Doria delude. Si rinsavirà o finiranno per dare il colpo mortale a Genova? Di Salvatore Palidda

Mi pare evidente osservare la delusione diffusa rispetto alle aspettative che aveva suscitato prima la candidatura e poi l’elezione di Doria, per il cui successo in tanti ci siamo mobilitati offrendo anche eventuali consulenze professionali senza alcuna contropartita di alcun tipo e senza mai voler apparire o essere gratificati. E’ sicuramente vero che il “buio pesto” in cui sono state relegate tutte le amministrazioni locali, anche ma non solo a causa della crisi finanziaria, uccide ogni speranza. Tuttavia, ci si aspettava quantomeno un po’ di rispetto per la trasparenza, per il rigore, per una spending review che può benissimo conciliarsi con un risanamento effettivamente democratico dell’amministrazione pubblica e dei rapporti col privato. Doria, come altri sindaci dell’ultima tornata elettorale tanto applaudita dalla sinistra, sembra essersi subito annegato nei meandri dell’apparato comunale scordandosi del confronto regolare promesso ai vari quartieri e settori sociali della città.

La trovata geniale della sua comunicazione via youtube è forse la concezione del dialogo e della trasparenza a cui ormai dobbiamo rassegnarci per sempre? E in particolare, cosa è cambiato nel campo del governo locale della sicurezza e delle gravi insicurezze da decenni del tutto ignorate ma tanto devastanti per buona parte della popolazione? Un grottesco e purtroppo tragico richiamo: la sindaca Vincenzi e il suo assessore alla sicurezza che si atteggiava a ‘sceriffetto’ nel 2009 ostentarono la loro grande solerzia per la prevenzione presentando uno strabiliante braccialetto per dare sicurezza ai … turisti, poi dissero anche alle donne sole, bambini (sic!) e ai vecchietti (si vedano qui le immagini e l’articolo: http://genova.repubblica.it/multimedia/home/4705005/1/2). Intervistato da Fabrizio Dentini (vedi http://ilsecolo21.it/societa/sicurezza-isteria-collettiva-o-reale-preoccupazione-intervista-a-francesco-scidone-assessore-alla-citta’-sicura-di-genova), lo stesso assessore facendone il bilancio affermava:

“I braccialetti sono costati in totale 19.500 euro, compresi 4 mesi di sperimentazione, i questionari di gradimento per i 50 volontari e il call center di Milano attivo 24 ore su 24. Almeno il 50% dei volontari, anziani, donne, lavoratori notturni, hanno cambiato le loro abitudini e sentendosi più sicuri hanno cominciato ad uscire di sera o da soli. A livello di maggiore percezione di sicurezza quindi è stato considerato un ottimo strumento. Nella realtà però è stato usato solo una volta in 4 mesi (sottolineatura nostra).

Ma, nessun passo indietro:

“stiamo pensando di inserire gratuitamente dei ricevitori WI-FI proprio nei lampioni e poi fornire, a chi lo desidera, un software per i telefonini che potranno avere quindi la funzione di sicurezza dei braccialetti, ma anche una valenza turistica, informando sulle offerte del territorio”.

Da notare che peraltro gli stessi operatori del settore turistico dissero che era controproducente ovviamente perché se un turista sente che c’è bisogno del braccialetto per sentirsi sicuro penserà che la città è in mano alla criminalità (il che è stato ed è totalmente falso … “in questa città si muore di noia e si ha solo la sensazione del declino generalizzato” è questo che dicono tanti giovani intervistati durante recenti ricerche in università!).

Purtroppo il risvolto tragico della vicenda è stata la tragedia del Fereggiano: perché nessuna giunta dal 1945 ad oggi s’è preoccupata di avviare un piano di prevenzione dei disastri ch’eppure sono ben frequenti in questa città e in Liguria e ahinoi in tutta Italia? Di quale sicurezza si parla quando in questa città sono morte centinaia e centinaia di persone sul lavoro e nelle zone circostanti le diverse attività o per malattie professionali o contratte da inquinamento? Cosa fa la polizia municipale per fare prevenzione e repressione dei reati inerenti la salute pubblica e l’ambiente? Chi sono i criminali, la decina di ambulanti abusivi? Cosa s’è fatto per la razionalizzazione democratica dei diversi servizi della polizia municipale? E’ normale che un comune metta a bilancio l’aumento delle multe? Persino i sindacati della polizia locale hanno denunciato diversi fatti quantomeno discutibili (premio di “produzione” per le multe, ecc. ecc). E’ tutto falso quanto raccontano diversi ambulanti REGOLARI a proposito di quella sorta di ‘pizzo’ che sembra esigono alcuni agenti ? (non solo della PM).

