Che succede nei Centri di identificazione ed espulsione?

In questo articolo Il Secolo 21 affronta il problema, rimosso dal dibattito pubblico, dei CIE: Centri di Identificazione ed Espulsione. Cosa succede realmente all’interno di queste galere per stranieri? Quali sono le condizioni di vita? Chi sono le persone lì confinate e quali le loro storie?

Lo chiediamo a Simone Ragno dell’Ufficio Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Lazio pochi giorni dopo la rivolta che ha funestato il perimetro del CIE di Ponte Galeria di Roma.

Il CIE di Ponte Galeria a Roma

In che situazione sono i detenuti del CIE di Ponte Galeria?

Innanzitutto vorrei precisare che la permanenza nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria non è dovuta a condanne penali e di conseguenza è formalmente inappropriato l’appellativo “detenuti”: gli stranieri presenti vengono definiti “ospiti”, trattenuti presso la struttura in virtù di un provvedimento amministrativo di espulsione emesso dal Prefetto competente e convalidato dal Giudice di Pace entro 48 ore.

Allora riformulo, in che condizione sono gli stranieri ospiti (come mascherare la realtà con le parole) del CIE di Ponte Galeria?

La situazione è assai peggiorata dopo l’entrata in vigore del Pacchetto Sicurezza nell’agosto 2009 dove la durata di trattenimento massima è aumentata da 2 a 6 mesi. Non vi è nessuna attività ricreativa, e per questo le ore del giorno non passano mai. La struttura è controllata all’esterno dalla Polizia di Stato, che si avvale anche dell’ausilio di altre forze dell’ordine (carabinieri, esercito, guardia di finanza): la vita quotidiana degli ospiti è gestita dalla COOP AUXILIUM, che dal 1 marzo 2010 ha sostituito la gestione decennale della Croce Rossa Italiana.

Quali sono i principali problemi?

La possibilità di trattenimento fino a 6 mesi degli ospiti, con violenti risvolti sul comportamento delle persone. La mancanza di collaborazione dei Consolati delle persone trattenute, fondamentali per la procedura di identificazione, che non rispondono o lo fanno con estrema lentezza. Il sistema sanitario del Centro, che garantisce un’assistenza di base, non dispone ancora di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento delle malattie infettive; poi le condizioni igieniche, che nonostante gli sforzi del nuovo Gestore, appaiono abbastanza precarie. Infine i continui episodi di autolesionismo, finalizzati al veloce rimpatrio, al ricovero in ospedale o al rilascio per motivi di salute.

Come nelle carceri esistono problemi di sovraffollamento? Quante sono le persone presenti e quanti i posti disponibili?

La situazione del CIE di Ponte Galeria, rispetto alle altre strutture analoghe  dislocate nel resto dell’Italia, è migliore sotto il punto di vista dell’affollamento. Di fronte ad una capienza massima di 364 posti, il dato aggiornato al 31 marzo 2010 è di 268 persone tra uomini e donne. Il dato, tuttavia, è suscettibile di continue variazioni.

Come vivono personalmente i detenuti dei CIE la loro condanna?

Per rispondere a questa domanda, devo necessariamente fare delle distinzioni: chi proviene direttamente dal carcere, interpreta il trattenimento al CIE come un ingiusto allungamento della pena già scontata; chi non ha avuto nessun precedente penale, non ritiene giusto questo fermo amministrativo, giustificato dalla mancanza di documenti di soggiorno. Poi c’è chi proviene dai campi nomadi, con alle spalle numerosi precedenti ma anche decenni di permanenza mai regolarizzata sul territorio nazionale, dove sono nati e cresciuti i figli: i rom, ad esempio, difficilmente potranno essere identificati, in quanto nati qui o con tanti anni di permanenza in Italia. Infine c’è anche chi proviene dal mondo della prostituzione e dello sfruttamento (soprattutto nigeriane), che nella vita hanno già subito abbastanza.

Quali sono le conseguenze a livello psicologico di essere incarcerati perché clandestini? Cosa implica per le aspettative future degli immigrati il finire in carcere perché senza documenti?

Sul piano psicologico, molte volte l’uguaglianza clandestino-carcere comporta la volontà dello straniero di lasciare il territorio italiano. La paura più grande per un detenuto irregolare è quella di finire in un CIE, come molte volte i miei operatori affermano. Insomma, gli extracomunitari preferiscono il carcere al CIE: ed è tutto dire.

Gli stranieri all’interno dei CIE percepiscono se stessi come criminali?

La maggior parte degli ospiti percepisce come “ingiusto” il trattenimento al CIE, sia che provengano dal carcere che dalla strada. Insomma, eccetto un’esigua minoranza,  la quasi totalità non si ritiene criminale.

Peggio dei detenuti stanno e percepiscono se stesse queste persone. E se le impunità all’interno delle galere per gli abusi ed i pestaggi è appurata, non è certo facile figurarsi cosa non avvenga all’interno di questi luoghi che non dispongono nemmeno dello status giuridico di un carcere. Tentativi di stupro, violenze e sopprusi. Un’altra istituzione totale creata ad hoc e fuori controllo: tanto un’ex prostituta che subisce il tentativo di stupro da parte di un agente delle forze dell’ordine, che in teoria dovrebbe preservarla dai veri sfruttatori, non solleva certo l’indignazione pubblica.

E chi sono i veri aguzzini adesso? Chi sfrutta per lavoro, chi dovrebbe proteggere e tenta di stuprare abusando del proprio potere o tutti quelli che rimangono in silenzio?

Se un detenuto almeno può vantare di risiedere forzatamente in una struttura disumana, ma comunque regolamentata da una legge, anche se spesso evasa, (vedi Pianeta Carcere, quando lo Stato evade le regole) lo straniero sa che nei CIE nessuna legge provvederà neanche sulla carta alla salvaguardia di un’integrità psicofisica alla quale nè i legislatori di destra né quelli di sinistra hanno dato rilevanza. In galera per essere e non per avere commesso un reato, chiamati pure ospiti, per fuorviare, la clandestinità si configura come un grimaldello pericoloso attorno al quale si possono svalutare i diritti civili di tutti, perché l’anello debole del sistema è quello sul quale si poggia per invalidare le tutele di tutta quell’opinione pubblica che oggi chiede misure sempre più repressive, sino a quando realizzerà di essersi creata da sola il fosso dove i diritti non contano più, per nessuno. Proprio mentre le rivendicazioni antirazziste, dell’uguaglianza fra tutti gli essere umani, vengono etichettate come radicali e sovversive sorprende accorgersi che il buon senso e la solidarietà, oggi più che mai, sono considerati dall’alto nocivi e terribilmente pericolosi.

per approfondimenti vedi:

Noi non siamo complici Donne contro i CIE

Macerie con interessanti approfondimenti audio

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