“Se l’è cercata e poteva restare a casa sua” Di Damiano De Gregori

Federico Aldrovandi, 18 anni, ucciso a Ferrara il 25/9/2005 alle 6 del mattino

Nei nuovi locali della Comunità di San Benedetto al Porto di fronte agli imbarchi dei traghetti di linea, venedì 19, si sono ritrovate alcune – ancora poche – persone, per ascoltare la storia di Federico Aldrovandi raccontata dal papà Lino, e quella di Manuel Eliantonio, raccontata dalla mamma Maria.

Si tratta di due storie molto note alle persone sensibili al tema della violenza poliziesca, molto meno a quell’italiano medio il quale, convinto che la brutalità delle forze dell’ordine riguardi solo i “delinquenti”, continua a cantilenare la solita lagna del “Se l’è cercata” e del “Se fosse stato a casa sua non gli sarebbe successo”, vera e propria complicità morale e piattaforma di consenso per quelli che, a conti fatti, non sono altro che assassini.

Manuel Eliantonio, deceduto il 25.07.2008, a 22 anni nel carcere di Marassi

Manuel e Federico erano due ragazzi – due ragazzini – incappati nelle maglie della giustizia. E, neanche troppo anacronisticamente, ne sono usciti morti. Uccisi. Probabilmente di botte. Massacrati da poliziotti.

Venerdì sera c’era anche Checchino Antonini, il giornalista che lo scorso febbraio è stato condannato ad otto mesi di carcere per un articolo del 2005 di critica sulla serie di promozioni che, dopo il G8 genovese, hanno riguardato molti alti funzionari delle forze di polizia. Con Alessio Spataro alle matite, è anche l’autore di un fumetto sulla vicenda Aldrovandi, dal titolo “ Zona del silenzio”.

Marcello Lonzi

Uno dei primi pensieri di Antonini è andato alla seconda archiviazione, del giorno precedente, da parte del pm livornese Giaconi del caso Lonzi, il giovane dichiarato morto per arresto cardiaco, nel 2003 nel carcere Le Sughere, ma trovato in un bagno di sangue difficilmente compatibile con quanto sostenuto dall’amministrazione penitenziaria e già precedentemente confermato in sede processuale dalla magistratura, nel luglio 2004. Ci si è chiesto allora a cosa serva mobilitarsi quando il risultato è tanto scoraggiante.

Antonini ha dettagliatamente illustrato quel “meccanismo apparentemente tecnico” per cui “gran parte dei giornalisti dipende dalla fonte, cioè dai poteri”, bloccando in questo modo il ruolo critico della stampa e dei mezzi di informazione.

La sua domanda risuonerà probabilmente a lungo nelle teste dei presenti: “Cosa si deve fare perché un genitore non sia costretto a rivivere centinaia di volte la morte del proprio figlio” scontrandosi con il silenzio dei media ed il disinteresse delle persone?” Ha risposto Haidi Giuliani, ripetendo quanto va sostenendo dai giorni del G8 del 2001. E’ nostra la responsabilità, sta a noi la mossa, “affinché non vengano uccisi in questo modo altri figli”.

I termini “sicurezza”, “illegalità”, “resistenza”, sono diventati allora i cardini concettuali del dibattito. Viviamo una deriva sociale in cui il delirio securitario sta facendo sempre più vittime. Si è iniziata a delineare una prospettiva diversa per l’interpretazione che ognuno vorrà dare di questi fatti e di molti altri simili: quelli che fino ad oggi abbiamo considerato i martiri di un proibizionismo cieco giocato sulla pelle di migliaia e migliaia di persone, oppure i morti causati da un progetto di controllo e pacificazione sociali d’ispirazione d’oltreoceano, sono forse più propriamente descrivibili come rivoluzionari, dissidenti, già uomini nella loro pur giovane età in quanto consapevolmente indocili ed insofferenti all’autorità, alla gerarchia, agli abusi. Don Gallo ha di proposito accostato queste persone ai partigiani della Resistenza, fenomeno scaturito da una illegalità di massa e da un diffuso senso di rifiuto: le stesse azioni che nel corso del dopoguerra sono state premiate con la retorica delle medaglie, delle celebrazioni e dei tricolore, erano state illecite fino a poco tempo prima, duramente represse dal regime e certamente stigmatizzate da almeno una fetta di popolazione. Ma quale regime non si basa poi su qualche forma di consenso?