La vicenda dell’ambulantato

Da più di vent’anni le grandi firme sono mobilitate contro la “concorrenza criminale” da loro attribuita alla vendita illecita di merci contraffatte. Uno stuolo di società di investigatori privati viene pagato per questa “grande lotta” a tutela dei marchi in nome della difesa della “qualità”, del “made in Italy” o negli altri paesi europei. Le procure dei tribunali, la guardia di finanza, le polizie municipali e anche le altre polizie sono state sempre più sollecitate a impegnarsi regolarmente per questa “sacrosanta causa” (vedi rapporto del ministero dello sviluppo economico su ‘La lotta alla contraffazione in Italia nel quadriennio 2008-2011’, http://www.uibm.gov.it/iperico/Report_Iperico_2012/Iperico2012.pdf).

Da più di vent’anni, quasi ogni giorno, in tutto il territorio italiano e in particolare nelle città e d’estate anche nelle spiagge si ripetono le scene ormai note: blitz di agenti della polizia municipale con o senza agenti della guardia di finanza, fuggi-fuggi degli ambulanti abusivi che cercano di recuperare la loro mercanzia ma spesso non ci riescono; a volte vengono inseguiti dagli agenti che in diversi casi non esitano a usare modalità muscolose per poi sequestrare le merci (è facile fare una rassegna stampa di tutte questi fatti). In altre parole, tanto per cambiare, il target privilegiato della crociata contro l’ambulantato abusivo e la contraffazione sono le cosiddette “prede facili”, cioè gli immigrati irregolari e anche regolari che così finiscono per essere denunciati per reati che rischiano di essere puniti con pene molto severe, a volte sono arrestati perché accusati anche di essere loro gli aggressori di agenti di polizia e quindi sono destinati anche all’arresto, ad anni di carcere e poi all’ espulsione. Come si sa il cumulo di pene può dilatarsi sino a condanne comparabili a quelle comminate per reati gravissimi come gli omicidi o addirittura per criminalità organizzata di tipo mafioso.

Le domande banali che tutti conoscono ma alle quali le autorità politiche, amministrative, di polizia, della magistratura nonché le grandi firme non rispondono sono semplicemente le seguenti: chi ha inventato il mercato delle merci contraffatte, gli immigrati che le vendono o chi da decenni ha favorito lo sviluppo delle economie sommerse? Se alcuni immigrati (e precisiamo sono solo una minoranza) vendono tali mercanzie non è forse perché c’è una domanda di queste da parte di italiani? Qual è la differenza effettiva fra queste merci e quelle vendute trenta o anche quaranta volte di più nei negozi con la pretesa di essere griffati assolutamente originali o unici? La criminalizzazione degli ambulanti abusivi è la modalità efficace di contrasto della produzione e commercializzazione delle merci contraffatte e della connessa economia sommersa?  La criminalizzazione dei piccoli laboratori o fabbrichette che producono tali merci è la modalità efficace di contrasto della produzione e commercializzazione delle merci contraffatte e della connessa economia sommersa? Chi è più esecrabile l’ambulante abusivo e il piccolo produttore di merci cosiddette contraffatte oppure le grandi firme che comprano da quest’ultimo trenta-quaranta volte meno di quanto vendono merci simili o addirittura del tutto identiche? (vedi fra l’altro le puntate di Report Rai3: Mercato del lusso, borse alta moda – Parte 1, https://www.youtube.com/watch?v=If8AgsSAdYY, Mercato del lusso, borse alta moda – Parte 2: https://www.youtube.com/watch?v=9AYysfIRMmA).

