casa famiglia quando non c’è più nulla da fare. Sì certo, quelle di Villa Pini per non menzionare altri istituti, funzionano? o andrebbero a degenerare irrimediabilmente la salute mentale di un ragazzo che sembra ancora a mezza strada tra la società e gli esclusi? Non dico che le case famiglia siano da evitare in tutti i casi ma non deve suonare come una sconfitta. Per poter accettare la propria malattia l’unica soluzione e la massima cocciutaggine nel voler guarire anche quando questo non sembra possibile.
    a presto
    Gianluca

    • ilsecolo21 scrive:

      Buongiorno Gianluca,
      grazie per essere intervenuto. Se ti stai avvicinando al mondo del carcere troverai un’umanità dimenticata e storie assurde di ordinaria ingiustizia. Un viaggio nei carceri ti farà vedere un lato di questa società molto poco pubblicizzato a parte gli stereotipi. In carcere vi è un gran numero di persone che soffrono di disagio mentale e il tutto è aggravato dalle condizioni oggettive attuali, il sovraffollamento nuoce direttamente sulla psiche di tutti, detenuti sani e non e guardie in primis. Considera che da anni c’è una legge che prevede il passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale, ma tutto è rimasto sempre e solo sulla carta da un decennio ormai. L’articolo che mi segnali è interessante perché sottolinea quanto poco ci vuole per andare a finire in carcere, da quel momento è facile che abbia inizio un vorticoso mulinello verso il fondo, è davvero difficile non venire risucchiati. Soprattutto se sei solo. Carceri e istituzioni manicomiali hanno questo in comune sono istituzioni totali, luoghi dove l’uomo diventa l’ombra di se stesso per la natura stessa dell’istituzione e proporzionalmente a quanto tempo vi resta. L’unica soluzione è la società con le sue risposte, purtroppo per adesso manca completamente una volontà che da dei risultati nel lungo termine, ma ti fa passare da buonista nel breve. E i nostri attuali governanti forcaioli con la delinquenza spicciola e garantisti per i reati finanziari non hanno interesse a sviluppare un approccio più orientato al sociale, preferiscono mettere l’accento solo ed esclusivamente sul penale. Si accorgeranno che questa via non paga.

  3. Gianluca Toro scrive:

    Ho 38 anni sono di Pescara ed ho vissuto una vita difficile a causa della mia depressione bipolare con tutte le complicazioni che essa può comportare.
    Personalmente non ho avuto esperienze in carcere ma siccome scrivo sto elaborando degli articoli da pubblicare su questo tema e vorrei attivarmi anche nel volontariato.
    Sono d’accordo su molte delle cose che hai scritto dall’esclusione dai meccanismi partecipativi democratici dei “diversi” e sul fatto che si spendono pochi soldi sulla riabilitazione e male. Sto scoprendo ad esempio che nei carceri c’è bisogno di assistenza medica ma essa, visto il gran numero di reclusi, molto spesso è insufficiente e che fra di essi naturalmente vi è gran numero di persone che soffrono di disagio mentale.

    Ti riporto un mio commento su di un pezzo pubblicato sul Messagero Abruzzo della settimana scorsa scritto da un mio amico. Paolo ha descritto l’ “inderogabile” destino (sic!) di un giovane che al culmine del suo disagio viene fermato dai carabinieri, beccato mentre era alla guida del suo motorino senza assicurazione. Alle argomentazioni dei carabinieri egli ha risposto sbraitando etc.etc. ed è finito, per resistenza a Pubblico Ufficiale nel carcere di S. Donato di Pescara.

    Caro Paolo.
    L’articolo sul ragazzo con disagio mentale che infine è stato recluso a San Donato mette un dito nella piaga. Per quanto riguarda la mia esperienza sicuramente ho commesso molti e gravi errori che hanno inficiato una riabilitazione e nei migliori dei casi un inserimento lavorativo, però posso dire che da una parte l’esperienza che ho vissuto sul lavoro, anche se in molti casi si è rivelata disastrosa, mi ha fatto rendere conto dei miei errori (pagati con la sofferenza), ha instaurato un trend positivo, della serie da qualche parte si comincia. Aiutare un ragazzo come quello su cui hai scritto l’articolo oggi è molto difficile sì, ma è possibile tenendo conto però che i miglioramenti sono lentissimi, che bisogna avere fiducia nei dottori e che bisogna sapersi scegliere le persone giuste per farsi aiutare e che è possibile cadere e farsi male per l’ennesima volta. Forse il motivo principale che mi ha spinto a questa mia e la fine secondo me un pò amara del pezzo quando lo psichiatra parla di ricovero in casa famiglia quando non c’è più nulla da fare. Sì certo, quelle di Villa Pini per non menzionare altri istituti, funzionano? o andrebbero a degenerare irrimediabilmente la salute mentale di un ragazzo che sembra ancora a mezza strada tra la società e gli esclusi? Non dico che le case famiglia siano da evitare in tutti i casi ma non deve suonare come una sconfitta. Per poter accettare la propria malattia l’unica soluzione e la massima cocciutaggine nel voler guarire anche quando questo non sembra possibile.
    a presto
    Gianluca

    • ilsecolo21 scrive:

      Buongiorno Gianluca,
      grazie per essere intervenuto. Se ti stai avvicinando al mondo del carcere troverai un’umanità dimenticata e storie assurde di ordinaria ingiustizia. Un viaggio nei carceri ti farà vedere un lato di questa società molto poco pubblicizzato a parte gli stereotipi. In carcere vi è un gran numero di persone che soffrono di disagio mentale e il tutto è aggravato dalle condizioni oggettive attuali, il sovraffollamento nuoce direttamente sulla psiche di tutti, detenuti sani e non e guardie in primis. Considera che da anni c’è una legge che prevede il passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale, ma tutto è rimasto sempre e solo sulla carta da un decennio ormai. L’articolo che mi segnali è interessante perché sottolinea quanto poco ci vuole per andare a finire in carcere, da quel momento è facile che abbia inizio un vorticoso mulinello verso il fondo, è davvero difficile non venire risucchiati. Soprattutto se sei solo. Carceri e istituzioni manicomiali hanno questo in comune sono istituzioni totali, luoghi dove l’uomo diventa l’ombra di se stesso per la natura stessa dell’istituzione e proporzionalmente a quanto tempo vi resta. L’unica soluzione è la società con le sue risposte, purtroppo per adesso manca completamente una volontà che da dei risultati nel lungo termine, ma ti fa passare da buonista nel breve. E i nostri attuali governanti forcaioli con la delinquenza spicciola e garantisti per i reati finanziari non hanno interesse a sviluppare un approccio più orientato al sociale, preferiscono mettere l’accento solo ed esclusivamente sul penale. Si accorgeranno che questa via non paga.

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