Federico Aldrovandi

Federico Aldrovandi, diciotto anni, si è probabilmente opposto ad un fermo di polizia. Manuel Eliantonio, ventidue anni, nella stessa situazione ha tentato di fuggire ed una volta ai domiciliari si permetteva di non rispettare gli obblighi di dimora. Carlo Giuliani, all’età di ventitré anni, ha addirittura cercato di opporsi ad una camionetta dei carabinieri. Voglio aggiungere tra gli altri episodi la strenua resistenza che pare aver opposto Giuseppe Uva, due anni fa, nel corso del pestaggio subito dai carabinieri di Varese, in cui è morto.

Vengono alla mente allora i mille frammenti di discorso colti per caso negli anni, tra gli scaffali dei supermercati dove le casalinghe si confrontano e maturano, migliorandosi a vicenda; l’inappellabile condanna sentenziata dal mondo piccolo borghese; la malcelata frustrazione del cittadino per bene che protesta indignato: “Poteva starsene a casa”; la protervia del professionista che crede che a suo figlio cose del genere non potranno mai accadere; l’indifferenza altezzosa della società “civile”; il commento competente del borioso pensionato; la coscienza cattolica che traspare dalle tipiche illuminate osservazioni del moralizzatore: “Era un tossico”; la feroce capacità critica della studentessa: “Se era in carcere qualcosa avrà fatto” (frase presente realmente su Youtube tra i commenti ad un video di Maria Eliantonio); l’ignoranza ingenua ma complice dell’uomo qualunque: “Ma cosa pensava di fare?” (alla polizia non ci si ribella); la consumata esperienza che nel dibattito da sala d’attesa del dentista fa sì che si valuti: “In queste cose le forze dell’ordine fanno quello che possono”. Parlando con la gente di questi argomenti, c’è stato chi si è sentito in dovere di farmi notare: “Guarda che se è andata a finire così significa che probabilmente questi ragazzi avranno fatto o detto qualcosa ai poliziotti”.

Questo approssimativamente il triste spettro di mediocri considerazioni che molti hanno sentito esprimere nel corso del tempo. Questo il terreno sociale che permette l’impunità.

Mi piacerebbe potermi rivolgere a tutte le persone come quelli che il 16 gennaio a Livorno guardavano stupiti sfilare in silenzio la manifestazione a fianco di Maria Ciuffi, mamma di Marcello Lonzi, come se  si trattasse un’accozzaglia deviante incomprensibilmente consapevole.

Quel gesto di insubordinazione che tanto temete è ciò che noi rivendichiamo. Ardentemente ci auguriamo che quella di questi giovani sia stata ribellione, proprio in considerazione di quella codardia, che ci lega tutti. Anche voi siete responsabili di queste morti. Questa mentalità funzionale alla prevaricazione, prona ed inerte, protegge i carnefici e disonora le vittime. La sola idea, istintiva e vitale, di lottare per i più elementari diritti di rispetto e civiltà è purtroppo aliena alla maggioranza degli italiani.

Mi pare opportuno riportare alcune parole di Haidi Giuliani: “Se stiamo tutti zitti le cose continuano, sempre peggio. Ricordo di avere scritto a Patrizia, chiedendole scusa, quando ho saputo di Federico: perché vuol dire che tutto quello che abbiamo fatto noi come famiglia, come persone che cercano di suscitare una reazione nell’opinione pubblica, non è stato abbastanza, vuol dire che non siamo riusciti a fermare quell’arroganza, quella supponenza, quel senso di impunità da parte di alcune categorie che vestono una divisa. […]. L’omertà, il silenzio, la mancata denuncia, è quello che permette il proseguire di questi atti di delinquenza. Da una parte è vero il controllo di tutta una classe dei mezzi di informazione, è tutto vero, ma quello che è fondamentale è che noi per troppo tempo abbiamo lasciato fare. Abbiamo lasciato fare ai giornalisti, abbiamo lasciato fare alle istituzioni in genere, comprese le polizie”.

“Ragionavo mentre parlava Lino. I tossici. Beh, i tossici se la cercano. Ma tutti se la cercano, tutti se la sono cercata, se andiamo a leggere le storie delle tante, tantissime vittime di Stato c’è sempre una scusa. Io ricordo per Luca Rossi, a Milano, ammazzato da una pallottola di rimbalzo di un agente della Digos, sono arrivati a dire: “Beh, se fosse rimasto a casa sua non gli sarebbe successo”. Siccome non potevano dire che aveva in mano un estintore, e non potevano dire che era in carcere per tossicodipendenza, hanno detto: “Poteva restare a casa sua”.

Per approfondimenti: cos’è un omicidio di Stato?

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