Una storia vera ed emblematica: circa 20 anni fa a Milano, fu fatta una delle prime grandi operazioni contro gli ambulanti abusivi; il magistrato incaricato dell’indagine sentì dire a qualcuno: “caspita ma questa roba è identica a quella vera!”. Così decise di chiamare un perito per analizzare le merci sequestrate confrontandole a quelle vendute nei negozi di lusso di Milano. Il perito finì il suo lavoro con un risultato indiscutibile: “sono identiche”. Appena saputo di questo esito i marchi si sono fatti in quattro per bloccare tutto e comunque per evitare che i media ne parlassero. Intanto un maresciallo solerte si mise a investigare chiedendo la collaborazione agli ambulanti denunciati e quindi prosciolti per il reato di vendita di merci contraffatte. Risalì così non solo ai fornitori degli ambulanti ma sino alla “fonte”: una fabbrica della “Padania profonda”, la stessa che forniva i grandi marchi. Il titolare di questa si difese: “ma io devo produrre perché questi grandi signoroni mi pagano una miseria e vendo allo stesso prezzo a loro come a quelli che danno la roba ai senegalesi”.

Allora, si vuole risanare il mercato illecito di merci cosiddette contraffatte ?

Non sarebbe più efficace dare una sorta di patentino e bollini a pagamento del 10 o anche 20% sul prezzo che deve essere nel bollino e far pagare più tasse ai ‘signoroni’ dei grandi marchi? La domanda sarebbe quindi soddisfatta per via regolare e non minacciata di essere sanzionata e i venditori e produttori sarebbero invogliati a regolarizzarsi. Ma, ovviamente la regolarizzazione democratica delle economie sommerse non interessa né la destra, né le gerarchie della sinistra e tanto meno chi anche nei ranghi delle varie polizie gioca sempre a far carriera con “la caccia al negraccio” e prende anche soldi dai grandi marchi.

Allora Sindaco Doria cosa facciamo? Vuoi aspettare che la destra PD ti costringa a un rimpasto a suo favore? Perché non dici che piuttosto che pseudo grandi opere inutili e dannose serve la messa in sicurezza di un assetto urbano devastato da decenni di colate di cemento e che si tratta di salvare la vita e non di fare ‘erzellismi’? Non è questo il campo che è prioritario per la stessa vita della maggioranza dei tuoi cittadini e anche per creare lavoro? Non sarà mai un grillo americano a governare Genova, né la destra ‘opusdeiodorante’ e in affari con i simili della “sinistra”; il pericolo del colpo mortale sta in chi crede nella lobby militaro-poliziesca-industriale che non creerà mai posti di lavoro e costringerà sempre più giovani scappare.

 

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La zona grigia, PM e querele alla Casa della Legalità. Marco Doria che ne pensa?

Durante le recente corsa alle elezioni amministrative genovesi ho avuto il tempo di porre due domande a Marco Doria, divenuto poi  sindaco di Genova. Era fine marzo.

Genova è la prima città italiana per quel che riguarda il riciclaccio di denaro provente dalla criminalità organizzata. Come percepisce questo fenomeno? Pensa di essere pronto a un ciclo amministrativo in questo contesto?

Recentemente come tantissimi cittadini ho partecipato alla manifestazione di Libera e ho detto che la manifestazione svoltasi a Genova aveva il merito straordinario di farci ragionare sul pericolo di questa infiltrazione da parte della criminalità organizzata nel nord Italia che non è affatto immune. I compiti del Comune e le possibilità di azione non sono specifici nel contrastare la criminalità organizzata, però sarà compito del Comune utilizzare tutte le conoscenze a sua disposizione, ad esempio sulla distribuzione della proprietà degli immobili o le aperture di esercizi per agire assieme agli organi che, per compiti istituzionali, si dedicano al contrasto della criminalità organizzata. Il problema esiste ed è serio, non lo sminuisco in alcuno modo, ma non è compito specifico del sindaco. Sicuramente l’Amministrazione dovrebbe impegnarsi a cooperare in tutti i modi con i soggetti come magistratura, DDA, Prefettura, Questura e forze dell’ordine che hanno il compito di intervenite in questo ambito.

 Può nominare qualche famiglia dell’ndrangheta che ha interessi a Genova?

No, perché non ho studiato il problema. Se lo sapessi lo direi.

Torniamo ad oggi. Su Facebook leggo un post di Cristian Abbondanza, Presidente della Casa Legalità di Genova che dice:

Il Giudice dell’Udienza Preliminare di Torino in merito alla querela presentata contro l’Ufficio di Presidenza della Casa della Legalità dal pm Alberto Lari, non accoglie la richiesta di rinvio a giudizio e rimanda gli atti alla Procura che se lo ritiene deve procedere con citazione diretta…

Fra le altre cose, il lavoro della Casa della Legalità consiste nello stimolare chi di dovere, in questo caso magistrati, a lavorare solertemente. A indagare dove ci sono movimenti sospetti. A muoversi su aspetti in cui capita spesso chi rovistando nel torbido arriva a toccare interessi costituiti che alcuni preferiscono, per differenti motivi, lasciare al di fuori dal dominio pubblico.

In questo caso, ma anche in altri, alla critica nei confronti del lavoro dei magistrati, gli stessi giudici Alberto Lari e Vincenzo Scolastico rispondono con la denuncia. Ed effettivamente chi più di loro può ricorrere a questo metodo legale dissuasivo per la libertà di pensiero. Perché se una critica è documentata diventa legittima e non può essere dichiarata diffamatoria.

Durante la manifestazione dello scorso marzo, Don Ciotti, di Libera disse: «Il vero problema è la zona grigia del Paese” e Don Gallo sottolineò: «Anche il silenzio della Chiesa è colpevole».

La zona grigia per definizione sfugge alla classificazione rigida di chi sta con e di chi sta contro. Sotto questo profilo si potrebbe domandare che il neo sindaco Marco Doria, esprima la sua opinione in merito a questo aspetto della vita pubblica genovese, proprio come annunciò durante la campagna elettorale.

Perché la zona grigia esiste tutti i giorni e non solo alle manifestazioni.

Per approfondire:

Il sistema di potere in Liguria.

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Assolto Rasero e la Mathas? Di Alfredo Simone

Antonio Rasero. Foto Tg Sky 24.

La Corte d’Assise d’Appello di Genova ha assolto oggi Antonio Giovanni Rasero per “non aver commesso il fatto”, ribaltando così la sentenza di primo grado che aveva condannato Rasero a 26 anni per “concorso in omicidio” del piccolo Alessandro Mathas avvenuto nella notte tra il 15 e il 16 marzo 2010 in un residence di Nervi.
In sostanza i giudici hanno accolto la richiesta dei legali di Antonio RaseroAndrea Vernazza e Luigi Chiappero – che avevano smontato, punto per punto, il fragile castello accusatorio messo in piedi dal pubblico ministero Marco Airoldi.

Castello accusatorio tanto fragile che la Corte d’Assise decideva per la condanna di Rasero “in concorso”, bacchettando quindi implicitamente il pubblico ministero con il ritorno degli atti alla Procura di Genova per procedere nei confronti della madre di Alessandro, Caterina Mathas:«L’ atteggiamento complessivamente inerte e omissivo della Mathas è una conferma indiretta del suo coinvolgimento nella morte del figlio Alessandro», diceva la sentenza.

Probabilmente la gran parte dei mass media userà tutta la gamma di aggettivi altisonanti per definire definirà la sentenza: “clamorosa”,”sorprendente”, etc. In realtà sarebbe bastato seguire con attenzione l’ istruttoria per rendersi conto che la vicenda era tutt’altro che chiara e che si procedeva a senso unico. Continua a leggere

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Perché la Lega è contraria alla moschea al Lagaccio?

Nell’ottobre del 2009 intervistai Husein Salah, imam di Genova, in merito al progetto moschea. Quali erano gli antecedenti? Come si sarebbe mossa la comunità musulmana genovese? Quali sarebbero stati gli ostacoli?

Il titolo dell’intervista era: “Prove di un dialogo paritario” nella convinzione che solo le parole pronunciate con reciproca onestà intellettuale, siano da sempre lo strumento migliore per superare divergenze e incomprensioni e soprattutto per riconoscersi quotidianamente come parte di una comunità più ampia di quel che prescritto nei dettami religiosi.

Alessio Piana, segretario provinciale Lega Nord

Sono passati 2 anni e qualche mese da quella intervista e a Genova la moschea non è ancora arrivata. Il Secolo 21 chiede perché ad Alessio Piana, segretario provinciale della Lega Nord e capogruppo in Comune.

Perché siete fieri di essere da sempre coerenti contro la moschea?

Non è questione di essere fieri per la posizione contraria alla realizzazione di una moschea nella nostra città. Certo la coerenza in politica è merce rara e siccome sulla questione abbiamo assistito negli ultimi dieci anni a rocambolesche giravolte di molti partiti teniamo a ribadire e ricordare che la Lega nord ha da sempre delle idee ben precise.
Sino a qualche decennio fa le comunità locali italiane dovevano confrontarsi con dei musulmani, oggi invece hanno a che fare con l’Islam. Questa non è una differenza da poco. Continua a leggere

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Giovanni Sartori e l’ingenuo buon senso.

Giovanni Sartori

Giovanni Sartori è certamente un italiano di buon senso. Nel suo editoriale pubblicato recentemente sul Corriere della Sera “Una soluzione di buon senso” propone una soluzione riguardo al dibattito sugli immigrati scatenati da un post di quel simpaticone di Beppe Grillo. Cittadinanza si, cittadinanza no? Per nascita, per sangue, per prolungata residenza nel territorio nazionale?
In due parole quel che Sartori propone alla riflessione è questo: in Francia e in Inghilterra, paesi dove l’immigrazione è di gran lunga più sviluppata rispetto all’Italy, e dove ormai esiste una terza generazioni di immigrati, esistono consistenti sacche di emarginazione (ricordate le rivolte nelle banlieau di Parigi e negli slums di Londra) e di concreta mancata integrazione. Ecco le sue parole:

La sorpresa è stata che una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto integrata. Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico-politici dell’Occidente sono più che mai rifiutati.

La soluzione offerta da Sartori è la seguente: non diritto di sangue, cittadinanza a chi nasce da genitori che hanno già lo status di cittadini e nemmeno diritto di suolo, cioè cittadinanza a chi nasce in Italia, ma:

la concessione di una  residenza permanente, trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro, non dico assicurato, ma quantomeno promesso o credibile, diventa residente a vita ( senza fastidiosi e inutili rinnovi). […] Certo se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare e simili, la residenza viene cancellata e l’espulsione è automatica. Continua a leggere

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Governo tecnico: lezione di immigrazione.

Violenza razzista a Firenze.

Gli italiani sono per natura assistenzialisti, qui in Italia infatti, si continua ad assistere una classe politica. Una classe politica la cui inettitudine fomenta i problemi invece che risolverli e di rimando ci lascia assistere un paese che di giorno in giorno propone vecchie tragiche novità.

Torino-Firenze. Non la nuova linea privata per l’alta velocità inaugurata da quei filantropi di Della Valle e Montezemolo, ma l’asse di una vergognosa violenza razziale che erompe infrasettimanale nell’arena pubblica. Violenza scomoda e significativa. Continua a leggere

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Il gatto ed il topo. Parlamento, esecutivo e società civile.

Rigore, crescita ed equità. Quando il gatto gioca con il topo nessuno si lamenta per l’asimmetria di potere messa in atto nella loro relazione: il gatto sa che fine farà il topo e quest’ultimo si limita a far parte di un gioco nel quale il suo ruolo è quello della vittima designata. E’ l’ineluttabilità della vita naturale.

Questa stessa ineluttabilità par si possa applicare alla situazione politica nazionale.

L’Italia di novembre e dicembre, i rapporti fra esecutivo, Parlamento e società civile, ricordano proprio la dinamica del gatto e del topo. Una recita dove le parti in causa si rincorrono nella danza democratica dell’equilibrio, reciproco, dei rapporti di potere.

Niente di strano dunque, ma una prassi maturata in 60 anni di democrazia.

Il meccanismo sembra però vacillare se si analizza il peso che la società civile italiana riveste all’interno di questa rappresentazione, un peso residuale e di tutta marginalità.

Il gatto e il topo. Di Andrea Bodon.


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Italiani popolo del passato?

Super Mario. di Andrea Bodon.

Il sistema Italia è indebitato fino al collo, si parla di 1900 miliardi di euro. Oltre al debito pubblico, cresciuto con la gestione screanzata dell’economia nazionale, l’italiano medio è anche e soprattutto attanagliato dai debiti che lui stesso si è sobbarcato: rate per la macchina, rate per i mobili, persino qualche avanguardista, rate per le vacanze. Se una volta si diceva siamo a rotoli, adesso potremmo dire siamo a rate, cioè abbiamo ma non possediamo. In più ci sono le spese correnti quali affitti, bollette, e tutto quello che serve all’italiano medio per condurre una vita sempre più difficilmente dignitosa.

Questi tempi di debito scandiscono sempre più facilmente la precarietà quotidiana di migliaia di italiani, mentre gli stessi italiani riescono a trovare sempre più difficilmente un impiego che soddisfi le reciproche aspettative.

La trappola è perfetta perché scelta con il consenso di tutti, è una trappola che coinvolge la stessa mentalità di chi preferisce avere a tutti i costi, seppur oltre le ragionevoli possibilità d’acquisto.

Oggi come oggi, superato il mito della meritocrazia, bestemmia nel nostro paese, i giovani italiani (dai curriculum più o meno complessi e dalla pazienza più o meno ostinata) scelgono sempre più spesso di rifuggire l’italica campana di vetro per cercare fortuna all’estero. L’emigrazione è abbondante, la storia ritorna. E paradossalmente, ma non troppo, mentre scappano gli italiani, dal sud del mondo arrivano nuove braccia avide di lavoro.  L’essere umano nel XXI secolo si sposta per lo stesso motivo su differenti livelli e con differente esito e opportunità di successo. La storia si ripete. Tutto tranne l’Italia dicono i fuggitivi.

Un’emorragia di globuli rossi in piena salute mentre nell’organismo Italia continua a circolare sangue raffermo, stantio, vissuto eccome.
Giorgio Napolitano è nato nel 1925, ha quasi la tenera età di 87 anni. Continua a leggere

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Guerriglia a Roma. La città di nuovo sotto shock.

Dall’inviato Pompilio Struzzo la cronaca minuziosa dei clamorosi eventi che hanno riportato Roma nella spirale della violenza. Questa volta gli scontri alla manifestazione dei pensionati.

Pensionati senza freno a Roma. Alemanno disperato. Maroni: “Reintroduciamo la
Linea Gotica.”

Roma – 29 ottobre.
Con le ferite ancora aperte dopo i gravi fatti che hanno traumatizzato la capitale il 15 ottobre, torna la paura a Roma, in occasione della manifestazione indetta dal sindacato dei pensionati Spi/Cgil. “Nessun Dorma” il profetico nome dato all’iniziativa, e difatti nessuno oggi può godere del meritato riposo del fine settimana. Già dalla notte di giovedì decine di pullman carichi di anziani indignati hanno cominciato ad invadere le strade. La concentrazione era in Piazza del Popolo alle ore 10 di mattina, i pensionati avevano sostenuto nelle settimane precedenti che sarebbero scesi in piazza “per dire no alle politiche economiche di questo Governo, no ai tagli dello stato sociale” e che il raduno nazionale sarebbe stato “una grande manifestazione, pacifica e combattiva” ed effettivamente i primi attimi si sono svolta senza incidenti, in un gioioso clima di serenità e festa. Ma presto alle allegre e svolazzanti bandiere rosse del sindacato si sono sostituiti i bastoni: impugnati con mano malferma ma decisa, si sono abbattuti con indicibile violenza su quanto capitava alla loro portata. Continua a leggere

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Nobel Lampedusa.

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Si è persa la pazienza a Lampedusa.

I tunisini, chiusi in una struttura di prima accoglienza (da dove dovrebbero transitare per raggiungere situazioni più adeguate), in 1200 dentro Contrada Imbricola, un centro che può adeguatamente ospitare al più 850 persone.

E i lampedusani, che non tollerano più una situazione di portata mediterranea che si concentra nella loro piccola isola, ex perla turistica, ormai inflazionato centro di approdo delle rotte della disperazione.

E alla fine, fisiologicamente, è scoppiata una tensione che si è fatto evidentemente troppo poco per evitare. Da un lato disperati che cercano una possibilità, e la cercano con la strenua forza della necessità della vita, dopo aver navigato e sopravvissuto a rotte di morte di massa e, dall’altra, gli isolani che pretendono di continuare con la loro esistenza, senza dover subire la condanna di essere diventati base per un rifugio di massa e soprattutto vittime delle conseguenze della sua mala gestione. Le tante promesse che nessuno ha saputo raccogliere e portare avanti, Mr. Maroni e Mr. Berlusconi in primis.

E sull’isola, dato incendio al centro di accoglienza, i tunisini sono scappati cercando di rendere nazionale la loro protesta e riuscendo a raccontare, con le immagini che li riprendono, la gravità delle loro condizioni.

A Lampedusa è però anche partita la caccia al tunisino e come riporta il Gazzettino veneto:

Molti abitanti dell’isola hanno dato vita a una fitta sassaiola nei confronti degli immigrati, che hanno risposto lanciando a loro volta pietre e suppellettili.

Che cos’è questo se non il punto più basso nella storia recente dei rapporti fra Italia e Nord Africa? Una sassaiola fra disperati ed esasperati. Nel silenzio siderale dell’opinione pubblica anche l’inevitabile dichiarazione istituzionale assume un gelido e ripetitivo vigore.

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